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Focus on line, n. 13/14, gennaio-aprile 2002
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ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

DERIVE A SINISTRA.
IL RESIDUO CHE SI FA GUERRA: IL POST-BRIGATISMO

 di Antonio Chiocchi

 

 

1. Le dimensioni intrinseche del post-brigatismo

L'uccisione del prof. Biagi del 19 marzo scorso costituisce, con la sua emblematica drammaticità, il tentativo di re-insediare la "strategia della lotta armata per il comunismo" nel corpo in sommovimento della società italiana. Se con la "azione D'Antona" del maggio del 1999 avevamo assistito al suo battesimo di fuoco, con la "azione Biagi" il post-brigatismo prova a disegnare la sua tela, mimando una tempistica di "lungo periodo" e tentando scopertamente di inserirsi nelle faglie in cui più stridente ed acceso si fa il conflitto sociale.

Ma prima di procedere all'analisi dei contenuti della "azione Biagi", dobbiamo provare ad individuare, con maggiore precisione di quanto fatto in passato (1), i tratti perspicui della "iniziativa" proposta dalle "nuove Br".

Che l'esperienza delle Br si sia irrevocabilmente chiusa negli anni '80 è un assunto incontrovertibile; che essa si sia conclusa con la sconfitta storica e politica delle Br è altrettanto indubitabile; che il progetto della "lotta armata per il comunismo" fosse controintenzionale rispetto a suoi stessi intenti di trasformazione e rivoluzione sociale è un dato altrettanto pacifico (2). Eppure, a maggior ragione oggi di fronte all'uccisione del prof. Biagi, dobbiamo render conto del riaffacciarsi della "lotta armata" e specificamente dell'ipotesi che di essa hanno coniugato le Br.

Ad un'analisi appena approfondita, risulta chiaro che, al di là delle intenzioni e delle dichiarazioni dei diretti interessati, non può parlarsi di "ritorno" delle Br e nemmeno di una loro "resurrezione". Le Br storiche sono morte definitivamente e con esse è sepolto il loro progetto. Il brigatismo non è più di questo mondo e di questa società. Di questo mondo e di questa società può essere solo il post-brigatismo, di cui proviamo ora ad esaminare, da più vicino, la "genetica formale".

Per noi, post-brigatismo è una categoria con cui inquadrare criticamente un residuo ideologico che, distorcendo la tradizione rivoluzionaria e riproponendo apoditticamente quella combattente, si fa decomposizione e, insieme, straneazione del reale. Decomposizione, perché la realtà è aggredita, violata e maculata con mezzi ideologici armati. Straneazione, perché della realtà non sono colti i dati di attualità e i quadri di complessità e differenza.

Il teleologismo lineare del progetto della "lotta armata per il comunismo" ha subito, negli anni '80, uno scacco irrimediabile, perché incapace di cogliere il movimento della modernità e della contemporaneità. La sconfitta ne ha misurato direttamente la pretesa arbitraria e tirannica di collocare i tempi/spazi sociali, istituzionali e relazionali fuori delle loro proprie pulsazioni e trasformazioni, nel tentativo di assegnare loro sfere coatte di espressione e comunicazione.

Ora, niente vieta il ritorno del "già visto", del "già vissuto" e del "già morto". Soprattutto nelle società globali della comunicazione, dello spettacolo e dell'informazione, il rientro del rimosso e del sepolto dagli strati sotterranei dell'immaginario collettivo e del socio-culturale non metabolizzato è una minaccia e, insieme, una possibilità ricorsiva presente dietro ogni angolo della spazialità e in ogni istante dello scorrere della temporalità. Il rimosso e il non metabolizzato formano delle geografie e delle genealogie mitopoietiche fondamentaliste che, non di rado, vengono a galla come distillato ideologico che, nelle sue declinazioni estreme, non esita a trascorrere in inimicizia aperta e strenua. Nel nostro caso, il post-brigatismo è il residuo ideologico che si fa belligeranza nella forme della mimesi della guerra.

Delle Br storiche è conservata l'aura dell'ideologia programmatica trasformata in un clone attivo che, a mò di replicante, riproduce in forme derealizzate la memoria della rivoluzione comunista, ritenuta fideisticamente e ciclicamente vincente. Si tratta di un esercizio di memoria che tenta di convertire la nostalgia del "passato che non è stato", del "presente che non è" e del "futuro che non sarà" in tradizione in svolgimento: siamo qui di fronte ad una post-narrazione della "guerra per il comunismo". Nella crisi delle "grandi narrazioni", che accompagna la transizione dall'epoca moderna a quella contemporanea, il post-brigatismo è una delle forme estreme di resistenza alla post-modernità, di cui, però, interiorizza tutti i fantasmi e le proiezioni subliminali. Nel bel mezzo della crisi di tutte le "grandi narrazioni", la post-narrazione della "lotta armata per il comunismo" viene elevata espressamente al rango di soluzione compiuta e ritrovata della "crisi del capitale e della sua forma dello Stato". Così, il post-brigatismo si autorappresenta come anti-crisi del capitale: come soluzione della crisi e, insieme, centro regolatore della prospettiva rivoluzionaria.

La memoria storica viene qui incapsulata in una sequenza che arretra al XVIII secolo (Rivoluzione Francese), per poi svilupparsi nel XIX secolo (Comune di Parigi e Internazionale Comunista) e stabilizzarsi definitivamente nel XX secolo (Rivoluzione Russa). La "strategia della lotta armata per il comunismo" viene ancorata e saldata a questa tradizione; di questa tradizione essa dovrebbe ora essere, nel XXI secolo, la forma di espressione svelata. Non a caso, le parti ideologico-programmatiche della rivendicazione della "azione Biagi" si attardano, a lungo, nella ricostruzione di questo "filo storico", fatto arretrare ad un passato remoto e, nello stesso tempo, proiettato nel futuro prossimo (3). Della implausibilità di questa ricostruzione si è già detto altrove (4), per cui qui continueremo a concentrarci sulle dimensioni intrinseche del post-brigatismo.

Come già nel caso delle Br storiche, ciò che fa difetto, oltre ad una indagine perspicua delle società altamente sviluppate, è un esercizio critico-riflessivo sia intorno ai concetti/termini di rivoluzione e comunismo che alle elaborazioni storico-progettuali, pianificazioni politiche ed esperienze loro corrispondenti. Nel post-brigatismo, addirittura, è assente il campo critico-riflessivo intorno alla "lotta armata per il comunismo" che, nonostante il suo scacco, è riprodotta come invariante e unica strategia vincente del progetto rivoluzionario. Negli anni '80, le determinazioni del vivente relazionale ed umano, del sociale, dello storico e del 'politico' avevano messo fuori scena l'antiutopia armata delle Br. Con la "azione D'Antona", come se la storia non avesse fornito i suoi responsi ultimativi, si tenta di far ritornare in scena ciò che dalla scena era stato espulso. Con la "azione Biagi", l'antiutopia sconfitta tenta di ordire la sua tela, inserendosi chirurgicamente negli interstizi del sociale a più elevato potenziale di conflitto.

Il fatto è che il post-brigatismo rimane sedotto dal fascino che si sprigiona dall'aura delle Br storiche. Riproponendone l'impianto, tenta scopertamente di territorializzare diffusivamente e coercitivamente tale malia incantatrice. Rimane pietrificato dall'occhio di Medusa della tradizione assunta come referente e, in sovrappiù, si trasforma in un occhio di Medusa pietrificante. Resta vittima del potere simbolico della tradizione morta a cui si richiama e, nel contempo, cerca coattivamente di agire tale potere simbolico contro la società data. Nell'operazione è possibile reperire anche un calcolo razionale: l'investimento simbolico sul patrimonio delle Br storiche dovrebbe contribuire ad attribuire una identità forte e più cogenti capacità affabulatorie. Calcolo apertamente finalizzato all'allargamento delle sfere della "disarticolazione dello Stato" e della "base sociale" del reclutamento.

Il post-brigatismo si situa in un punto nevralgico, la cui comprensione gli sfugge del tutto: come ci ha acutamente mostrato P. Bourdieu (5), agire potere simbolico è esattamente una pratica di dominio. Dalla parte dei dominati non si dà esercizio alcuno di potere simbolico; anche in ragione di tali motivazioni, dicevamo che il post-brigatismo è una preda inconsapevole dei fantasmi della post-modernità. Ciò accade, perché a monte reperiamo un limite ancora più esiziale: il sapere, il fare e l'agire che non sanno interrogare le strutture profonde su cui edificano le loro concettualizzazioni e le loro pratiche sono destinati ad essere solo e sempre funzioni del dominio, non già agenti di libertà. Il post-brigatismo non è capace di formulare domande sulle Br storiche; tanto più non può interrogare il sostrato categoriale su cui si regge. Esso diviene, quindi, determinazione interna di quella violenza simbolica che i dominanti e gli aspiranti dominanti disseminano a piene mani nell'organismo associato e nelle relazioni sociali. Anche questo spiega il compiacimento che il comunicato di rivendicazione della "azione Biagi" esprime di fronte al tragico attentato alle Twin Towers dell'11 settembre del 2001.

La totale perdita di autonomia dalle sfere del potere simbolico esalta e fa deflagrare il carattere mortuario del post-brigatismo: da queste profondità arcane germinano le sue simpatie per l'attacco alle Twin Towers. La messa in circolo discorsivo della morte e dei suoi tentacoli devastanti è il dominus che qui dispone e regola l'azione armata. Il dato più tragico è che il post-brigatismo è completamente inconsapevole delle spirali di morte che lo avvolgono e lo rendono una spietata e disanimata presenza spettrale. Quanto più la sua inconsapevolezza si prolunga nel tempo e nello spazio, tanto più esso sprofonda nel vortice della riproduzione di scala della violenza simbolica, di cui diviene un vettore afasico e un algido distributore automatico.

Con il post-brigatismo, la "ragione combattente" sconfina in una forma di dominazione che capovolge gli assunti e le procedure di comunicazione della razionalità illuministica: l'imperialismo della ragione viene rimpiazzato dall'espansionismo del calcolo bellicista. L'agire comunicativo viene surclassato dall'agire segregativo: sia perché l'azione armata promana ora da strati iper-residuali dello spazio/tempo, sia perché essa tende a segregare la realtà in gabbie semantiche e reclusori blindati.

Ma il potere simbolico che si sprigiona dall'azione del post-brigatismo rivela un carattere anacronistico perfino a confronto dei poteri globali dominanti. Mentre questi ultimi, nella messa in atto della loro dominazione simbolica, fanno prevalentemente leva sulla imposizione e riproduzione di desideri e bisogni, quello ancora si impernia su astratti criteri imperativi; mentre i primi incardinano l'esercizio di violenza simbolica su raffinate strategie di de-strutturazione e ri-strutturazione delle costellazioni di senso, delle sfere cognitive ed emotive, il secondo si costruisce ancora sull'alfabeto della "coscienza rivoluzionaria". Prende anche da qui origine lo sfondo spettrale che incornicia l'essere ed il fare del post-brigatismo.

 

2. I contenuti politici essenziali della "azione Biagi"

Il prof. Biagi è colpito, perché "ideatore e promotore" di un "progetto di rimodellazione della regolazione dello sfruttamento del lavoro salariato". Progetto che sarebbe finalizzato alla "ridefinizione" delle "relazioni neocorporative" tra esecutivo, confindustria e confederazioni sindacali, in funzione della "negoziazione neocorporativa", in una fase politica definita della "democrazia governante" che, tra l'altro, ha l'obiettivo peculiare di "stabilizzare l'avviata alternanza tra coalizioni".

L'azione si prefigge, pertanto, di attaccare la "progettualità politica" della "frazione dominante della Borghesia Imperialista", imputata del "governo della crisi e del conflitto di classe" in un ciclo segnato dalla "stagnazione economica e dalla guerra imperialista".

In questa fase, si ribadisce, sarebbe necessario promuovere una "linea di combattimento" che sappia:

a) produrre la "disarticolazione politica dello Stato";

b) "spostare in avanti lo scontro di classe";

c) porre su "un punto di forza" la posizione degli interessi del proletariato.

Il "punto di forza" ricercato è posizionato sul crinale della rimodulazione delle relazioni industriali, di cui Biagi è ritenuto il maggiore artefice, sia nell'ispirazione ed estensione del "Libro Bianco" (6) che nella progettazione di un nuovo "Statuto dei lavori". La finalità politica qui perseguita, si afferma, è quella di legare "forzosamente la condizione del lavoro salariato alla competitività del capitale". Che, tradotto in termini politici, equivale a voler "ridefinire i termini dello sfruttamento e di governo del conflitto di classe", per recuperare, attraverso questa prospettiva, "i margini di profitto e prevenire l'esplosione del conflitto tra interessi che si polarizzano".

La riorganizzazione delle relazioni sociali voluta fortemente dalla "frazione dominante della Borghesia Imperialista" si dispiegherebbe, dunque, in funzione della:

a) "competitività del capitale";

b) "strutturazione" di forme di rapporti sociali idonee a: (i) "rendere flessibili" i fattori produttivi umani; (ii) "rimodellare" il conflitto per prevenirne la "caratterizzazione di classe"; (iii) rendere "selettivo" e "individualizzato" l'accesso al lavoro salariato.

Da questa pianificazione politica viene fatto discendere un modello di "negoziazione neocorporativa" che mal sopporterebbe i moduli classici di contrattazione, articolati a più livelli concentrici e complementari. La "negoziazione neocorporativa", si afferma, tende a cancellare il piano della contrattazione collettiva, per esaltare il decentratamento a livello "aziendale" e "territoriale". L'azione di governo che accompagna questa progettazione, viene affermato, deve necessariamente "superare la concertazione come metodo di governo" e proprio in questo modo essa "destruttura la democrazia parlamentare".

L'esecutivo D'Alema con il "Patto per l'occupazione e lo sviluppo" del dicembre del 1998, si afferma, apre questa nuova prospettiva politica. La "azione D'Antona", viene precisato, si è mossa tempestivamente nella direzione della disarticolazione di tale progettualità antiproletaria. Viene, con ciò, stabilito un legame di continuità e sviluppo tra le due "azioni". Se colpendo D'Antona si "indeboliva" l'azione di governo, con l'"azione Biagi", si sostiene, si intende colpire uno dei gangli vitali del progetto, per organizzare intorno alla lotta armata consensi diffusi, profittando della mobilitazione collettiva contro la cancellazione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (7). Viene, però, chiarito che la posta in gioco per la "Borghesia Imperialista" non sta nelle "deroghe all'art. 18", bensì nella "modificazione dei rapporti di forza con la classe proletaria", allo scopo di "avviare la rimodellazione sociale e politica". E, pertanto, nella fase presente al proletariato ed alla classe operaia non resterebbe che "resistere alle forzature della classe dominante": la lotta armata sarebbe proprio il punto più alto e, insieme, il coagulo di questa resistenza.

La mobilitazione sociale contro l'esecutivo Berlusconi e la confindustria è inserita in questo quadro di lettura: una contraddizione tra lavoro salariato e capitale, tra classe operaia e Stato. Da questa postazione di osservazione, il conflitto governo/sindacato e confindustria/sindacato viene situato tutto internamente alle logiche della "Borghesia Imperialista".

Il sindacato:

a) si sarebbe trasformato in "associazione di iscritti" ai quali fornisce "servizi", dismettendo definitivamente i panni di "organizzatore del conflitto col capitale";

b) sarebbe, ormai, un "soggetto economico" che "vende contrattazione";

c) apparentemente difenderebbe "diritti universali", ma nella realtà li renderebbe "esigibili" e li correlerebbe alle "differenti condizioni di competitività aziendale o territoriale".

In una maniera piuttosto (o, forse, niente affatto) singolare, il punto di vista del post-brigatismo sul sindacato, seppure secondo percorsi di analisi e caratterizzazioni politiche differenti, finisce con il convergere con quello di governo e confindustria, nel ritenerlo un apparato regressivo e marginale del nuovo "ordine sociale". Nel modello di "società attiva" delineato dal "Libro Bianco" nessun peso di rappresentanza sociale è tollerato. Non lo sopporta l'esecutivo e, per opposte ragioni, non lo digerisce il post-brigatismo. Dominanti e aspiranti dominanti ambiscono, in maniera tanto speculare quanto complementare, alla fagocitazione del conflitto sociale, ricondotto direttamente sotto le loro sfere di controllo e dominazione simbolica.

 

3. Analisi, strategia e contesto

Poiché il comunicato di rivendicazione della "azione Biagi" rivendica espressamente un legame di continuità con la "azione D'Antona", conviene partire da qui.

Con l'uccisione del prof. D'Antona si intendeva colpire il "progetto neo-corporativo", intorno cui si reputava ruotasse "l'equilibrio dominante" (8). La mediazione neo-corporativa, di cui il prof. D'Antona era ritenuto una "cerniera politico-operativa", consisteva nella "corresponsabilizzazione" attiva del sindacato nelle scelte di politica economica, attraverso le politiche concertative. Va osservato che, sul piano storico-politico, il "patto sociale" del dicembre 1998 intendeva, per l'appunto, rilanciare la concertazione, di cui gli esecutivi di centrosinistra si facevano garanti, se non tutori.

Con un cortocircuito analitico — e logico —, anche la "azione Biagi" viene finalizzata alla disarticolazione della "negoziazione neo-corporativa". Contrariamente da quanto professato dalle analisi post-brigatiste, il governo Berlusconi e la confindustria di D'Amato dichiarano all'unisono esaurita e superata la politica di concertazione, ritenendo definitivamente chiusa la fase storica che vedeva il sindacato agire quale "soggetto politico" ammesso alle scelte macroeconomiche. Il "dialogo sociale" e il modello di "società attiva" messi in codice dal "Libro Bianco" (9), ben lungi dall'essere funzione della negoziazione neo-corporativa", intendono segnare la fine del neocorporatismo, proponendosi di inaugurare anche in Italia la subalternizzazione totale del sindacato alle dinamiche di derogolazione spinta imposte dal mercato. L'esecutivo Berlusconi persegue la thatcherizzazione del sistema di relazioni industriali italiano, nelle condizioni storiche della piena affermazione della globalizzazione.

A dire il vero, Berlusconi non appare isolato nel perseguimento di questa prospettiva di azione che, anzi, emerge come la linea prevalente dei governi al potere nell'occidente capitalistico. Tanto che le linee-guida dello "Studio dell'Ocse sull'occupazione" del giugno del 2000, con un classico e smaccato stravolgimento della realtà, non esitano ad imputare alla richiesta di eguaglianza sociale e al complesso dei diritti esistenti a tutela del lavoro la principale responsabilità della crescente disoccupazione.

Certo che, poi, ogni esecutivo persegue l'attacco a ciò che è rimasto dello Stato sociale e dei diritti del lavoro, modulando su scala nazionale una serie complessa e articolata di tattiche e strategie che variano da paese a paese. L'esecutivo Berlusconi si distingue per la coincidenza instaurata tra i mezzi tattici e quelli strategici, dal momento che la finalità strategica: la mercatizzazione selvaggia di tutte le relazioni sociali, è posta tra i presupposti formali della "riforma" dello Stato, dell'apparato economico e del sistema delle relazioni industriali. Cosicché una strategia di fase si formalizza come obiettivo congiunturale, facendo venir meno la necessaria fluidificazione e intermediazione tra la pianificazione politica di lungo periodo e le politiche di breve e medio termine. Da qui le ricorrenti maldestrezze dell'iniziativa del governo Berlusconi e di alcuni ministri in particolare. Maldestrezza riassumibile in un enunciato così formulabile: "Andiamo avanti per la nostra strada: se ci va bene, tanto di guadagnato; se ci va male, facciamo retromarcia". Quanto questa prospettiva di marcia sia di corto respiro comincia ad esser chiaro persino ad alcuni autorevoli esponenti della compagine governativa.

Se con la "azione D'Antona" non veniva colta la crisi delle politiche di concertazione e, ancora di più, dei sottostanti modelli di democrazia neocorporatista (10), con la "azione Biagi", addirittura, l'analisi post-brigatista classifica come neocorporatista e concertativa una politica che tale più non è. Le politiche del lavoro e le decisioni conseguenti del governo Berlusconi, anzi, del neocorporatismo costituiscono il contraltare esplicito. La mercatizzazione integrale delle relazioni sociali, del resto, non tollera attori codecisionali o corresponsabilità di governo da parte del sindacato; circostanze, queste, patite esplicitamente come interferenze intollerabili o, peggio, inammissibili poteri di veto. La prospettiva autoritaria che va disegnando il governo Berlusconi espelle dai processi decisionali tutti quegli attori che non siano rappresentanza univoca dei poteri dominanti. La base sociale del tessuto democratico si va, così, paurosamente restringendo e ciò pone all'esecutivo in carica il problema della costruzione del consenso su un terreno inedito: la mobilitazione populistico-plebiscitaria nelle condizioni della post-modernità, all'organizzazione di cui sono funzionalizzati i poteri video-massmediatici.

Il populismo e il plebiscitarismo delle nuove classi dominanti ha un profilo rizomatico, intorno cui si ramifica, compone, scompone e ricompone l'esaltazione: a) del consumo di massa; b) della cultura del management d'impresa; c) del decisionismo privo di regole di protezione costituzionale, se non quelle poste a difesa degli interessi più forti; d) dell'intolleranza religiosa e culturale; e) del potere di seduzione e dominazione dei new media. Il rizoma del populismo e del plebiscitarismo della post-modernità fa si che intorno ad essi si strutturi un multiverso politico autoritario di nuova generazione che coagula e valorizza al suo interno posizioni apparentemente scollegate, ma che, in realtà, sono rizomaticamente funzione di un progetto unitario di stabilizzazione neo-autoritaria della società (11). Il rizoma così delineato ricomprende tutte le posizioni del centrodestra, tutte egualmente decisive nella determinazione complessiva della miscela populistico-plebiscitaria.

Tornando al nocciolo della questione che abbiamo sollevato, dunque, esiste uno scarto politico tra la modellistica della concertazione e quella della "società attiva", tra la politica del centrosinistra e quella del centrodestra. Non che le prime non siano censurabili (anzi); ma rimane una irrinunciabile esigenza di progettazione politica quella di saper operare delle distinzioni cogenti. L'analisi post-brigatista omette del tutto di leggere tale distinzione: in essa tutto è indistinto e tutto si sovrappone indifferenziatamente. Non spiegato rimane il passaggio di fase segnato dal successo elettorale del centrodestra alle ultime elezioni politiche. L'analisi politica posta a base della "azione D'Antona" viene riprodotta in fase di rivendicazione della "azione Biagi", come se in questi ultimi 3 anni niente di nuovo fosse intervenuto nel panorama politico italiano e internazionale. Ancora meno spiegate rimangono: a) la mobilitazione collettiva intorno all'art. 18; b) la contraddizione tra governo e sindacato e tra confindustria e sindacato. Se l'attuale fase politica fosse per intero plasmata dall'ipotesi neocorporatista, allora, la concertazione regnerebbe sovrana e alcuna contraddizione di rilevanza potrebbe insinuarsi tra governo e confindustria (da un lato) e sindacato (dall'altro).

Come da mesi ci mostra la cronaca politica quotidiana, governo e confindustria perseguono palesemente la sconfitta del sindacato:

a) o attraverso lo scontro frontale;

b) oppure attraverso l'accettazione da parte sua di un ruolo di sottomissione integrale alle regole del mercato e all'interesse di impresa.

In tutte e due i casi, risulterebbe destrutturato il rapporto tra il sindacato e la sua base sociale di riferimento; il che investirebbe l'esecutivo e il sistema delle imprese di un ruolo di rappresentanza delegata della forza-lavoro (occupata, disoccupata, inoccupata e occupabile). La posta in gioco dello scontro sull'art. 18 sta qui e risiede esattamente sul chi e come deve rappresentare non tanto e non solo il "lavoro salariato", ma il lavoro vivo in quanto tale, in tutte le sue forme materiali e immateriali e tutte le sue sfere di conoscenza, scienza e intelligenza. La sussunzione delle sfere di rappresentanza del lavoro vivo sotto le regole del mercato e dell'impresa, attraverso la mediazione decisionale attiva dell'esecutivo, estirperebbe coattivamente i diritti di cittadinanza sociale e politica dalla complessità dei sistemi della regolazione sociale che hanno segnato il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato sociale.

Ancora una volta, risaltano lo schematismo e l'anacronismo dell'analisi post-brigatista. La "rimodellazione sociale", di cui pure si argomenta, non passa per la "negoziazione neo-corporativa"; al contrario, si configura come negazione/superamento del neocorporatismo in tutti i suoi aspetti ed i suoi effetti, a partire dalla confutazione del ruolo di centro occupato dal lavoro salariato. Proprio perché il lavoro salariato (e/o il lavoro dipendente) non è più l'agente di valorizzazione principale, governo e confindustria tentano la spallata finale contro il sindacato, reputando che esso non sia ancora legittimato o, addirittura, delegittimato tra le figure emergenti ed in via di diffusione all'interno del cd. lavoro atipico.

Il calcolo non è completamente destituito di fondamento, visto che la sindacalizzazione delle nuove figure dei lavoratori atipici procede a rilento e tra grandi difficoltà. Senonché governo e confindustria, avendo messo a rischio le garanzie minime del sistema occupazionale e di quello previdenziale, anche qui sbagliano tempi, tattiche e strategie, ottenendo l'effetto contrario di ricompattare attorno al sindacato lavoratori garantiti e precari, pensionati e giovani, disoccupati e donne.

Non solo il post-brigatismo non fornisce alcuna lettura apprezzabile della mobilitazione collettiva intorno all'art. 18, ma rimane avvinghiato ad una posizione veteroperaista, calibrata sulla centralità del lavoro salariato; col che l'analisi compie un salto indietro di almeno 50 anni. Completamente ignorate sono le nuove dimensioni, le nuove dinamiche e le nuove frontiere che hanno per intero ridisegnato i modi del produrre e del lavorare che hanno visto emergere e diffondersi nuove figure lavorative, imperniate sulla produzione ed il trasferimento di conoscenza e informazione (12).

Nelle attuali condizioni del produrre, il carattere policentrico della composizione sociale della forza-lavoro viene meno, perché una ben altrimenti rilevante perdita di vigenza deve rivelarsi a monte: la crisi del lavoro vivo (non già e non solo del lavoro salariato) quale agente della valorizzazione. Divenendo ora il sistema dei saperi e della scienza applicata il nuovo agente della valorizzazione, anche la categoria di "composizione sociale" della forza lavoro e quella conseguente di "composizione politica" della classe operaia perdono la loro pregnanza euristica; figuriamoci le categorie che ancora si attardano intorno alla "centralità operaia"! Asimmetria, complementarità, differenziazione, complessità, cognitivizzazione e immaterialità crescenti costituiscono ora le nuove cornici del lavorare e del produrre. Non si statuisce più una differenza specifica tra il "cuore" ed il "margine" della produzione, ora egualmente attraversati e squassati dalle medesime dinamiche qualitative. L'immaterializzazione e la deformalizzazione delle condizioni di lavoro si dispiegano sia nel "cuore" che nel "margine", rendendo il "cuore" somigliante al "margine" in fatto di precarizzazione dei diritti e, viceversa, il "margine" somigliante al "cuore" in fatto di cognitivizzazione del lavoro.

Questa processualità sistemica e differenziata è ben chiara ad esecutivo e confindustria che ne forniscono una puntuale lettura autoritaria e regressiva. Rimane, invece, del tutto sconosciuta al post-brigatismo; da qui consegue un vuoto di strategia impressionante, in virtù di cui vengono inseguiti e perseguiti obiettivi illusori, in una relazione di completa divaricazione dal reale.

La contestualizzazione della strategia post-brigatista è irreale e, insieme, surreale. I processi sistemici e differenziati di rilevanza non vengono individuati; le tendenze storico-sociali in atto non sono adeguatamente interpretate; il quadro politico non è focalizzato con precisione, il conflitto sociale è analizzato con chiavi di lettura obsolete. Sui soggetti collettivi delle società globali e sulle loro lotte planetarie (13) non viene spesa una parola; come alcuna parola viene spesa sulla globalizzazione e sul riassetto dei sistemi di sovranità internazionale, al di là dei rituali e anacronistici richiami alla crisi, all'imperialismo e alla "tendenza alla guerra". In un contesto storico-politico in cui la mobilitazione collettiva va conoscendo una stagione di grande rigoglio a livello planetario, l'analisi e l'iniziativa armata del post-brigatismo si caratterizzano per il loro totale ripiegamento e la loro completa decontestualizzazione storica. Il post-brigatismo non parla soltanto un linguaggio vecchio, azionando e proponendo una semantica d'altri tempi, ma propone anche una spazialità senza spazio ed una temporalità senza tempo, riemergenti da strati decomposti del passato e dimensioni spettrali del presente.

Ma su un altro e decisivo elemento di contesto emerge una cesura netta tra il post-brigatismo e la passata esperienza della lotta armata.

In Italia, la lotta armata degli anni '70 e '80 va assunta come una deviazione dai percorsi e dalle culture del '68, pur essendo i suoi militanti formatisi in quei percorsi e quella cultura. Tra movimenti e lotta armata si stabilì, pertanto, un reciproco legame di negazione. Da un lato, la lotta armata elevava contro i movimenti una critica di inefficacia performativa, per non saper loro sollevare e risolvere la questione del potere. Dall'altro, i movimenti, non senza fondate motivazioni, imputavano alla lotta armata la precipitazione bellicista del conflitto sociale, con grave nocumento delle ragioni e delle speranze della trasformazione e rivoluzione sociale.

Oggi i movimenti non hanno culture e percorsi in comune con il post-brigatismo. All'antico legame di negazione si sostituisce ora la separazione totale. Le culture ed i percorsi entro cui i movimenti si vanno oggi costituendo e mobilitando non sono semplicemente la negazione di quelli entro cui si dà la costituzione e la mobilitazione del post-brigatismo, ma ne costituiscono l'antitesi positiva radicale. Se era fuorviante e strumentale stabilire un legame di coappartenenza organica tra il '68 e la lotta armata, ancora più falso e anti-storico è postulare una connessione, sia pure soltanto ideologica e culturale, tra i movimenti planetari ed il post-brigatismo, tra conflittualità sociale e azione armata.

Anche per questo, il disegno post-brigatista di porre l'azione armata come catalizzatore politico e coagulo organizzativo della mobilitazione collettiva è sconfitto in partenza. Tra azione armata e mobilitazione collettiva, oggi più di ieri, si danno uno scarto culturale incolmabile ed una frattura di linguaggi insuperabile. Tutt'al più, l'azione post-brigatista può ambire ad oscurare gli elementi chiave della situazione politica, producendo rumore a vuoto e disattenzione dalle questioni chiave dell'agenda della mobilitazione collettiva. Diversamente dai suoi progenitori storici, il post-brigatismo non può coltivare nemmeno l'illusione della "destabilizzazione" dell'ordine politico dato e nemmeno, in maniera perfettamente controfattuale, può contribuire a stabilizzarlo in maniera repressiva e regressiva. Ancora più della lotta armata degli anni '70 e '80, il post-brigatismo rivela tutto il suo carattere di eccentricità politica e residualità culturale. Proprio per questo, i colpi che ha inflitto e infliggerà sono e saranno più dolorosi e tragici.

(22 marzo-2 aprile 2002)

Note

(1) Si allude ad A. Chiocchi, L'impotenza armata. Il "ritorno" o l'impossibile "resurrezione" dell Br?, "Società e conflitto", n. 19-22/1999-2000.

(2) Sia consentito rinviare, su questi temi, ad A. Chiocchi, Catastrofi del 'politico'. Teatro di senso, razionalità e categorie della lotta armata, Quaderni di "Società e conflitto", n. 8, 1995, 1998, 1999.

(3) Rendiamo disponibile il "Comunicato di Rivendicazione" della "azione Biagi", riproducendolo dal sito dell'agenzia "caserta24ore", alla quale le "Br-Pcc" l'hanno spedito via posta elettronica il 21/03/2002.

(4) Si rinvia all'opera citata alla nota n. 2.

(5) Sulla straordinaria figura di questo intellettuale, cfr. il recentissimo "Dossier" di "Reset", n. 70, marzo-aprile 2002.

(6) Per una valutazione critica di insieme del "Libro Bianco", si rinvia all'articolo Dalla tutela del lavoro alla tutela del mercato. Considerazioni minime sul "Libro Bianco" del governo Berlusconi.

(7) Sulle mobilitazioni aventi per oggetto questo tema, cfr. l'articolo Lavoro, lavori e mobilitazione collettiva. Intorno e oltre l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

(8) Per una più attenta disamina di questa "azione", si rinvia all'articolo richiamato nella nota n. 1.

(9) Per una considerazione critica di questi contenuti del "Libro Bianco", si rinvia all'articolo citato alla nota n. 6.

(10) Si rinvia ancora all'articolo citato nella nota n. 1. Per una più puntuale disamina dell'esperienza della concertazione e del neocorporatismo in Italia, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi, Elogio del pensiero ricognitivo. Non solo diritto del lavoro: l'itinerario di Gaetano Vardaro, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 2000; in specie, la parte seconda del cap. 2.

(11) In questo senso, cfr. le analisi contenute nel bel libro di G. Caldiron, La destra plurale. Dalla preferenza nazionale alla tolleranza zero, Roma, manifestolibri, 2001.

(12) Sull'argomento, sia concesso rimandare ad A. Chiocchi, L'irrappresentato. Per un avvio di discorso sulle forme dell'irrappresentato, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 2002; segnatamente i capp. III-VII.

(13) Su questo tema sarà incentrato il prossimo Editoriale di "Focus on line".