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Temi del dibattito politico italiano.

L'ECONOMIA DI BERLUSCONI
di Antonio Chiocchi

1. Come si ricorderà, gran parte della vittoria della "Casa delle libertà" alle elezioni del 2001 fu dovuta al particolare appeal comunicativo del programma berlusconiano, del quale la promessa di un "miracolo economico" prossimo venturo era uno dei gangli vitali. A quasi due anni di distanza, non appare superfluo ritornare sul tema, per andare ad una prima verifica dei programmi e delle politiche di Berlusconi in campo economico.

Iniziamo con il dire che la politica economica del governo Berlusconi è stata costretta ad una serie di ripiegamenti progressivi, fino ad abbandonare esplicitamente, con la finanziaria del 2003, l'annunciato programma del "miracolo economico". Al di là dei contenuti ideologici e di propaganda che impregnavano quelle (come, in genere, tutte le) promesse elettorali, va rilevato che l'analisi macroeconomica e le previsioni di medio termine della coalizione governativa sono state ben presto impietosamente falsificate dalla realtà. Ciò a prescindere dalle mutazioni di scenario successive all'attentato alle Twin Towers del settembre 2001, a seguito delle quali, tuttavia, la politica economica del governo Berlusconi non ha subito sostanziali variazioni.

Alcuni dei nodi strutturali dell'economia italiana sono venuti al pettine, proprio in concomitanza dell'insediamento del secondo governo Berlusconi; nodi su cui, dal governo Amato I del '92 al governo Amato II del 2000, si erano a lungo esercitate politiche economico-fiscali di contenimento del disavanzo pubblico, di adeguamento ai parametri di Maastrich, di rilancio produttivo e razionalizzazione della macchina istituzionale. I governi di centrosinistra succedutisi alla guida del paese, quasi ininterrottamente per tutti gli anni '90, avevano impegnato tutte le loro risorse su questo terreno, ottenendo significativi risultati, ma anche trascurando questioni essenziali, prima tra tutte la sperequazione crescente tra "redditi da capitale" e "redditi da lavoro".

Ora, la sproporzione a cui si è appena fatto cenno era, a sua volta, la risultante di un "modello" di sviluppo industriale e di redistribuzione della ricchezza tutto italiano, con lacune e vizi gravi, su cui il centrosinistra aveva colpevolmente omesso di intervenire seriamente. Al contrario, si era proposto come affidabile "attore di governo" proprio razionalizzando e modernizzando quel modello. Col che tutti i meccanismi di mobilitazione e organizzazione del consenso attivati divennero perfettamente asimmetrici: la dichiarata volontà della cattura della fiducia del mondo imprenditoriale e finanziario di rango agiva a tutto danno del radicamento del consenso tra lavoratori, disoccupati, ceti medi produttivi, emarginati ecc. Quando, a fronte dell'iperstabilizzante offerta berlusconiana, i ceti politici, economici e finanziari forti l'hanno abbandonato, il centrosinistra non poteva che colare a picco.

Con il "miracolo economico", Berlusconi sostanzialmente prometteva agli italiani il passaggio da un'economia statica ad una dinamica, candidandosi come l'unico attore conforme allo scopo. In buona parte, Berlusconi e i suoi alleati credevano veramente di raddrizzare l'andamento del ciclo e sospingerlo verso l'alto, attraverso una riedizione di piccolo cabotaggio delle politiche dell'offerta, lanciate da Reagan e dalla Thatcher negli anni '80 del ventesimo secolo. Questo pare tuttora, in particolare, il fermo convincimento di Tremonti, il superministro dell'economia del Berlusconi II.

Riassumendo in breve, sin dal "Contratto con gli italiani" e dal famoso "Pacchetto dei 100 giorni", il governo Berlusconi affidava il rilancio dello sviluppo ai seguenti indirizzi di politica economico-finanziaria:

  • emersione dell'economia sommersa in funzione dell'innalzamento del Pil;
  • riduzione delle quote Irpef in funzione della stimolazione dei consumi;
  • aumento dei proventi erariali in funzione dell'equilibrio dei conti pubblici;
  • rientro dei capitali illegalmente esportati in funzione dell'aumento degli investimenti;
  • deregolamentazione e flessibilizzazione estreme del mercato del lavoro in funzione della libertà di impresa;
  • lancio in grande stile di un faraonico programma di opere pubbliche in funzione della ripresa produttiva.

Come risultato finale, il governo si attendeva, già nell'immediato, una crescita più sostenuta di quella dei competitori europei e, comunque, non inferiore al 3%. È opportuno ricordare che il Dpef prevedeva per il 2002 un tasso di crescita del reddito pari al 3,1%. Ben presto, la previsione si rivelò clamorosamente errata.

"Meno tasse e più libertà d'impresa = più sviluppo": questo, ridotto all'osso, l'ingenuo teorema economico del governo Berlusconi. Il teorema nascondeva un corollario non meno insidioso: il finanziamento dell'utile di impresa attraverso il mero abbattimento dei costi di produzione (in primis: il lavoro), anziché l'attivazione di scala dei processi di innovazione. Più sviluppo finiva con il coincidere con "meno tasse e più flessibilità", con un attacco sistematico alle libertà e ai diritti dei lavori e dei lavoratori: emblematiche, per tutte, le vicende sull'art. 18 dello SdL. Il circolo chiuso dei vizi dell'economia italiana e delle sue classi dirigenti, così, veniva replicato in una delle versione peggiori che è stato finora dato rilevare.

 

2. Va doverosamente ricordato che in posizione di perfetto "allineamento" con l'ottimismo berlusconiano non fu soltanto la Confindustria di D'Amato; anche autorevoli istituzioni e uomini delle istituzioni vi prestarono fede. Questo fu il caso, segnatamente, del governatore della Banca d'Italia. Nel corso delle rituali "Considerazioni finali", il 31 maggio 2001 (a poche settimane dal successo elettorale di Berlusconi), Antonio Fazio espressamente affermò che il "miracolo economico" italiano del 1958-64 poteva essere replicato. In occasioni successive, il governatore non mancò di confermare puntualmente la sua fiducia al ministro Tremonti ed ai suoi programmi.

Tuttavia, i riferimenti ispiratori della politica economica berlusconiana restavano all'estero. Sotto questo riguardo, un particolare ruolo è svolto dal rapporto del luglio 2000 della "Free Foundation", la quale elaborò un modello di sviluppo basato su due shock: a) riduzione delle tasse; b) estensione della flessibilità salariale, previa abolizione del contratto nazionale (1). Gli effetti combinati del doppio shock avrebbero portato, secondo la "Free Foundation", un aumento del 4% nel successivo quinquennio (2).

Secondo questo impianto teorico, i "fattori della produzione" creerebbero di per sé le condizioni dello sviluppo. Sarebbe sufficiente garantire tutte le clausole formali e materiali, affinché l'offerta del capitale possa liberamente dispiegarsi, per inanellare una serie di "circoli virtuosi": dalla "liberazione" di capitali per investimenti produttivi alla "libertà dell'imprenditore" (finalmente affrancato da "lacci e lacciuoli") fino al riequilibrio dei conti pubblici. Lasciare "mano libera" agli imprenditori, in quanto autorità sovrana imperante sull'offerta: ecco il leit-motiv di fondo della teoria.

Già la famosa "curva di Laffer", in piena "controrivoluzione reaganiana", preconizzava che ad ogni decremento del carico fiscale avrebbe dovuto corrispondere un incremento del reddito, a cui avrebbe fatto seguito un corrispettivo aumento del gettito fiscale (3). Si è visto come, invece, le cose siano andate assai diversamente. Già negli anni '80 del secolo scorso, il bilancio Usa e quello britannico precipitarono in un pauroso deficit; lo stesso fenomeno si sta ora verificando con Bush jr.

Senonché, già entro l'ambito delle strutture di comando sovranazionale dell'economia, la superstiziosa fede berlusconiana-tremontiana nelle virtù palingenetiche dell'offerta suscitò più di un dubbio. Gli ispettori del Fmi, arrivati a Roma nel giugno 2002 per un primo bilancio del programma economico del governo Berlusconi, espressero serie perplessità: "Come dimostra l'esperienza di altri paesi sarebbe imprudente affidarsi a effetti incerti dal lato dell'offerta per finanziare tagli alle imposte" (4). Critiche, si badi bene, che provenivano da uno dei tempi internazionali del neoliberismo!

Nemmeno si può dire che le previsioni ottimistiche del governo Berlusconi si fondassero su un trend di sviluppo dell'economia mondiale. Al contrario, tutti i più prestigiosi istituti di ricerca internazionali e nazionali concordavano nel giudicare stagnante la congiuntura economica del 2001, a confronto di quella del 2000; e le previsioni per il 2002 erano ancora più pessimistiche! L'aspettativa di crescita dell'economia Usa per il 2001 era stata data all'1,5% (contro il 4,1% realizzato nel 2000); a consuntivo, la crescita risultò ancora più ridotta: 1,2%. La medesima Commissione Europea fu obbligata a rivedere, al ribasso, le sue previsioni di crescita per il 2001, facendole calare dal 3,2% al 2,8%; a consuntivo, la crescita nell'area dell'euro fu drasticamente più bassa: 1,5%. Ben prima dell'11 settembre 2001, analisti e istituzioni ebbero chiaro che ci si avviava verso una recessione internazionale, di cui la crisi dei mercati mobiliari (+ l'evaporazione della "bolla tecnologica") rappresentava il segno rivelatore più esplicito.

Dopo lo shock delle Twin Towers, il governo Berlusconi fu costretto ad una revisione delle sue stime di crescita, ma lo fece con troppa moderazione e senza mettere minimamente in discussione i capisaldi offertisti della sua linea economica. Con la relazione previsionale di settembre 2001, il governo fece scendere dal 3,1% al 2,3% la stima di crescita del Pil; mentre il Fmi, per il 2002, ipotizzava una crescita consistentemente più bassa: 1,4%.

Nondimeno, in virtù del proprio fideismo mercatista, il governo Berlusconi non si preoccupò di definire meglio il piano macroeconomico e continuò a battere la strada delle politiche urgenti a pioggia, in un quadro che permaneva di tipo offertista. Addirittura, come i commentatori più avvertiti non hanno mancato di far rilevare, la politica degli interventi economici a pioggia (dal "Pacchetto dei 100 giorni", in avanti) veniva lanciata, senza che fossero nemmeno delineati i profili macroeconomici.

Il dato strutturale che ha finora caratterizzato la politica economica del governo Berlusconi è stata la mancanza di un framework congruo e coerente. Se per i commentatori esterni l'assenza di un profilo macroeconomico certo e attendibile è classificato come un "vizio", per il l'esecutivo in carica appariva una "virtù", in quanto gli consentiva una libertà di manovra assoluta.

L'indirizzo di politica economica prevalente è stato quello di "andare avanti" con misure transitorie, finalizzate a "fare cassa" una tantum e nella quantità maggiore possibile. L'andamento dei conti pubblici si è trovato fortemente sovraesposto, perché l'afflusso di entrate non poteva essere garantito secondo una linea temporale permanente. Già nel suo rapporto sul 2001, la Banca Centrale Europea sottopose a dura critica il governo Berlusconi, per il fato che l'aumento di gettito delle entrate dipendeva non da interventi strutturali, ma da "misure transitorie", a fronte del carattere costante dell'aumento delle spese. La medesima Banca d'Italia, attenuatasi l'iniziale empatia, nel corso del 2002 ha ripetutamente sollecitato l'esecutivo ad una "correzione strutturale" dei conti pubblici.

I provvedimenti di condono semitombale contenuti nella finanziaria del 2003 hanno rappresentato l'esaltazione allo stato puro di questo orientamento: il rastrellamento una tantum è elevato ad unico criterio di politica finanziaria, con l'inevitabile compromissione di medio-lungo termine del bilancio dello Stato. In mancanza di una politica di interventi strutturali, diventa chiaro come il governo dovesse fare appello ad un generico quanto poco plausibile ottimismo intorno alle "sorti progressive" del mercato.

Occorre osservare, però, che il graduale peggioramento dei conti pubblici fatto registrare dal governo Berlusconi è dipeso anche dal ristagno dell'economia internazionale, da cui è conseguito un minore calo dei tassi di interesse. Tuttavia, rimane da rilevare un nodo di fondo: le scelte di politica economica offertiste e mercatistiche del governo permangono inconciliabili con un programma di risanamento della finanza pubblica. Le "misure transitorie" si sono rivelate degli espedienti contabili che, mentre facevano rientrare il deficit corrente, aumentavano le spese future! È opportuno cogliere, di passaggio, l'ideale continuità storica fatta registrare in materia con gli "artifici di bilancio" partoriti, a cavallo del XIX e XX secolo, dalla "Destra storica", dalla "Sinistra storica" e dalla "maggioranza giolittiana". Si è trattato e si tratta, insomma, di un antico e perdurante "malcostume di governo".

Le difficoltà economiche del 2001 si proiettarono per intero sull'anno successivo, amplificandosi. A giugno del 2002, difatti, la produzione industriale risultò inferiore del 5,4% a quella dell'anno precedente; per contro, nei primi 6 mesi dell'anno, il Pil crebbe soltanto dello 0,1-0,2%.

Il governo Berlusconi, nel Dpef presentato nel luglio 2002, dovendo tener conto dei trend recessivi che intanto si andavano consolidando, si era affrettato ad abbassare le previsioni di crescita dal 2,3% all'1,3%. Ma i dati del mese di giugno già smentivano queste previsioni, ancora una volta, sin troppo rosee: su base annua, quei dati facevano ipotizzare una crescita del Pil poco al di sotto dell'1%.

Per chiudere con quest'ordine di problematiche, due sembrano i fattori caratterizzanti della situazione economico-finanziaria italiana sotto il governo Berlusconi:

a) tasso di crescita del Pil più basso di quello dei maggiori competitori comunitari; il che intenziona una decrescente produttività di sistema;

b) tasso di crescita del debito pubblico più alto in ambito comunitario; il che produce una crescente strozzatura del bilancio dello Stato.

 

3. Può essere utile seguire dappresso lo zigzagare delle linee di previsione del governo Berlusconi in materia economica, disaggregando 5 grandi aree (5).

  • Saggio di crescita del Pil

- Nel Dpef del luglio 2001, il governo stimava un saggio di crescita del 3,1% per il 2002 e del 3,2% per il 2003.
- Nella successiva "Nota di aggiornamento" di ottobre, la stima della crescita già scendeva al 2,3% per il 2002 e al 3% per il 2003.
- Nel Dpef del luglio 2002, il governo stimava una crescita dell'1,3% per il 2002 e del 2,9% per il 2003.
- Nella "Nota di aggiornamento" di ottobre 2002, il governo stimava una crescita dello 0,6% per il 2002 e del 2,3% per il 2003.

 

  • Rapporto Deficit/Pil

- Nel Dpef del luglio 2001, il governo stimava un valore pari a -0,5 per il 2002 e a 0 nel 2003.
- Nella "Nota di aggiornamento" di ottobre 2001, il valore previsto è pari a -0,5 per il 2002 e a 0 nel 2003.
- Nel Dpef di luglio 2002, il valore previsto è di -1,1 per il 2002 e di -0,8 per il 2003.
- Nella "Nota di aggiornamento" di ottobre 2002, il valore previsto è pari a -2,1 per il 2002 e a -1,5 per il 2003.

 

  • Rapporto Debito/Pil

- Nel Dpef del luglio 2001, il governo stimava un valore pari 103,2 per il 2002 e a 100,6 per il 2003.
- Nella "Nota di aggiornamento" di ottobre 2001, il valore previsto è di 104,4 per il 2002 e di 100,6 per il 2003.
- Nel Dpef di luglio 2002, il valore previsto è di 108,5 per il 2002 e di 104,5 per il 2003.
- Nella "Nota di aggiornamento" di ottobre 2002, il valore previsto è di 109,4 per il 2002 e di 105 per il 2003.

 

  • Tasso di inflazione programmata

- Nel Dpef di luglio 2001, il governo stimava un tasso di inflazione dell'1,7% per il 2002 e di 1,3% per il 2003.
- Nel Dpef di luglio 2002, il governo stima un tasso di inflazione dell'1,7% per il 2002 e dell'1,4% per il 2003.

 

  • Tasso di inflazione tendenziale

- Nel Dpef di luglio 2001, il governo stimava un tasso di inflazione dell'1,8% per il 2002 e dell'1,6% nel 2003.
- Nel Dpef di luglio 2002, il governo stimava un tasso di inflazione dell'2,2% per il 2002 e dell'1,7% nel 2003.
- L'Istat, ad agosto del 2002, stimava un tasso di inflazione del 2,4%% per il 2002.

Come si vede, dall'oscillazione dei dati emerge un quadro previsionale instabile, sottoposto a riaggiustamenti continui e, comunque, sempre dissonanti rispetto ai processi reali. Tant'è che, perfino, i dati di Confindustria risultarono più pessimistici di quelli elaborati dal Tesoro. L'incapacità di governo dell'economia è messa in risalto proprio dal moto pendolare che ha caratterizzato le stime dell'esecutivo, con particolare riferimento ai conti pubblici. Ora, i vincoli al debito pubblico rappresentano una materia estremamente delicata, per il risvolto comunitario immediato che hanno, essendo la riduzione del rapporto debito/Pil uno dei fuochi del "patto di stabilità".

Il governo Berlusconi non ha tenuto sufficientemente in conto tale variabile, già in fase di campagna elettorale, impegnandosi in un programma di opere pubbliche sprovvisto delle adeguate coperture di spesa. Il punto è che, ponendo in piano l'aumento delle spese in investimento pubblico, dovendosi contenere il rapporto debito/Pil, si è obbligati a porre mano alla riduzione delle spese correnti: pensioni, sanità e pubblico impiego. Col rischio di non condurre in porto le opere pubbliche pianificate e col danno di aver ulteriormente penalizzato il già carente sistema delle politiche sociali. Da qui prende cominciamento quella rovinosa discesa sul piano inclinato della smentita di altri "impegni forti" presenti nel programma elettorale berlusconiano: il varo di faraoniche opere pubbliche e l'aumento ad un milione mensile delle pensioni minime.

Basti pensare che:

a) i pensionati che hanno incassato gli aumenti promessi sono ben pochi: a tutto il 2002, le richieste (si badi: le "richieste", non le "concessioni") di adeguamento delle pensioni minime risultano di poco superiori alle 200 mila;

b) il sistema pensionistico e quello sanitario vedono aleggiare sulla loro testa la "spada di Damocle" di controriforme massicce;

c) la finanziaria 2003 per investimenti per grandi opere ha stanziato un ammontare inferiore alla cifra media degli ultimi 10 anni.

Altri tasselli del "miracolo" sono, così, mestamente e visibilmente crollati. Ve ne sono stati altri ancora che, seppure in maniera poco visibile, hanno seguito l'identica sorte.

Prendiamo, per es., una delle chiavi di volta della finanziaria del 2003 (e del programma elettorale della "Casa delle libertà"): la riduzione delle tasse. Secondo il governo, gli sgravi fiscali comportati dalla riduzione dell'Irpef avrebbero mobilitato circa 5,8 miliardi di euro di risorse aggiuntive. Un'indagine puntuale del Centro Europa Ricerche (Cer) del novembre 2002 ha smentito questi dati in maniera documentata: solo il 30% di quella cifra discendeva dagli sgravi fiscali disposti dal governo: 2,7 miliardi erano già previsti e finanziati con la finanziaria Amato-Visco del 2001. L'impatto aggregato della prima tranche dell'annunciata riforma fiscale scendeva, quindi, a 3,1 miliardi di euro. Ma non basta ancora. Va considerato che, al vigente livello di inflazione, si impone per legge la restituzione del drenaggio fiscale, per una cifra totale pari a 1,1 miliardi di euro. Dunque, la mobilitazione aggiuntiva delle risorse scende ulteriormente: da 2,7 a circa 2 miliardi di euro.

L'attuazione della "riforma fiscale", inoltre, sarà foriera di ulteriori distorsioni e sperequazioni. Una volta completata la struttura delle aliquote al 23% e al 33%, si provocherà uno squilibrio a tutto vantaggio dei redditi più alti; come nel caso dell'esperienza reaganiana e thatcheriana, appena rilanciata in grande stile da Bush jr. A pieno regime, la "riforma Tremonti" comporterà l'aumento del 5% dell'aliquota più bassa: dal 18% al 23%, a cui corrisponderà una diminuzione dell'11% di quella più alta: dal 44 al 33% (6). Col che salta il principio costituzionale della progressività di imposta e "paradossalmente" chi "ha di più" paga "meno tasse".

L'aliquota minima al 23% somiglia alla "flat tax" inglese che risponde ai princìpi di un sistema di tassazione proporzionale; non già progressivo. Sicché tanto il ricco che il povero pagheranno il 23% del proprio reddito, concretando il caso di un'evidente ingiustizia impositiva. La proporzionalità del sistema di tassazione qui si risolverà costantemente in una sproporzionalità del sistema di contribuzione, smungendo in maniera maggiore i redditi più bassi.

Il ministro Tremonti ha proposto di correggere questa evidente distorsione con "sconti fiscali", attraverso le deduzioni di imponibile. Ma, di nuovo, si introduce un meccanismo sperequativo, poiché il sistema delle deduzioni riduce l'imponibile con "aliquote piatte", agendo indifferenziatamente sia sui redditi alti che su quelli più bassi. Come è agevole intuire, una deduzione di 1.000 euro ha effetti ben diversi, a seconda che venga applicata su un'aliquota del 23% o del 33%.

Successivamente, per superare questi effetti distorsivi addizionali, Tremonti ha promesso "deduzioni progressive": più alte per i redditi più bassi e più basse per i redditi più alti. A prescindere dalla loro applicazione e applicabilità effettive, le deduzioni progressive si risolverebbero, nell'immediato, in un onere notevole per lo Stato, a partire già dallo sforzo immane di calcolare la mole delle deduzioni e verificare le sottostanti clausole motivazionali che le giustificano.

Ma anche a parità di reddito e rimanendo alla aliquota più bassa (del 23%) il sistema delle deduzioni ha risultanze perfide, essendo estremamente diversificata la gamma dei soggetti di imposta: lavoratore dipendente, lavoratore autonomo, pensionato. L'abbattimento di imponibile, per essere equo, non può avvenire per deduzione su redditi, sì, di eguale entità, ma prodotti da soggetti diversi. Inoltre — e decisivamente —, le deduzioni non avrebbero alcuna conseguenza apprezzabile sull'intera fascia degli "incapienti": il loro reddito è attestato già così in basso che ogni eventuale "sconto fiscale" sarebbe pressoché irrilevante.

Comunque, sia per le distorsioni di cui si è argomentato che per le oscillazioni di cui il governo ha dato prova anche in materia fiscale, la pressione fiscale del 2002 non si è alleggerita, come ha "certificato" l'Istat in un'audizione parlamentare, rimanendo allo stesso valore del 2001: il 42,2%. Difatti, per ripianare l'aumento delle detrazioni per i figli e delle pensioni, la finanziaria del 2002 dovette congelare la riduzione delle quote Irpef ed Irpeg che, assieme alla mancata restituzione del fiscal drag, si tradusse in un carico fiscale pari a 2.500 miliardi di vecchie lire.

Le difficoltà crescenti incontrate sul terreno della politica fiscale hanno costretto il governo Berlusconi, anche qui, ad una serie di ridimensionamenti progressivi. Tanto che, nella stipula del "Patto per l'Italia" del luglio 2002, l'esecutivo si è impegnato a ridurre nel 2003 le tasse dei redditi medio-bassi fino a 25 mila euro, per un complessivo di 5,5 miliardi di euro. Un impegno assai modesto, se rapportato alle ben diverse prospettive dello "shock fiscale" di derivazione offertista. Il guaio, per il governo Berlusconi, è che fa problema anche uno sconto fiscale di così lieve entità, persistendo l'incertezza dei riferimenti macroeconomici e lo squilibrio dei conti pubblici.

 

4. I quadri sociali derivati da una politica economica di questo tipo appaiono letteralmente disastrati e sono realisticamente fotografati dal "Rapporto 2003" dell'Eurispes, presentato il 31 gennaio di quest'anno.

Intanto, le disparità economiche tra le regioni del Nord e quelle del Sud si vanno sempre più accentuando, con una preoccupante crescita del gap tra redditi delle famiglie, a seconda della loro localizzazione territoriale. Le famiglie residenti al Nord dispongono di un reddito annuo di 30.768 euro; quelle del Centro, 26.550 euro; quelle del Sud, 19.380 euro. In cifra relativa il gap risulta ancora più consistente di quello in cifra numerica, dovendosi tener conto del fatto che le famiglie meridionali sono più numerose di quelle del centro e del nord. Difatti il reddito procapite risulta di 11.846 euro al Nord; di 10.009 euro al Centro; di 6.605 euro al Sud.

Ma le note maggiormente dolenti riguardano i meccanismi di distribuzione del reddito. Il processo di creazione del benessere continua a procedere attraverso meccanismi selettivi e discriminanti: la distribuzione della ricchezza mantiene il suo carattere non equitativo. La sperequazione della redistribuzione del reddito, anzi, è andata aumentando: il 10% delle famiglie più ricche (localizzate quasi per intero al Nord) dispone di ben il 47% della ricchezza netta complessiva. Non casualmente, risiede al Nord la serie maggiore di "facoltosi", rientranti nella fascia di reddito più alta (dai 120.000 euro in su): il 29%. Solo il 12,5% dei facoltosi risiede al Sud; il 22,3% risiede al Centro.

Per effetto di questi meccanismi creatori di diseguaglianze sociali, non potevano che crescere i volumi e le soglie della povertà. Ben il 12% delle famiglie italiane vive al di sotto della soglia della povertà. Il 66% di queste famiglie è concentrato al Sud; il 13,6% al Centro; il 20,1% al Nord. I dati Eurispes sono confermati dal "Rapporto annuale sullo stato sociale 2002", elaborato dall'Inpdap su base Istat e presentato l'ultima settimana del gennaio scorso.

A dimostrazione ulteriore del fallimento delle politiche governative di emersione del lavoro illegale, il "Rapporto Eurispes" mette bene in chiaro il ruolo soffocante esercitato in Italia dall'economia sommersa. Nel biennio 2002-2003, il valore del sommerso oscillerà tra il 29-30% del Pil. L'evasione fiscale correlata vale 128 miliardi di euro nel 2002 e salirà a 129 nel 2003. In sé questi dati non fanno che confermare e dilatare un dato fisiologico dell'economia generale del paese. Ciò che appare più inquietante è l'analisi comparata della crescita dell'economia legale e di quella sommersa sulla serie temporale 1995-2000: il ritmo di crescita della seconda è superiore a quello della prima, con particolare riguardo al 1996, in cui il sommerso ha fatto registrare un incremento pari a 4 volte il Pil ufficiale. Conseguentemente, in netta espansione sono i lavoratori attivi nell'economia sommersa: il numero degli occupati oscillerebbe tra il 30% e il 48% della forza lavoro totale; vale a dire, tra le 6.600.000 e le 11.400.000 unità.

Si deve riconoscere che l'espansione del sommerso non è un fenomeno solamente italiano: in tutta l'area dei paesi avanzati, negli ultimi trent'anni, esso è andato raddoppiando, passando dal 10% al 20%. Quella che è tipicamente italiana è l'incidenza del sommerso sull'economia legale: nell'area Ocse, solo la Grecia ha un valore del sommerso superiore a quello dell'Italia.

Certo, non tutte le responsabilità del fenomeno ricadono sul governo Berlusconi, il quale non ha fatto altro che ereditare una patologia divenuta fisiologica e connaturata al modo stesso di funzionare dell'economia italiana. Ciò che può essere rimproverato all'esecutivo in carica è lo scacco delle politiche di emersione lanciate; scacco ancora più significativo di quello subito dai governi di centrosinistra. Come dimenticare il "consiglio" dato dal premier in persona agli operai della Fiat in crisi (avviati verso la "strada senza ritorno" della cassa integrazione) di arrotondare il bilancio con un secondo lavoro "in nero"?

Il punto è che la lotta agli illegalismi del sommerso non può essere perseguita razionalmente ed efficacemente da una compagine governativa che fa della produzione normativa la "fonte" di espansione degli illegalismi dei poteri, tentando di metterli al riparo dai giudizi di legittimità e costituzionalità previsti dall'ordinamento (7). Il principio di legalità così declinato, coniuga un principio di libertà bifronte, in forza di cui il sovrano dell'offerta (leggi: imprenditore + suoi rappresentanti politici) stabilisce un duplice campo di regole del gioco:

a) quelle di natura restrittiva: valevoli per gli altri;

b) quelle di natura permissiva: valevoli per sé.

Divieto e libertà di fare si biforcano secondo due percorsi distinti che, però, riconducono sempre alla e sempre promanano dall'autorità del sovrano dell'offerta. Il divieto di fare incombe su chi non ha o non esercita poteri o se li vede ridurre, in quanto competitore del sovrano; la libertà di fare è totale e assoluta per chi ha ed esercita poteri. In questo senso va interpretata la dichiarazione di condanna espressa da Berlusconi contro la sentenza delle sezioni unite della Cassazione del 28 gennaio scorso, con cui si rigettava la richiesta di trasferimento da Milano (per "legittimo sospetto") dei processi Sme e Imi-Sir/Lodo Mondadori.

Il sovrano dell'offerta si costruisce, pensa e percepisce come monarca assoluto di tipo postmoderno, in un rapporto di alterità integrale con l'esperienza democratica partorita nel XX secolo, con i diritti individuali introdotti dalla rivoluzione americana e quella francese e con i princìpi pattizi elaborati dal giusnaturalismo e contrattualismo moderni. Egli intende tenere a battesimo una nuova epoca e una nuova tradizione: quella del fare senza controlli, di cui si autoinveste quale sovrano della e nella globalizzazione. Così, potere globale finisce col coincidere con potere monocratico globale. La subcultura meneghina del "Ghe pensi mi" viene recuperata all'interno di questo paradigma e azionando questi codici. Il sovrano globale dell'offerta non sopporta intrusioni nelle sue sfere di potere ed ostacoli alla manifestazione della sua volontà di potenza: così è per Bush con l'Onu (e simili); così è per Berlusconi con i magistrati (e simili).

Se manteniamo ferma l'attenzione a questo paradigma politico neo-assolutistico, diventano più intelligibili i programmi e gli atti economici dell'esecutivo Berlusconi. In un quadro così fatto, acquistano coerenza e congruità, perfino, le oscillazioni, le promesse continue e le continue smentite, i ripiegamenti transitori e gli affondi successivi che hanno caratterizzato la politica economica del governo Berlusconi.

(febbraio 2003)

 

Note

(1) Ha riportato l'attenzione su questo rapporto R. Petrini, Il grande bluff. Perché non va l'economia di Berlusconi, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 6; il testo si segnala per essere un'agile e puntuale rassegna della politica economica berlusconiana, dal suo sostrato teorico alle sue finalizzazioni politiche. Un altro vivace strumento in questa direzione è costituito da F. Targetti, Complicanze. Le conseguenze economiche del governo Berlusconi, Roma, Nuova Iniziativa Editoriale, 2003.

(2) Organicamente interno a questa tendenza teorica è G. Tremonti, Meno tasse più sviluppo. Un progetto per uscire dalla crisi, Milano, Il Giornale, 1999.

(3) Per una critica incisiva ed attuale delle "teorie dell'offerta", cfr. P. Krugman, Meno tasse per tutti, Milano, Garzanti, 2001.

(4) Cit. da R. Petrini, op. cit., p. 6.

(5) Una disaggregazione di questo tipo è stata fatta da F. Targetti, op. cit., p. 205, dei cui dati si è qui debitori.

(6) Per una acuta critica di insieme della "riforma fiscale" tremontiana, cfr. R. Petrini, op. cit., pp. 63-79.

(7) Per questo ordine di problematiche, si rinvia al precedente articolo Giustizia: crisi senza critica.