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Focus on line, n. 10/11, luglio-ottobre 2001
E-mail: focusonline@cooperweb.it

ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

SUL PRECIPIZIO DEI POTERI GLOBALI.
DOPO IL "SETTEMBRE NERO" AMERICANO

 di Antonio Chiocchi

 

Infinitezza della storia e finitezza dei poteri

Nella comunicazione (non solo politica) si fa abuso, sempre più sovente, di un lessico "forte", ai confini del sensazionale; ma è indubbio che l'attentato dell'11 settembre alle Twin Towers di New York e al Pentagono di Washington costituisca uno di quegli "eventi epocali" che deviano il "corso normale" della storia.

Il decorso storico ha sempre movenze sue proprie che sorprendono puntualmente l'osservatore esterno, per il quale sono in gran parte impredicibili. Gli stessi detentori massimi delle leve del potere non sono in grado di prevedere e governare la storia; dal cui deflusso, al contrario, non di rado sono sorpresi e spiazzati. E tuttavia, a ben guardare, sono proprio le decisioni pubbliche dei detentori dei poteri che innescano dei micro e macro processi a catena, i cui esiti smentiscono flagrantemente le pianificazioni progettuali originarie.

Ora, per quanto decisori politici ed osservatori siano sempre sorpresi dall'irruzione di accadimenti traumatici, la storia "lavora" anche/o proprio sulle loro scelte e sui loro comportamenti. Decisori politici ed osservatori non solo sono attori controintenzionali, ma la loro intenzionalità è ben povera cosa, a confronto della massa degli avvenimenti e dei processi che si cumulano e combinano, facendo asse e deviando dalle scelte dell'attore politico e dalle strategie di vita quotidiana dell'osservatore e dei semplici cittadini. Possiamo dire, con piena cognizione di causa, che tutti siamo autori della storia e, insieme, suoi non-decisori. Autori, perché la storia è sempre il composto rielaborato di tutte le azioni e volizioni che entrano in contatto e/o confliggono; non-decisori, perché la storia è sempre altra e, spesso, di segno contrario, rispetto agli atti e alle volizioni decisionali. In quanto umani, possiamo essere ricondotti, a pieno titolo, nelle sfere dei fattori soggettivi dell'evento storico, ma di questo non possiamo mai risolvere o racchiudere la razionalità che, avendo un profilo sistemico e, insieme, asistemico, ha uno svolgimento sempre più complesso e differenziato. La cifra complessa e differenziata del processo storico, soprattutto nella società planetaria in cui stiamo vivendo, è tale che dalla complessità deriva sempre maggiore complessità (qualitativa e quantitativa) e alla differenziazione consegue sempre un maggiore grado di differenziazione (qualitativo e quantitativo), in un moto perpetuo che è, insieme, avvolgente ed espansivo.

Ciò ci fa dire, con un immediato richiamo al senso comune, che la storia si può interpretare ed osservare solo e sempre col senno di poi. Ma, come sempre, il senso comune non è uno strumento di indagine sufficiente; anzi, se enfatizzato, può condurci fuori strada, dando luogo a delle vere e proprie "illusioni ottiche"; vale a dire, costruzioni e rappresentazioni false e di comodo (cioè: ideologiche) della realtà. Il che smentisce quel convincimento "scientifico" assai diffuso che postula il senso comune quale contraltare disincarnato dell'ideologia. Esiste, invece, un'ideologia del senso comune ed è particolarmente ad essa cui i poteri, soprattutto nelle situazioni di crisi, fanno ampiamente ricorso: a partire dall'"apologo di Menenio Agrippa" fino a raggiungere le narrazioni moderniste e contemporanee intorno al "buon padre di famiglia" e al "buon figlio di famiglia", al "buon padrone" e al "buon servitore", alla "comunità degli amici" e alla "comunità dei nemici" e via discorrendo. Secondo una geometria variabile di simmetrie, complementarità e reciprocità, i luoghi comuni dei dominanti si rovesciano ed amalgamo con quelli dei dominati, alimentandosi e supportandosi a vicenda, anche qui in un movimento senza fine.

Accanto e prima del "senno di poi" esiste, però, il senno dell'ora: cioè, la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie decisioni. Poiché ogni azione e ogni decisione si prolunga nei suoi esiti (attesi e imprevisti), l'agire ed il processo decisionale includono entro il loro alveo la sfera della responsabilità rispetto al futuro. Ogni attore e ogni decisore dovrebbe, perciò, agire e decidere anche secondo un orizzonte futurante, conferendo prudenza, moderazione, flessibilità e reversibilità agli atti ed alle decisioni, confrontandosi non solo col contingente, ma anche con l'emergente ed il tendenziale approssimabile. La storia continuerebbe, sì, ad essere un quid ingovernabile, ma almeno si potrà cercare di abbassare il tasso di ricorrenza degli eventi catastrofici controintenzionali collegati, in particolare, all'agire ed al decidere della comunità politica dominante.

Da questo punto di vista, l'attentato alle Twin Towers ed al Pentagono è una perfetta catastrofe storica controintenzionale. È ovvio, persino scontato, che la terribile responsabilità primaria dell'attentato va attribuita ai propri autori. Ma questo non risolve il discorso sulla responsabilità e, soprattutto, non spiega sufficientemente l'evento; anzi, lo oscura.

Senza voler qui riferirsi alle sfere di ingiustizia scaturite dai "processi di civilizzazione" del pianeta principiati nel XV secolo, ma circoscrivendo l'analisi ad una finestra temporale a noi prossima, non possiamo sottacere che negli ultimi decenni i processi di globalizzazione, anziché alimentare strategie inclusive, si sono retti sulla esclusione generalizzata dalle leve del potere e dalla redistribuzione della ricchezza (materiale e immateriale) di 3/4 della popolazione mondiale. Le vecchie "aree del sottosviluppo" sono state precipitate nella miseria totale, al punto che la morte per fame e denutrizione è il destino quotidiano di miliardi di esseri umani.

L'esclusione dal potere e dalla ricchezza si è accompagnata ad un fenomeno ancora più esiziale: l'emarginazione e l'intolleranza culturali, in base a cui si tenta massivamente di togliere voce, lingua, memoria e dignità a identità culturali ed esistenziali altere o semplicemente diverse. Ciò sovralimenta la resistenza degli esclusi. Ed è nelle aree e sacche dell'esclusione estrema che proliferano fondamentalismi ed estremismi assoluti, per i quali la vita umana non ha valore in sé, ma è ridotta a funzione sovraordinata di un disegno teso all'annientamento del nemico. L'Occidente non porta solo la responsabilità della fame e della miseria dei popoli terzomondiali; ma anche quella di essere un canale di alimentazione di fondamentalismi estremi. Scoprirli in azione contro il cuore pulsante ed i simboli primari del potere occidentale aumentano l'effetto di shock e la spettacolarizzazione del trauma che consegue ad ogni catastrofe, quanto più essa è inattesa.

Le responsabilità dell'Occidente in fatto di alimentazione dei fondamentalismi, purtroppo, non si fermano al campo culturale e sociale; esse si estendono a piani di azione più strettamente politici. Per suoi fini politici ed interessi strategici, l'Occidente (con in testa gli Usa) non ha esitato (e, presumibilmente, non esiterà in futuro) a servirsi dei fondamentalismi. Per rimanere allo scenario mediorientale, gli Usa (ed i loro alleati) hanno fatto ampio uso di Saddam Hussein in funzione anti-iraniana, per poi scatenare contro l'Irak la "guerra nel golfo", all'inizio del decennio scorso; idem con i Talebani e Bin Laden: prima appoggiati in funzione anti-sovietica ed ora dichiarati "nemici assoluti" dell'Occidente. Gli israeliani non sono stati da meno: negli anni scorsi, sono arrivati a finanziare Hamas in funzione anti-Olp, salvo pentirsene ora amaramente! 2

I poteri ed i potenti hanno sempre cercato di piegare e amministrare la storia, facendo ricorso a strategie mobili di questo tipo. La mobilità delle strategie e delle alleanze sul teatro delle relazioni internazionali non fa che portare allo scoperto il tentativo di declinare l'irresponsabilità assoluta dei poteri e dei potenti rispetto alla storia. La permanenza e ricorsività dell'interesse strategico è qui la costante o, meglio, l'invariante; le alleanze attraverso cui assicurarle, la variabile. Sull'infinitezza della storia si scatena la finitezza dei poteri, stuprandola. Di per sé, il fenomeno è inquietante. Lo è ancora di più nell'attuale fase, in cui lo scacchiere internazionale ha come protagonista assoluta un'unica superpotenza.

 

Per un inizio di vita diverso

Una delle novità più rilevanti dell'attentato dell'11 settembre, su cui tutti i commentatori politici giustamente hanno riportato l'attenzione, è che gli Usa sono stati colpiti per la prima volta sul loro suolo. Paradossalmente (ma non troppo, forse), ciò avviene proprio nell'epoca in cui essi si ergono come unico ed incontrastato superpotere planetario. Finora, solo sul piano strettamente teorico e fantascientifico il potere unico si configurava (anche) come bersaglio unico. L'attacco alle Twin Towers ed al Pentagono ha rotto i formalismi della teoria e squassato le ossessioni della fiction, rivelando una realtà ancora più raccapricciante. I contraccolpi sull'immaginario collettivo occidentale sono stati devastanti. Anche perché, come da più parti è stato opportunamente rammentato, "non possiamo non dirci tutti americani", tanto in profondità lo stile di vita americano è, ormai, penetrato nelle fibre della vita quotidiana del pianeta, dallo spazio materiale a quello simbolico. E, forse, proprio per questo motivo si impone un rapporto più disincantato e ateo con questo stile di vita, senza maledizioni fondamentaliste e senza apologie unilaterali di segno opposto. Si tratta, molto più semplicemente, di superarne i limiti e di conservarne i positivi ed innegabili "punti di non ritorno".

Il "mito americano" dell'invincibilità e inviolabilità è stato attaccato in alcuni dei suoi topos originari. In epoca contemporanea, questo mito è stato indissolubilmente legato al nucleare e, dunque, è riconducibile in maniera stringente al bombardamento di Hiroshima e Nagasaky, atto fondativo e, insieme, peccato originale delle democrazie pluraliste occidentali. Dopo l'11 settembre, quel mito è segnato e violato da un'azione avente una cifra mitica ed una carica simbolica esattamente contrarie: la destabilizzazione delle democrazie occidentali, col ferro e col fuoco della morte di migliaia di civili innocenti.

Una risposta agli attentati dovrebbe partire dall'interrogativo da parte delle democrazie occidentali sul loro atto di fondazione originario maculato, facendo spostare e gettare lo sguardo sul loro volto oscuro e terribile. Il nemico non è solo fuori; è anche dentro. Non basta combatterlo fuori; occorre estirparlo anche dentro. E si tratta di due nemici diversi: fuori occorre fare i conti con la storia degli altri; dentro, con la propria. Fino a che una riflessione del genere mancherà, le guerre si concluderanno nel solito dei modi: la morte di migliaia di persone e la tragedia della mancata risoluzione dei problemi posti quali loro causale. Non si esce da questo dilemma terribile, se l'Occidente non appare disposto a riconoscere le proprie responsabilità ed i propri torti; a riconoscere e prendere commiato dall'orrido che lo deturpa e ne caratterizza ancora la storia.

Il guaio è che la guerra, in genere, è uno strumento evocato e pianificato proprio per perseguire finalità contrarie: conservare integri il proprio status ed i propri deficit, attaccando quelli altrui. In questo senso, non si limita ad essere una mera "continuazione della politica con altri mezzi", come ritenuto da Clausewitz. Nemmeno riesce ad elevarsi nel suo opposto, nel teorema secondo cui la politica è la "continuazione della guerra con altri mezzi", come suggestivamente adombrato da Foucault. La guerra è anche politica in senso autonomo; non semplicemente una sua proiezione. La politica è anche guerra in senso autonomo; non semplicemente un suo prolungamento. Tra politica e guerra, si situa il conflitto. La scelta a favore del conflitto scongiura la guerra; anche le politiche di guerra. Ed è la sola che si mostra in grado di attivare il dialogo tra le differenze e, attraverso questa via, il conseguimento di una pace, di volta in volta, negoziata e ricontrattata nelle condizioni del conflitto.

Controintenzionali appaiono tanto la scelta della "guerra globale" al terrorismo, dichiarata dall'amministrazione americana, che il "terrore estremo" praticato dalle organizzazioni fondamentaliste. Le azioni estreme di terrorismo planetario non sono in grado di intaccare la dominanza del potere Usa; al contrario, rafforzano gli Usa e consentono loro di coagulare uno schieramento internazionale progressivamente più largo. Allo stesso modo con cui, sul versante opposto, la "guerra globale" contro il terrorismo, a misura in cui mieterà vittime tra la popolazione civile, alimenterà e tramanderà per generazioni e generazioni odi e desideri di rivalsa sempre più intensi, allargando il fossato tra Occidente ed Oriente, tra Sud e Nord del mondo. Si sta qui seduti sul precipizio di un vicolo cieco: alla guerra segue all'infinito la guerra; esattamente come al terrore segue all'infinito il terrore.

All'amministrazione Bush, come ai loro alleati occidentali e medio-orientali, manca del tutto un approccio adeguato a queste problematiche decisive. Addirittura, è possibile rilevare un difetto di pianificazione strategica a livelli di analisi caratterizzati da una complessità inferiore. Se, come da ultimo ci ha ricordato G. Bosetti 1, sul medio-lungo periodo, il fondamentalismo islamico estremo è destinato alla sconfitta, per condizioni storiche esterne e suoi limiti intrinseci, allora, la scelta della guerra si rivela ancora di più nella sua controproducente insensatezza. Ma, ovviamente, nella scelta della guerra non sono ravvisabili unicamente inadeguatezza politica e pressappochismo strategico. In ballo v'è anche la sfrenata volontà di potenza delle tecnostrutture di dominio, all'ombra delle quali siedono i governi democratici occidentali. Il punto dolente è che le democrazie pluraliste occidentali sono in mano a neo-oligarchie dal basso profilo politico-culturale, dedicate anima e corpo alla mera riproduzione allargata del (loro) potere.

Un potere sconfinato ed illimitato è stato colpito al cuore. La sua inviolabilità è stata rivelata come illusoria 3. La spettacolarizzazione dei media (vecchi e nuovi) ha celebrato la perdita dell'inviolabilità che, per gli Usa, è stata una specie di perdita dell'innocenza. Il riflesso condizionato ha lacerato fin da subito questo potere globale; ancor più lo lacererà nel medio-lungo termine. La pulsione titanica di recuperare l'autorità infranta ed esercitare di nuovo, oltre i limiti precedenti, un dominio di tipo universale afferra subito le viscere e la rete nervosa del nuovo Leviatano. La trance istantanea si proietta nella progettazione, altrettanto immediata, di un atto di forza ancora più grande della ferita patita. Come in un infernale gioco di mosse e contromosse allucinanti e paranoiche, l'orrore della morte occupa per intero la scena. Sta qui la responsabilità più grave degli attentatori dell'11 settembre: aver fatto della morte un consumo spettacolare planetario. Sta qui la responsabilità più grande degli Usa e dei loro alleati: non sottrarsi a questo gioco mortale, per predisporre, invece, altre (e più efficaci e risolutive) risposte.

Se questo è il nostro presente e si profila anche come il nostro futuro prossimo, dobbiamo ricominciare a ridiscutere tutto, partendo da alcune domande essenziali. Dopo esserci chiesto: "Perché il terrore?", dobbiamo chiederci: "Perché la guerra"?.

Non si tratta di mettere sullo stesso piano, qui come in altre occasioni simili, aggressori e aggrediti: occorre sempre saper distinguere. Ci viene richiesto, invece, un esercizio di etica della responsabilità: esaminare le logiche di azione degli atti degli aggressori e degli aggrediti e scongiurare, attraverso questo esercizio, che la "vittima" di oggi si trasformi nel "carnefice" di domani. La dichiarazione di "guerra globale" al terrorismo non spezza la logica di azione degli aggressori, ma, in un certo senso, la eredita e la implementa su scale ancora più larghe, esaltando e immettendo in un circolo planetario logiche di azione mortuarie.

Alcuna ferita può essere sanata, in questo modo. Al contrario, la ferita originaria si trasformerà in una sorgente per ferite a catena, secondo una proiezione infinita nello spazio e nel tempo. Il sommerso ed il luciferino della storia vengono alla luce, scorrendo giù da questa sorgente: qui è il demoniaco a farsi storia. Non siamo presi da un sottile ed impalpabile male metafisico; piuttosto, sospinti nella voragine dell'orrore, di una umanità gettata in pasto all'odio ed alla morte. La mobilitazione totale contro il nemico assoluto è qui una mobilitazione totale a favore della morte: a partire dalla propria e finendo con quella dell'Altro.

Paure antiche e odi nuovi diventano le coordinate intorno cui la politica di dominio costruisce le sue pianificazioni belliche; sul lato opposto, odi inestirpati continuano a gettare il seme del terrore. È responsabilità di tutti arrestare queste logiche di azione e impedire che l'intero pianeta sia incendiato dall'odio. Proprio perché non v'è mai equivalenza tra aggressore ed aggredito, l'aggredito ha la responsabilità etica e l'obbligazione politica di rompere le architetture dell'aggressione, per allestirne altre, di altro segno e di ben altro senso, per dar corso ad un inizio di vita diverso.

 

I rischi non calcolati del decisore unico

Perlomeno dal secondo conflitto mondiale in avanti, la politica estera degli Usa, non può ritenersi semplicemente politica estera americana; ma si è via via elevata come condizionamento autoritativo delle politiche estere degli alleati occidentali. Dal 1989, con un'ulteriore dilatazione del suo campo di azione e delle sue sfere di influenze, la politica estera americana ha teso a coniugarsi e rappresentarsi come politica internazionale tout court: o, meglio, come la politica interna della globalizzazione.

Non è qui il caso di fare la storia della politica estera americana di quest'ultimo cinquantennio. Tuttavia, di essa vanno colte alcune componenti cardine, prima e dopo l'89.

Fino a tutto l'89, la politica estera americana ha avuto buon gioco nello stagliarsi contro il nemico assoluto dell'Occidente: il regime sovietico. Con la caduta dell'impero sovietico, essa ha perso il suo contraltare epocale. Nondimeno, ha continuato a coniugarsi in funzione di contrasto ed eliminazione del nemico assoluto, sia con le amministrazioni repubblicane che con quelle democratiche.

La proiezione dell'apparato simbolico e dei codici di mobilitazione della guerra fredda oltre le barriere temporali della persistenza storica di questa, però, incunea una massa di problemi di non poco conto che né le istituzioni politiche e né quelle militari americane sono state in grado di affrontare adeguatamente. In primo luogo, perché la circostanza richiedeva e richiede una redistribuzione dei poteri dentro e fuori le tecnostrutture del potere politico-militare. In secondo, perché la cultura della belligeranza esterna ha profondamente pervaso di sé il sistema politico e culturale, le coscienze individuali e l'immaginario collettivo americano.

Si è preferito mantenere in piedi tutta l'enorme impalcatura della guerra fredda, rifunzionalizzandola e rifinalizzandola contro il "nemico esterno" di turno. L'amministrazione americana ha goduto, conseguentemente, di una assoluta libertà di movimento nell'individuazione del nemico, a seconda degli interessi strategici e delle aree in cui l'interventismo militare veniva applicato. Ciò spiega, perché non vi siano state sostanziali differenze nella politica estera americana nel passaggio da Bush padre a Clinton e da Clinton a Bush figlio. Ciò spiega, inoltre, perché la politica estera americana sia stata così fallimentare: incapace di venire a capo, in via risolutiva, di neanche uno degli innumerevoli conflitti regionali su cui si è esercitata 4.

L'uso reiterato e ricorrente della forza, al di là delle apparenze, non è affermazione di autorevolezza; semmai, è la spia di una crisi di autorità e di progettualità strategica. Per rispondere alla loro crisi di autorità e di progettualità, gli Usa hanno fatto sempre più impiego della forza, in un circolo vizioso che si va estendendo all'infinito. Ciò ha fatto e fa gli interessi dei poteri e delle organizzazioni economiche che affidano le loro proprie fortune alla moltiplicazione dei conflitti armati nel mondo ed alla gestione dei traffici internazionali delle materie prime strategiche; ma non legittima una autorità politica; anzi. In questo senso, si rivelano convincenti quelle tesi che, da tempo, vanno sostenendo che gli Usa sono un "gigante militare" ed un "nano politico". Come ci ricorda G. Kolko: "Il problema dell'America oggi è quello di sempre; una politica senza una coerenza, una riflessione, un disegno politico. È il problema che non sono riusciti a risolvere in America latina, in Centro America. Ora hanno di nuovo un problema con il nemico da trovare o piuttosto da inventare. Il programma dello scudo spaziale, abbracciato da Bush, non è che la rappresentazione di questo fatto" 5.

La contemporaneità del venire meno del duopolio Usa-Urss e dell'esplodere massiccio dei processi di globalizzazione ha introdotto nel sistema delle relazioni internazionali una novità dalle conseguenze incalcolabili: la concentrazione nello spazio/tempo americano di tutti i problemi che agitano la scena internazionale. Le amministrazioni americane, da Bush padre fino a Bush figlio, hanno bellamente ignorato questa evidenza; o, peggio, hanno preteso di tenerla sotto controllo unicamente con la potenza tecnologico-militare. Gli Usa, nel sistema delle relazioni internazionali a dominante unica che si è andato delineando in quest'ultimo decennio, fungono non solo da input, ma anche da output dei conflitti internazionali. Mentre è innegabile che di questo sistema sono i decisori unici, rimane anche chiaro che ne divengono il bersaglio privilegiato, perché chiamati a rispondere della coerenza dell'ordine internazionale e perché il potenziale di conflitto è al loro interno che si condensa ai massimi livelli possibili. L'isolazionismo di Bush jr. è apparso, perciò, tanto più miope e folle. L'attacco dell'11 settembre ha messo in scena questo dato, a cui colpevolmente la teoria politica delle relazioni internazionali e, ancor di più, il pensiero strategico vicino alle posizioni del Pentagono hanno trascurato di dedicare la necessaria attenzione.

Fino all'attentato del'11 settembre, nel nuovo sistema di relazioni internazionali gli effetti di output sul decisore unico hanno assunto forme striscianti e contenuti meno dirompenti, "limitandosi" ad una generalizzata messa in discussione del primato americano nelle aree terzomondiali. Per la pochezza ed il fallimento della loro politica estera, la crisi di autorità e legittimità degli Usa è cresciuta tanto intorno al sottosistema degli input decisionali quanto intorno al sottosistema degli output. Di fronte a questi processi, che negli ultimi anni hanno assunto un profilo macroscopico, l'amministrazione Usa è sempre restata cieca e sorda.

Il fallimento degli input decisionali ha, così, finito con l'allargare il raggio di azione degli output decisionali. In un certo senso, ha preparato e assecondato il salto di qualità fatto dal sottosistema degli output, con l'attacco dell'11 settembre. La miopia principale della strategia americana è stata qui quella di aver consentito che gli output si accumulassero nel tempo e nello spazio, fino all'esplosione introiettiva nel cuore del sistema globale. Mentre gli input, a fronte del fallimento sistematico di tutte le strategie americane, non riuscivano ad esternalizzarsi, gli output si sono internalizzati, nel cuore del sistema globale!

Come è stato fatto rilevare, il terrorismo planetario estremo, purtroppo, ha anticipato i deliri di onnipotenza della nuova amministrazione americana: ha ri-pensato l'impensabile; così come l'1 maggio di quest'anno Bush jr. ha, per l'ennesima volta, ribadito 6. Se Bush è andato ipotizzando velatamente un uso strategico e localizzato del nucleare, il terrorismo estremo planetario ha concretamente messo in scena il "finora-impensato" con le formule pratiche dell'orrore. New York è stata rimessa di fronte ad un mondo estremo ed estraneo, di cui ha patito l'estraneità e l'ostilità. Le conseguenze sono state micidiali e devastanti. Eppure, in nessun luogo come a New York - e mai come in questa epoca - il mondo era di casa. In un certo senso, New York era ed è il mondo. L'amministrazione americana non ne ha tenuto debitamente conto; col risultato, l'11 settembre scorso, di vedersi proiettata in un incubo. Ma se il mondo era ed è di casa a New York, necessitava e necessita che da New York esso sia visto con occhi diversi; soprattutto ora, dopo la catastrofe 7.

 

Fugaci digressioni

Quale il "regime di vita" tenuto a battesimo l'11 settembre? Quale il "regime di vita" che la guerra di risposta all'11 settembre allarga e approfondisce?

Nell'ora si prepara il dopo: mai come oggi, questo antico adagio si rivela calzante e cruciale. Non è la guerra (questa guerra) che si sta preparando il dato più devastante in sé, bensì il carattere di totale distruttività dei suoi fatti immediati, ancor prima di quelli di medio-lungo periodo. Se è vero che l'attacco dell'11 settembre muta l'"ordine naturale delle cose", è nella scia di questo mutamento che interviene la guerra che incombe. Ciò ci induce a desumere che intanto e prima qualcosa ci è sfuggito. Qualcosa - e non da ora - è sfuggito non solo al pensiero ufficiale, ma anche a quello critico. Eppure, dai limiti del pensiero ufficiale e dai confini del pensiero critico dobbiamo ripartire.

Di fronte all'orrido, le strategie del silenzio costituiscono la risposta immediata. Ma l'ammutolimento che si riproduce all'infinito toglie alla vita anche i residui della sua gaiezza, la forza e la speranza della trasformazione. Sul precipizio, allora, occorrerà ritrovare le parole e le voci. Parole e voci, per dire di questo nuovo dolore infinito e di questa estrema spinta alla disumanazione del pianeta per tramite dell'uomo. Si precisa: "uomo"; non "genere" (umano). Ma trovare anche parole e voci che sappiano rintracciare il fervore e la gioia del cambiamento.

Eventi come quello dell'11 settembre, ancora di più, indicano che le categorie politiche tradizionali sono saltate del tutto - e non da ora. Ma le categorie di interpretazione e di critica non si improvvisano. E nemmeno si recupera facilmente il gap teorico che il pensiero critico, in tutte le sue molteplici manifestazioni, ha cumulato in questi ultimi decenni.

Siamo "seduti sulle spalle di giganti": è vero. Ma da quest'altezza la terraferma ed il mare aperto restano troppo lontani, fino al punto da risultare evanescenze fantasmatiche. A misura in cui questa evanescenza si gonfia, il tempo e lo spazio ci appaiono in prospettive sempre più distorte che o fanno perno sui tempi e sugli spazi della lontananza: non ora, recita qui il leit motiv di fondo; oppure si incardinano su quelli della vicinanza: non dopo, è qui il leit motiv. Nel primo caso, si eternizzano le finestre temporali e le categorie concettuali ereditate dal passato; nel secondo, si rende il presente un ingombro, saltandolo a piè pari. In gran parte, è in questa parabola che si è dissolta l'esperienza del pensiero critico degli anni '60 e '70. Nella medesima unità spazio/temporale, esso ha sia guardato troppo indietro che spinto troppo avanti l'occhio. Ne è conseguito uno sguardo schizofrenico e dispersivo, mentre il camminare, invece, risultava incerto, incauto e poco produttivo. La sconfitta (anzi: le sconfitte) degli anni '80 nascono anche da qui.

È finito per sempre il tempo dei "giganti del pensiero". L'attacco dell'11 settembre ci segnala che ne sono venute meno le condizioni di riproducibilità sociale, culturale e tecnica. Il nostro spazio/tempo ha implacabilmente annullato le distanze tra immanenza e trascendenza, tra pensabile ed impensabile, tra reale e virtuale, tra locale e globale combinandoli, sovraordinandoli e sovraimprimendoli in un tourbillon incessante. Per vedere e sentire, ora, occorre saper stare tanto in alto quanto in basso, tanto sul luogo quanto altrove. Non sappiamo e non riusciamo più stare "in alto" e "altrove"; non riusciamo ancora a stare "in basso" e "sul luogo". Qui il dilemma. E da qui le fugaci digressioni che seguono.

Siamo stati finora abituati a concepire lo Stato moderno come spazialità chiusa e, per contro, ci siamo subito abituati a pensare la globalizzazione come spazialità aperta. La sovranità, nella teoria politica classica 8, ha assunto il ruolo cardine di tempo, se non orologio, del potere. Le variabili politiche della sovranità dovevano aprire la geometria del potere, altrimenti bloccata e implosa nella statualità chiusa. Questa, grosso modo, l'architettura teorica intorno cui hanno finito col ruotare e differenziarsi i paradigmi politici che sono transitati dalla modernità all'attualità. Tanto per fare un esempio calzante, questo universo categorico vede schierati al suo interno, seppur su poli opposti, un Carl Schmitt con un Karl Marx e i loro vari eredi novecenteschi.

Ma lo Stato, quasi sicuramente, non è stato mai una spazialità chiusa. Tantomeno, la sovranità ne è stato l'efficace orologio regolatore interno. Le ermeneutiche consegnateci da queste chiavi di lettura sono discopribili, a quest'altezza del tempo, nella loro interna friabilità. Col che ci indirizziamo verso il "cuore" del pensiero controrivoluzionario e del pensiero rivoluzionario, con una movenza unica ed articolata. Aver ritenuto che le geometrie della sovranità si dispiegassero su una doppia e contrapposta direzionalità ha fatto incorrere in un errore, per eccesso di semplificazione. Ad un lato, si è posizionato il pensiero controrivoluzionario: comando dello Stato sul 'politico' a mezzo di sovranità; a quello opposto, il pensiero rivoluzionario: comando del 'politico' sullo Stato a mezzo della sovranità. Le teorie contemporanee della "governance", in gran parte, costituiscono una sorta di soluzione mediana tra queste due polarità e, per il resto, sviluppano e innovano i codici machiavellici dell'"arte della politica" e/o "arte del governo".

Lo Stato non si è mai rassegnato a rimanere confinato entro i suoi limiti iniziali: attraverso il 'politico' e la sovranità, ha sempre cercato di forzarne la soglia e ri-architettarne geometrie e contenuti. Piuttosto, il limite dello Stato sta nell'illimitatezza della sovranità. La sovranità dello Stato si estende sempre oltre il corpo dello Stato. Non solo e non tanto perché lo travalica, ma perché ne fornisce costruzioni di senso più onnicomprensive. Lo Stato si è sempre servito della sovranità e la sovranità ha sempre servito e "diretto" lo Stato. La teoria politica ha preteso di collocarsi in mezzo e da lì operare la sua scelta di parte, schierando il 'politico': 1) "o con lo Stato" 2) "o con la sovranità". In realtà, nel momento stesso in cui si sceglie l'uno si sceglie l'altra; e viceversa. Non è possibile spezzare la coappartenenza Stato/sovranità e, per questa via, risulta illusorio spezzare il "triangolo di forze" Stato/sovranità/'politico'.

In quanto tale, lo Stato non è solo stabilimento del confine, è anche e sempre superamento continuo del confine. Lo Stato è, per sua natura, sconfinamento. Ecco perché la guerra ha potuto essere concettualizzata e condotta sempre tra Stati. Ecco perché la sovranità è coessenziale alla guerra; e qui Foucault ci aiuta assai più di Hobbes e Schmitt. Non siamo spettatori della crisi (o implosione) dello Stato come spazio chiuso; bensì, con la globalizzazione, assistiamo alla crisi (esplosione) dello Stato come spazio aperto. Moloch, nello stesso tempo, va in frantumi in mille pezzi e si ricompone su una scala globale: non è più lo "Stato-nazione", non è nemmeno lo "Stato delle multinazionali", ma è lo Stato che tende a situarsi oltre i confini dati di partenza e da qui riposizionare la sovranità, con la (sua) forza ed il (suo) potere. Declina la sua fine: l'implosione, come un atto sorgivo: l'esplosione.

In tal modo, tende a coniugare l'illimite della sovranità come suo proprio illimite. Da qui rimonta la sua pretesa a legittimarsi come legalità sovrana intangibile e indefettibile. Come spazio chiuso, ingloba ora la sovranità; come spazio aperto, tenta di portare politicamente in giro la sua sovranità illimitata. La metamorfosi della figura dello Stato che avviene nell'epoca della globalizzazione è, sì, in radicale rottura con la forma-Stato che avevamo finora conosciuto, ma ne è anche l'erede legittimo. Negli spazi aperti della globalizzazione, lo Stato non è solo regolatore, ma anche agente di crisi, perché costantemente cerca di annettersi e succhiare il carattere illimitato della sovranità. Le due guerre mondiali del XX secolo rappresentano la base storica di accumulo di questo processo; le (prime) "guerre della globalizzazione" combattute nell'ultimo decennio del Novecento costituiscono una pallida anticipazione di quello che ci aspetta dietro l'angolo della storia.

Nell'epoca della globalizzazione, lo Stato apre e chiude gli spazi degli sconfinamenti, in base al puro calcolo politico della riproduzione allargata della sua potenza. È uno Stato globale che invade confini, per chiuderli e piegarli alla logica del proprio dominio. In quanto Stato globale, è apparato policentrico che si compone e scompone di variegate unità sotto una dominanza unica. Forma, questa, che lo vede assomigliare e, insieme, farsi differente dagli imperi del passato. Il carattere policentrico dello Stato globale non è solo un reticolo espansivo di alleanze mobili; ma anche unità di potenza, spazio e tempo: la massima potenza è ora coessenziale all'intensità del tempo e alla illimitatezza dello spazio, sia con riferimento agli effetti immediati che a quelli di medio-lungo termine. Ma la dimensione di globalità dello Stato sta ora anche in una ulteriore e decisiva circostanza: nel nuovo ordine internazionale a decisore unico, lo Stato globale è capace di risucchiare con le sue ventose la stessa resistenza potenziale e reale ai suoi voleri e poteri. Fa uso, secondo contigentamenti storici e geopolitici, di ex-nemici contro ex-alleati. E lo abbiamo visto. La razionalità dello Stato globale è tanto ferrea quanto mobile. Questo non vuol dire che sia efficace; anzi. La sua inefficacia è pari soltanto al suo carattere iperdistruttivo. E lo abbiamo cominciato a vedere, in questi ultimi 10 anni.

Appare chiaro, qualunque sia la sua dirompenza e massa d'urto, che la "guerra globale" contro il terrorismo non potrà mai avere la stessa risonanza spettacolare che l'attacco alle Twin Towers ed al Pentagono ha già avuto, come gli osservatori più acuti ed accorti hanno già trovato modo di segnalare. L'attacco terroristico ha mostrato e offerto al mondo, in diretta planetaria, un inedito epocale: la vulnerabilità del gigante americano (abbinata alla precipitazione degli indici delle borse). La "guerra globale", per contro, non può ambire ad impiantare e ramificare l'inedito. L'inedito v'è già stato: il crollo delle Twin Towers. La "guerra di pu(o)lizia internazionale" è qui un deja vu: uno spettacolo ed un mito, quindi, non ulteriormente consumabili. Sul piano della comunicazione globale e della spettacolarizzazione della comunicazione, le strategie Usa partono già sconfitte.

Occorrerebbe un'inversione di tendenza radicale: l'opzione a favore del conflitto e di strategie pacifiche, in luogo della scelta della guerra. Dal mito della guerra si transiterebbe al mito ed alle micronarrazioni della pace. Un terreno, questo sì, inedito, per le logiche di controllo politico-militare che hanno guidato l'interventismo Usa e dei loro alleati, in quest'ultimo decennio. Questa sì, una variabile di rottura delle spinte omicide e suicide che impregnano le logiche del terrore assoluto.

V'è una corrispondenza perversa tra il carattere suicida incarnato dagli attori del terrore estremo e le logiche mortali che modellano la pulsione alla "guerra globale" contro il terrorismo. I kamikaze del terrore sublimano la loro aspirazione alla vita assoluta nel sacrificio estremo della propria esistenza che diviene sorgente di morti a catena non solo e non tanto per il nemico estremo, quanto per civili inermi, indifesi ed innocenti. Secondo una perfetta logica complementare, la "guerra globale" al terrorismo sospinge sempre di più l'Occidente verso la prospettiva del suo suicidio.

Siamo qui posti di fronte ad un processo dalle tinte tragiche: il suicidio dell'Occidente. L'uso planetario della forza tecnologico-militare da parte dell'Occidente, ben lungi dall'assicurargli il primato assoluto sul globo, lavora alla sua autodissoluzione, a misura in cui esso tenta di insediarsi e territorializzarsi come autoritario ed assoluto padrone del mondo. Processo che, sulla media-lunga durata storica, gli organizzerà contro i risentimenti, l'odio e la ribellione di tutto il resto del mondo. Una civiltà retta fondamentalmente, se non esclusivamente, sul potere bruto è tendenzialmente destinata all'estinzione; mentre intanto, nell'immediato, si trova esposta ad attacchi interni ed esterni sempre più dirompenti. Questo antico principio politico-strategico vale soprattutto nella presente epoca storica, caratterizzata da interdipendenze temporali e spaziali assolute. Non estendere il calcolo strategico e la pianificazione politica a quest'ordine di problematiche cruciali è la prova svelata delle pulsioni suicide che presiedono e regolano le opzioni del decisore globale; non risvegliarlo dalla sua notte suicida è la mancanza più grave dei suoi alleati.

 (fine settembre 2001)

Note

1 Cfr. G. Bosetti, La sconfitta è il destino di Bin Laden, "il Nuovo", 21 settembre 2001. Nell'articolo, Bosetti suggerisce la lettura del libro di G. Kepel, Jihad, ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Roma, Carocci, 2001; richiamo che dovremmo accogliere tutti.

2 Ce lo ricorda, ultimamente, un lungo passaggio di un'intervista a G. Kolko, fine e profondo studioso della politica estera americana: "Gli americani, in Afghanistan, in Algeria, in Arabia saudita, in Egitto hanno negli ultimi dieci o quindici anni reclutato, addestrato e finanziato le persone sbagliate: la Cia, in Afghanistan, ha condotto una prima operazione antisovietica, finanziando i Mujahiddin con 6 milioni di dollari. Venne considerata dai servizi segreti un vero successo. Mezze figure del fanatismo islamico vennero incoraggiate e 'appaltate'. Sono questi oggi i principali responsabili della stragrande maggioranza degli assetti strutturali del fondamentalismo islamico. Sono tutti veterani dell'operazione Cia in Afghanistan; provengono dall'Algeria, dall'Arabia saudita, dall'Egitto, dalla Palestina; sono tutti reduci, ben armati e addestrati. O-Bin-Laden è uno dei tanti, il nome più noto. Dietro ai Talebani, in Afghanistan appoggiati dagli Usa, stanno i pakistani. Il Pakistan costituisce un elemento dell'assetto geopolitico molto importante, perché appoggia i Talebani e fa parte della coalizione dei paesi dell'Est asiatico (Seato) fra gli alleati degli Stati uniti. Ne risulta una spirale infernale da cui gli americani non riescono ad uscire. Essi hanno lavorato con tutti i fanatici islamici in varie parti del mondo. Li hanno mandati a combattere in Afghanistan ed in funzione antisovietica. Ma ora che il nemico sovietico non c'è più, che fare? È quesito a cui in queste ore gli strateghi attorno la tavolo della Casa Bianca non sanno cosa rispondere" (C'è una disperata ricerca di un "buon nemico", "il manifesto", 13 settembre 2001; intervista di Patricia Lombroso). Sulle "origini americane" di Osama bin Laden, cfr. due illuminanti articoli di M. Chossudosvsky (docente di economia all'Università di Ottawa): La serpe in seno, "il manifesto", 19 settembre 2001; L'utile mostro "wanted", "il manifesto", 20 settembre 2001.

3 A dire il vero, da tempo, erano state individuate falle nel "sistema di sicurezza" americano. Lo aveva rilevato da ultimo, nel febbraio del 2001, il rapporto "Road Map for National Security, Imperative for Change", siglato da una Commissione di esperti e di parlamentari, istituita nel settembre 1999 dal ministro della difesa del tempo, W. S. Cohen. Per una sintetica esplorazione del tema, si rinvia a S. Finardi, Le avvisaglie nei precedenti, "il manifesto", 12 settembre 2001. Emblematica, in questo senso, è anche la sottovalutazione strumentale di ogni analisi e avvertimento che ipotizzava non un attacco missilistico agli Usa da parte degli "Stati-canaglia", ma un'offensiva proveniente da organizzazioni non statuali. Nel febbraio del 2000, innanzi al senato americano sfilano le massime autorità istituzionali americane che debbono pronunciarsi sulla attendibilità e fattibilità del "rapporto Rumsfeld" (successivamente, ministro della difesa dell'amministrazione Bush), nettamente sbilanciato a favore dello "scudo stellare". Tra le tante voci favorevoli allo "scudo", si segnala quella "fuori dal coro" del responsabile dell'intelligence americana per i "programmi strategici e nucleari" (R. Walpole) che, così, si pronuncia: "Noi pensiamo che nei prossimi anni il territorio degli Usa potrebbe subire un'aggressione con armi di distruzione di massa e/o convenzionali utilizzando sistemi non missilistici (probabilmente da entità non statuali, cellule terroristiche), piuttosto che da attacchi convenzionali missilistici. Tali mezzi potrebbero essere utilizzati senza attribuzione di responsabilità (rivendicazione") (cit. Da A. Camuso, L'avvertimento inascoltato in nome delle lobby, "il manifesto", 18 settembre 2001).

4 "La storia della conduzione politica estera americana negli ultimi cinquant'anni ci ha dimostrato che l'impiego della forza bruta militare ha prodotto, come risultato, soltanto fallimenti a livello strategico" (così G. Kolko, op. cit.). In un'analoga prospettiva di analisi vanno le seguenti affermazioni di Eric Rouleau, scrittore, giornalista, ex ambasciatore di Francia, ambasciatore itinerante e inviato speciale del governo nella lotta contro il terrorismo: "La questione di affrontare politicamente il terrorismo non è neppure stata presa in considerazione dagli Usa. Tutta le retorica statunitense è militare, non politica. La prima domanda che avrebbero dovuto porsi è: perché gli Usa sono così detestati? Nessuno se lo chiede, ma è questo il terreno su cui cresce il terrorismo. E c'è una cosa ancora più grave: la cecità statunitense di fronte ai problemi politici" (Il dilemma degli Stati Uniti, "il manifesto", 19 settembre 2001; intervista di Anna Maria Merlo).

5 G. Kolko, op. cit.; corsivo nostro.

6 Sulle culture politiche e sui codici strategici sottostanti a questa posizione, cfr. il denso articolo di I. Mortellaro, Davanti all'orrore, all'impensabile, "il manifesto", 15 settembre 2001. A Mortellaro si deve l'osservazione dell'anticipo su Bush, da parte del terrorismo estremo, sul tema del "ripensamento dell'impensabile".

7 Riportiamo, in proposito, le sensate parole di M. Raskin, politologo alla George Washington University, già consigliere di J. Kennedy e fondatore dell'"Institute for policy studies": "Se il mondo è entrato in casa nostra con gli squarci nelle torri gemelle di New York, possiamo iniziare a vedere i problemi che ci sono nel mondo, possiamo metterci nei panni degli altri, smettere con l'amnesia per le conseguenze delle nostre azioni, pensare ad un sistema commerciale più equo, ad uno sviluppo sostenibile, a un disarmo radicale, al divario crescente tra ricchi e poveri del pianeta" (Il nemico nella fortezza, "il manifesto", 14 settembre 2001; intervista di M. Pianta,). Sulla stessa linea le osservazioni di Saskia Sassen: "La prima reazione americana all'attacco della scorsa settimana è quasi un topos 'siamo in guerra, andiamo alla guerra'. È una risposta sbagliata. Gli americani non hanno voluto vedere, celandosi dietro un muro invisibile costruito con i mattoni della prosperità, la miseria, il degrado ambientale e sociale che colpisce il Sud del mondo, ma anche, seppur in maniera minore, i paesi ricchi" (Attacco alla città globale, "il manifesto", 18 settembre 2001; intervista di B. Vecchi). Parole simili, certamente, non faranno da riferimento per le azioni militari annunciate (ed in via di organizzazione) dall'amministrazione americana e dai suoi alleati occidentali e medio-orientali.

8 Operando un'astrazione teorica ai limiti del lecito, intendiamo qui per "teoria politica classica" tutti gli indirizzi del pensiero politico occidentale dalla modernità all'attualità. Ciò ci serve per disvelare il dipanarsi delle continuità epocali, dalla modernità alla contemporaneità, delle strutture ed architetture della politica e mostrare l'incapacità del 'politico' moderno di pensarsi oltre quello classico e del 'politico' contemporaneo di situarsi oltre quello moderno. Da qui monta la necessità addizionale del tentativo di "forzare" definitivamente questi universi categorici.