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Temi del dibattito politico italiano.

IMMIGRAZIONE ED EMERGENZA SICUREZZA
di Antonio Chiocchi

 

1) Con l'avvicinarsi della prossima scadenza elettorale, il dibattito politico, come ampiamente prevedibile, va assumendo i temi della immigrazione e della sicurezza come motivo dominante. Centrodestra e centrosinistra manifestano "sacri furori" contro immigrati, devianti e criminali. È sin troppo agevole ipotizzare che sicurezza e immigrazione saranno tra i temi che renderanno rovente la campagna elettorale, anche per l'effetto "cassa di risonanza" assicurato dal media system.

Se, nell'insieme, i "programmi" dei due schieramenti presentano non pochi - e non ininfluenti - punti di contatto, in tema di sicurezza e immigrazione quasi si sovrappongono. Con la differenza, non irrilevante, che mentre il "programma securitario" della "Casa delle libertà" è un organico programma di destra, quello dell'"Ulivo 2" (o che dir si voglia) di sinistra e di centro non conserva nemmeno il lessico.

La caduta di tensione dell'elaborazione progettuale, della strategia politica e della prassi di governo (al centro come in periferia), manifestata in quest'ultimo decennio dal centrosinistra italiano, trova proprio nei temi della sicurezza e dell'immigrazione alcuni dei punti di implementazione massima. Qui, più che altrove, viene alla luce la relazione pulsionale tra fenomenologie sociali e analisi politica securitaria. Il che veicola l'insediamento diffusivo dei pregiudizi politici e culturali ricorrenti, regalando allo schieramento avverso un bacino elettorale in costante espansione.

Molte le analisi, in proposito, avanzate. Sovente, da più parti, sono state evocate le categorie antinomiche del cinismo politico e dell'autolesionismo (1). Crediamo anche noi che queste categorie abbiano effettivamente minato ed inquinato pensiero ed azione del centrosinistra; tuttavia, le riteniamo meno centrali di quello che comunemente si tende a credere.

Soprattutto per la sinistra di governo, è operante una servitù ideologico-culturale tipicamente italiana, con i suoi perduranti effetti letali: il primato della logica e della razionalità dell'emergenza che ha avuto il suo battesimo di fuoco negli anni '70 e che da allora, in forme cangianti e rinnovate, non ha smesso di condizionare forme, strategie e attori di governo. Allora come oggi, la sinistra di governo è uno dei principali paladini dell'emergenza.

Cultura ed ideologia dell'emergenza stendono intorno a sé un velo di ignoranza e modellano in senso fortemente autoritario il fare politico. Esse si reggono su una costante: l'ideologizzazione del reale, interpretato e aggredito in maniera strumentale, secondo un'aspra razionalità anti-conflitto, caratterizzata da forti preclusioni alla domanda sociale e al diverso culturale.

Qui risiedono cuore e nerbo della "anomalia italiana" che, stando al campo delle forze in competizione e ai loro "programmi politici", sembra ben lungi dall'essere risolta (qualunque sarà l'esito della prossima competizione elettorale).

 

2) I territori smossi dell'immigrazione e della sicurezza si prestano, più di molti altri, alla rilevazione dei mutamenti di forma che, negli anni '90, hanno caratterizzato il "primato dell'emergenza". La loro analisi ci fa fare un passo avanti nella comprensione delle forme di governo e delle strategie di inclusione/esclusione in atto in Italia in quest'ultimo decennio. In ulteriore determinazione, ci consente di approssimare meglio il profilo e l'opera degli attori politici e dei decisori pubblici. Infine, ma non secondariamente, ci mette nelle condizioni di "abbattere" la catena dei luoghi comuni che, proprio partendo da immigrazione e sicurezza, ha invaso il dibattito politico e la discussione pubblica. Se l'agenda politica si va prevalentemente formando intorno all'immigrazione e alla sicurezza, soprattutto a fronte dell'ormai imminente scadenza elettorale, appare doveroso occuparsi di questi temi.

Dobbiamo esordire, ricordando che la mobilità migratoria, nelle società globalizzate, è divenuto un fenomeno assai complesso e sfaccettato. L'Italia è stata, tradizionalmente, un paese ad alta mobilità territoriale, distinguendosi sia come paese di emigrazione che come area di forte migrazione interna. Il dato nuovo, in quest'ultimo decennio, è che la figura del migrante è andata trasfigurandosi: lo straniero, l'extracomunitario; non più il meridionale. Nel contempo, anche la mobilità territoriale verso l'esterno (l'emigrazione) è andata contraendosi.

Siamo alla confluenza di una situazione complessa, in cui il triangolo industriale e i paesi capitalistici più sviluppati, tradizionale bacino di attrazione dei movimenti migratori italiani, non riescono a valere come intercettori organici e funzionali della forza-lavoro autoctona in eccesso. Emblematico il saldo migratorio negativo di 110 mila unità fatto registrare dal Mezzogiorno nel biennio 1996-97, orientato non più verso il Nord-Ovest (fa eccezione la Lombardia), ma prevalentemente verso il Nord-Est (soprattutto, Veneto e Friuli Venezia Giulia) ed il Centro-Est (soprattutto, Emilia Romagna e Marche) (2).

Le nuove tendenze migratorie procedono in parallelo ai fenomeni di arresto della contro-urbanizzazione che mettono parzialmente fine alla "fuga" dalle grandi città che aveva caratterizzato gli anni '80 e i primi '90; dai secondi anni '90, si vanno, invece, affermando processi di spopolamento dei comuni più piccoli (3).

È, questo, lo scenario generale entro cui si inserisce il fenomeno della migrazione extracomunitaria in Italia. Va subito affermato che, sia dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo, la presenza extracomunitaria, in Italia, appare ancora fortemente limitata: a tutto il 1998, infatti, la presenza straniera rappresenta soltanto il 2% della popolazione italiana (4).

Nasce da qui il paradosso: come è possibile che una percentuale irrilevante di immigrazione extracomunitaria trovi forme allarmanti di rappresentazione sociale?

La xenofobia non spiega tutto. O, meglio, chiede di essere spiegata, a sua volta, in quanto effetto di una concatenazione di cause; non già causale primaria (5). V'è qualcosa di più profondo da rilevare e districare, se l'immigrazione si traduce in emergenza sicurezza, divenendo uno dei fulcri della mobilitazione politico-elettorale e dell'organizzazione del consenso.

Per tentare di lumeggiare il fenomeno, è fatto obbligo indagare il campo di intersezione creatosi tra "primato dell'emergenza" e globalizzazione. L'intersezione in questione crea nuovi territori semantici e culturali, da cui germinano nuove forme simboliche, a cui attingono a piene mani le "campagne" di mobilitazione delle masse agitate dal sistema politico e dal media system.

Come si lega la perdita di alcune rilevanti prerogative di potere dello Stato-nazione — effetto strutturale e strutturante della globalizzazione — con il perdurare delle ideologie, delle culture, dei metodi e delle azioni della statualità nazionale (nella specie, lo Stato italiano)? In cosa il riprodursi del "primato dell'emergenza", idealtipo della forma-Stato e delle forme di governo nella democrazia pluralista italiana, cede il passo alla globalizzazione e in cos'altro, invece, mantiene fermi i suoi presupposti di azione? Quale l'amalgama nuova che ne viene fuori?

Da queste domande, gioco forza, dobbiamo ripartire.

 

3)  In generale, nel dibattito teorico-politico, si tende a conservare allo Stato-nazione la totale sovranità sulle problematiche della sicurezza e del controllo, mentre, invece, lo si colloca in posizione subordinata per tutto quel che concerne la decisione politica e le opzioni strategiche (6). Saremmo, insomma, di fronte all'inarrestabile e irreversibile obsolescenza della forma-Stato, se non, addirittura, alla morte del 'politico', ormai carcassa putrescente e interamente procedimentalizzato e/o amministrato.

Non potendo qui, per ovvi motivi, entrare nel merito della questione, dobbiamo limitarci ad osservare che le cose non stanno precisamente in questi termini. La perdita di alcuni (rilevanti) attributi di potere dello Stato nazionale non significa il tramonto dello Stato; bensì importa la declinazione di una nuova forma-Stato, allocata all'intersezione di locale (nazioni, regioni, aree territoriali) e globale (mondializzazione dell'economia, delle relazioni politiche e dei flussi comunicativi). La globalizzazione medesima soltanto nei costrutti culturali dominanti e nelle interpretazioni critiche di tipo apocalittico appare un universale categoriale e il metamondo dell'uniformità. In realtà, essa si va costruendo come una disseminazione reticolare di fenomeni globali di differenziazione sistemica e infrasistemica. Per essere più precisi: la globalizzazione è forma storicamente determinata dell'intersezione differenziatrice in divenire tra globale e locale.

Quale, ora, l'intersezione differenziatrice tra situazione italiana e processi di globalizzazione che fanno interpretare e stigmatizzare l'immigrazione con i codici dell'emergenza sicurezza?

Dobbiamo cogliere, a monte, la destrutturazione dei linguaggi e dei diritti che ha fatto da corona alla crisi del Welfare e al successivo crollo del duopolio Usa/Urss nelle relazioni internazionali. Tra i due fenomeni esiste un nesso di implicazione che non è stato ancora adeguatamente tematizzato; qui importa coglierne alcuni isolati aspetti di rilievo.

Possiamo datare l'iniziale dispiegamento dei processi di globalizzazione al crollo del "Muro di Berlino" che, assieme alla lunga crisi del Welfare e alla permanenza della guerra, disegna le coordinate strategiche che fanno da cornice alla fine del XX secolo. La perdita delle certezze internazionali si cumula con lo svanire delle certezze interne, costruite sull'esercizio dei diritti di cittadinanza. La paura diventa una categoria politica, più di quanto lo stesso Hobbes avesse mai compreso o immaginato. Quella che, negli anni '80, potevamo ancora definire come società del rischio (7), dagli anni '90 in poi, si trasforma in società della paura.

Diversamente dai paradigmi hobbesiani e neo-hobbesiani, la paura cessa di essere il trauma del 'politico'; al contrario, diviene uno degli investimenti strategici del 'politico'. Da fattore di crisi del 'politico', la paura si converte in risorsa della politica, divenendo una delle sue principali fonti di legittimazione. Qui l'alimentazione dei linguaggi della paura fa tutt'uno con la sovra-ordinazione dei linguaggi della politica.

Le nuove forme della statualità non si limitano al governo (amministrativo, procedimentale e simili) della paura, riducendosi a tecnologie di controllo. Non arretrano di fronte alla paura, ma la diffondono. Fondate e legittimate dalla paura, si rifondano e rilegittimano con strategie di reinsediamento, riconsolidamento e allargamento della paura. Ecco perché possiamo chiamare democrazie dell'insicurezza le nuove forme di governo politico affermatesi nella globalizzazione (8).

La democrazia dell'insicurezza, incrociando le culture e le prassi emergenzialiste italiane, deve necessariamente fare della sicurezza l'emergenza assoluta e permanente. Sono, questi, i sommovimenti profondi che hanno alimentato, nell'Italia degli anni '90, nuove forme di razzismo e xenofobia. La paura politica è stata eminentemente coniugata come paura dello straniero; la paura dello straniero è stata contestualmente trasformata in odio verso l'immigrato. Le istituzioni, a tutti i livelli, funzionano come agenzie politiche della paura. Partono da qui lo stigma, l'avversione e la contrapposizione verso i migranti (9).

 

4) La presenza degli immigrati, in Italia, è diffusa in maniera difforme in tutto il territorio nazionale e, nel contempo, ha una matrice sovranazionale (10). In ciò, il modello italiano di immigrazione è profondamente diverso da quello dei paesi di più antica immigrazione, i quali hanno raccolto bacini etnici selezionati. Ciò non impedisce che la domanda di sicurezza si orienti preliminarmente e prevalentemente contro gli immigrati.

La crescente domanda di sicurezza è la conseguenza diretta della democrazia dell'insicurezza di cui si è detto, delle sue culture e subculture e delle sue rappresentazioni simboliche e comunicative. Non deve sorprendere che essa sia, ormai, un fenomeno esteso a tutte le democrazie avanzate (11).

In Italia, la domanda di sicurezza si esercita su due piani fondamentali: a) contro i migranti; b) contro la micro-criminalità. Sovente, i due piani si sovrappongono. Il sistema politico è uno degli agenti di questa domanda, da cui trae legittimazione politica e consensi sociali a buon mercato.

Ma non è soltanto questione di consensi. L'emergenza sicurezza è anche banco di prova e, insieme, laboratorio dalle cui maglie la classe politica italiana:

a) approfondisce i processi di destrutturazione dei linguaggi e dei diritti tipici dello Stato di diritto e dello Stato sociale, riscrevendoli in maniera sempre più escludente;

b) cerca e trova una rinnovata legittimazione internazionale.

Nell'ordine internazionale, il migrante è assimilato al perturbante, da cui tutelarsi e a cui riconoscere una scala di diritti irrisori e, comunque, subordinati alla integrazione e assimilazione nella comunità di accoglienza. Contestualmente, il migrante è una sotto-specie e un pericolo pubblico.

Le strategie anti-conflitto della democrazia pluralista italiana trovano una conferma e, al tempo stesso, vengono rielaborate in uno scenario rinnovato che trova giustificazioni e legittimazioni a scala planetaria. Di particolare, l'emergenza sicurezza, in Italia, conserva il taglio marcatamente repressivo con cui forme ed azioni di governo sono state solite confrontarsi con la domanda sociale, la devianza ed il crimine (12). In Italia, anzi, l'emergenza sicurezza coincide in toto con le politiche di repressione e prevede la sospensione normativa dei più elementari diritti della persona e del cittadino a danno dei migranti, sequestrati in "campi di accoglienza" assimilabili ad un universo concentrazionario di tipo post-moderno. In ciò, purtroppo, non si segnalano grandi differenze qualitative tra le posizioni del centrodestra e del centrosinistra.

Il tutto avviene in una fase storica in cui l'immigrazione, in Italia, è un fenomeno ancora allo stato embrionale, al punto da poter tranquillamente smentire, con cifre alla mano, il falso teorema immigrazione = criminalità (13).

Non per questo, l'emergenza sicurezza contro l'immigrazione è riducibile ad una costruzione della falsa coscienza ideologica. Come abbiamo cercato di mostrare, essa è soprattutto una strategia politica in progress che tenta di ricompattare corpo politico e corpo civile della società intorno a tavole di diritti minimalisti sottoposte a costante erosione. Da qui la "società attiva" è periodicamente mobilitata contro le crescenti schiere degli esclusi, di cui i migranti costituiscono uno degli ultimi e più miseri anelli.

(gennaio 2001)

Note

(1) Una sintomatica rassegna di tali motivi è esposta sull'ultimo numero di "Reset" da G. Bosetti, Se la sinistra non piace a se stessa: http://www.caffeeuropa.it/reset/file/articoli/editoriale/articolo1.html

(2) Cfr. Istat, Rapporto Annuale 1998, Roma, 1999; in part., cap. 6.

(3) Ibidem.

(4) Ibidem; in part., cap. 7.

(5) Cfr., sul punto, le acute osservazioni di D. Bigo, Sicurezza e immigrazione. Il governo della paura, in S. Mezzadra-A. Petrillo (a cura di), I confini della globalizzazione. Lavoro, culture, cittadinanza, Roma, manifestolibri, 2000. Sui temi della sicurezza e dell'immigrazione, il volume appena indicato va assunto come uno dei riferimenti ineludibili del dibattito italiano.

(6) Per un interessante bilancio, cfr. P. P. Portinaro, Il futuro dello Stato nell'età della globalizzazione, "Teoria politica", n. 3, 1997.

(7) Cfr. U. Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2000.

(8) Per un primo percorso di analisi in questa direzione, sia concesso rinviare ad A. Chiocchi, Da dove ripartire? Ridare sguardo e cuore alla critica,

(9) Per questi processi, cfr. A. Dal Lago, Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli, 1999.

(10) Cfr. Caritas, Immigrazione: dossier statistico '98, Roma, Anterem, 1998; Istat, Rapporto Annuale 1998, cit.

(11) Per una efficace panoramica, cfr. S. Mezzadra- A. Petrillo (a cura di), op. cit.

(12) Questo il parere anche dell'insospettabile Censis: "... il modello italiano ha seguito orientamenti prevalentemente repressivi. Su questa scelta si può affermare che vi sia stata una singolare continuità di intenti in tutto il secolo, a partire dall'Italia sabauda, passando per quella fascista, per giungere a quella repubblicana fino ai giorni nostri. La risposta al crimine è sempre stata eminentemente punitiva. Sono cambiate le tattiche della repressione, c'è stata modernizzazione, miglioramento dell'efficienza di determinati settori, costituzione di nuovi organismi che permettessero di fronteggiare le diverse emergenze man mano che si presentavano. Ma la risposta al crimine è sempre stata ex-post facto. Ora, sebbene siano da ascrivere all’attivo di tale modello negli anni novanta una maggiore incisività contro la criminalità organizzata tradizionale ed una relativa stabilizzazione nel numero di reati è indubbio che ha fallito nell’obiettivo fondamentale: rassicurare i cittadini bloccando l’ascesa dell’allarme sociale" (Censis, Le paure degli italiani. Criminalità e offerta di sicurezza, Roma, 2000).

(13) Cfr. Censis, Cittadini insicuri nell'Italia multietnica, Roma, 1999.