Focus on line - Bimestrale telematico per ripensare la politica e le sinistre

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Focus on line, n.1, gennaio-febbraio 2000
E-mail: focusonline@cooperweb.it

ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

DAL PRESENTE AL DOMANI

di Antonio Chiocchi

In linea generale, tutti i tentativi fin qui prodotti "per ripensare la sinistra" muovono da due punti focali: (a) ancoraggio alla tradizione affermata dalla rivoluzione francese; (b) riposizionamento o rimozione concettuale della diade destra/sinistra (1).

In parte, questa chiave di lettura è resa obbligata dalla "storia critica delle idee" e dai mutamenti storici e civili che hanno accompagnato la transizione dalla società feudale alla società moderna. Ad essa va, però, imputato un rilevante deficit di articolazione.

Intanto, perché il passaggio dal feudalesimo alla modernità non è stato così lineare come la storiografia ufficiale ce l'ha consegnato. In secondo luogo, perché feudalesimo e modernità sono concetti e contesti storici con un notevole tasso di differenzialità interna, restii a lasciarsi risucchiare negli schemi concettuali rigidi in cui si è preteso di incasellarli.

Ancora. La discussione politica e filosofica, in via prevalente, ritiene la diade destra/sinistra caratteristica della modernità, non più della post-modernità e non anche della pre-modernità (2). La complessità e la differenziazione sociale (prima), la "caduta del Muro" e la globalizzazione (dopo) avrebbero svuotato di pregnanza euristica e senso politico entrambi i termini della diade. Si avanza, qui, la richiesta di un pensiero politico più complesso e articolato, finalmente capace di liberarsi dalle categorie dicotomiche in cui è rimasto finora impigliato.

La critica non manca di interesse e di legittimazione teorica e storica; peccato che sia svolta strumentalmente.

In realtà, nella maggior parte dei casi, con la liquidazione della diade destra/sinistra, si persegue il fine (nemmeno troppo nascosto, a dire il vero) di asportare dal corpo sociale, dalle codificazioni simboliche e dallo stesso immaginario collettivo le conquiste di civiltà comportate dalla penetrazione diffusiva di quei diritti civili e politici che hanno segnato il tramonto dell'antico regime, con la conseguente nascita delle repubbliche costituzionali (prima), delle democrazie parlamentari (dopo) e dello Stato sociale (infine).

Si deve riconoscere che siffatta operazione di destrutturazione regressiva dei diritti è, in parte, resa possibile proprio dalle rappresentazioni antinomiche ed unilineari del pensiero politico moderno (in generale) e di quello della sinistra (in particolare). La diade destra/sinistra è una di tali rappresentazioni: essa pretende di risolvere entro il proprio ambito dicotomico, in virtù del codice binario Si/No che la corrode internamente, l'intero universo del 'politico', delle relazioni sociali e delle forme simboliche. Essa, a ben guardare, nemmeno in età moderna appare teoricamente ed epistemologicamente legittima.

Il 'politico' non è circoscrivibile alla diade destra/sinistra: non è un'assiomatica, bensì una problematica.

Altrettanto deve dirsi per la società, la quale non è spiegabile e/o dominabile dal 'politico': non lo era nell'era moderna; ancora meno lo è in quella contemporanea.

A ciò si deve aggiungere che le forme simboliche hanno sempre rivelato e tuttora rivelano la loro completa autonomia e, spesso, la loro ribellione alle ragioni del 'politico': reclamano e richiamano idee di libertà e diritti più pregnanti e significanti.

La fragilità epistemologica e teoretica della diade destra/sinistra va ricercata nelle origini dicotomiche del pensiero politico moderno dominante e nelle successive scarnificazioni apportate dal pensiero politico contemporaneo (3).

Come non esiste una politica, così non esistono una destra e una sinistra; esistono le politiche, le destre e le sinistre.

Come le politiche non risolvono in sé il 'politico', così le destre e le sinistre non occupano per intero lo spazio della decisione e della comunicazione politica.

Stanno già scritte qui, in questo peccato originale del pensiero politico moderno trasferito in linea ereditaria al pensiero politico contemporaneo, le ragioni fondative delle derive del bipolarismo e del bipartitismo che, ovunque si sono affermati, hanno partorito apatia politica, disaffezione alla vita delle istituzioni, esclusione sociale ed emarginazione culturale.

Esistono altri spazi di decisione e comunicazione politica, a partire dal centro moderato di vecchio e nuovo stampo, continuando con le posizioni affermate dai "nuovi movimenti" negli anni '60 e '70 e concludendo con il femminismo, l'ambientalismo, l'ecologismo ecc. degli anni '80 e '90.

Il multiverso variegato dislocato dai "nuovi movimenti sociali", dal femminismo, dall'ambientalismo, dall'ecologismo ecc. non era accessibile e decodificabile dai paradigmi di sinistra ricorrenti: sia quelli riformisti che quelli rivoluzionari e sovversivi. Non è stato perspicuamente interpretato in passato. Non lo è ancora nel presente, dove il gorgo neoliberista: a) ha risucchiato e stritolato la memoria storica e l'identità culturale delle "sinistre di governo"; b) pietrificato in battaglie di retroguardia le "sinistre alternative".

Non aver fatto i conti con le origini dicotomiche del pensiero politico moderno e il minimalismo del pensiero politico contemporaneo: ecco il banco di prova su cui sono venute meno tutte le sinistre. È stato un fallimento culturale, prima ancora che politico.

Si è proceduto per simmetrie contrapposte: ognuna delle sinistre ha generato il suo dualismo valoriale e le sue gerarchie di senso mutilanti.

Non è bastato il '68, per portare alla luce i limiti dell'aproccio riformista, rivoluzionario e sovversivo.

Non è bastato il '77, per costringere ad una rimessa in discussione dei paradigmi fondativi delle varie sinistre.

Tutte le sinistre sono venute meno: chi in un modo e chi in un altro; chi portando più responsabilità e chi meno.

Ma tutte sono state accomunate da un'eguale incapacità: l'interpretazione della modernità e della contemporaneità. Anziché partorire nuovi paradigmi all'altezza dei tempi, in una relazione di continuità/discontinuità con il patrimonio culturale delle origini, le varie sinistre hanno riverniciato e irrigidito questo o quel paradigma della riforma e/o della trasformazione e/o del mutamento sociale.

Persino, le eresie maggiormente avversate e messe ai margini della discussione politica e della comunicazione sociale (si pensi, per fare un esempio, all'operaismo italiano da Panzieri a Negri) hanno fallito l'appuntamento con la storia a cui erano chiamate.

Di questo fallimento si tratta di prendere atto: non con un atto di abiura; bensì con un'opera di riattraversamento critico e di oltrepassamento culturale e politico.

Non esistono più gli spazi per le vecchie contrapposizioni politico-culturali: mantenerle ancora in piedi è un vezzo e, insieme, un lusso che nessuno può più concedersi. Posto pure, per un momento, che in passato ciò fosse giustificabile.

Occorre alimentare la discussione, le polemiche, i conflitti e le convergenze possibili dall'orizzonte dell'oggi e del domani: assumendosi ognuno le proprie passate e presenti responsabilità.

Occorre liberare energie nuove; elaborare nuove idee; sperimentare nuovi passaggi.

Mettersi di nuovo e meglio all'ascolto della storia, della società e dei suoi attori/soggetti differenziati.

Per ripensare le sinistre, è necessario ripensare la politica; per ripensare la politica, urge ripensare le sinistre.

Intorno a queste griglie tematiche articoleremo il nostro contributo. 

(gennaio 2000)