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Temi del dibattito politico italiano.

DOPO LA CONCERTAZIONE.
Economia dell'offerta e relazioni industriali:
il caso del governo Berlusconi
di Antonio Chiocchi

1. Come è stato fatto opportunamente notare, il rapporto che si intesse tra "rappresentanza politica" e "rappresentanza degli interessi" condiziona grandemente l'ordinamento istituzionale dello Stato, almeno dall'Ottocento ad oggi (1). Ora, per andare subito al nocciolo del nostro tema, è estremamente evidente che la concertazione, già come concetto, ha il chiaro proposito di spezzare la dinamica centrifuga che, nelle società complesse, si istituisce nel flusso relazionale tra politica e interessi. La centrifugazione delle opzioni politiche apportata dalla dislocazione diffusiva degli interessi produce degli scompensi nel decision making, il quale finisce prigioniero del seguente dilemma: paralisi o corporativizzazione delle scelte.

La concertazione, in Italia, ha cercato di fornire una soluzione del dilemma, stabilizzando il quadro economico-politico, attraverso la predisposizione di un circuito comunicativo biunivoco tra macroeconomia e macropolitica, deterritorializzando entrambe in relazione ai soggetti (portatori di interessi) ed al territorio (allocatore di mutamento). Da qui la promozione del sindacato quale attore pubblico codecisionale ed anello cooperativo dell'equilibrio di sistema.

La centripetazione degli effetti disgiuntivi propria dei meccanismi politici delle società complesse costituisce, certo, una delle prerogative essenziali della concertazione italiana. Ciò non tanto nella prospettiva di una (impossibile) centralizzazione delle dinamiche politico-sociali, ma in quello più cogente della stabilizzazione adattiva dei fuochi di sistema, consentendo il governo degli interessi diffusi e conflittuali, senza che si producessero flussi entropici di carattere sistemico.

Per molti versi, la concertazione è anche la via d'uscita italiana dalla crisi di "rappresentanza" e "rappresentatività" del sindacato deflagrata negli anni '80, con il progressivo spostamento del baricentro di ancoraggio dell'azione sindacale dalla "legittimazione sociale" alla "legittimazione politica" (2). In un qualche modo, ciò rappresenta una "svolta nella continuità": una svolta, perché rompe il quadro formale degli equilibri fondativi del patto sociale costituzionale; una continuità, perché conferma le aporie di fondo dell'impianto costituzionale e del modello di sindacato confederale affermatosi in Italia.

La svolta, più esattamente, consta nel trasferimento delle fonti di legittimazione dell'azione sindacale dalla mobilitazione collettiva all'autorità statuale. La concertazione è qui il modo specifico di ricondurre la mobilitazione collettiva e la proliferazione degli interessi sotto il comando regolativo e imperativo dello Stato. Il sindacato si legittima, a misura in cui concorre a regolare la domanda sociale attraverso dispositivi specialistici attivanti una negoziazione permanente tra macro attori, tanto a livello centrale che periferico. L'anima organicistica e universalistica del dettato costituzionale viene qui palesemente forzata.

D'altro canto, l'anima pluralista dell'accordo fondamentale recepito dalla costituzione trova nella concertazione la più classica delle conferme. Il pluralismo degli interessi è l'orizzonte prescrittivo della concertazione che ha il grave difetto, però, di proiettare l'azione regolativa in funzione prevalente, se non esclusiva, della garanzia degli interessi dei macro soggetti ereditati dall'epoca fordista (governo, sindacato, grande impresa).

Il difficile e precario equilibrio tra pluralismo degli interessi e universalismo dei diritti, contemplato dall'accordo fondamentale del dopoguerra, risulta essere messo in crisi, quanto più la concertazione si va articolando e quanto più sono raggiunti risultati tangibili. Ciò sotto un triplice ordine di considerazioni:

a) dal lato dell'azione sindacale, la quale va sempre più appiattendosi sulle esigenze regolative dell'ordine statuale e della razionalità di impresa (3);

b) dal lato dell'azione di governo, la quale va progressivamente scadendo in meccanismi puramente procedimentali di calcolabilità e pianificazione di tipo econometrico;

c) dal lato del sistema di produzione, il quale finisce anacronisticamente con l'essere incardinato sulla grande impresa, con la negazione della specificità reticolare emergente dell'apparato produttivo italiano.

Il progetto concertativo appare costitutivamente minato da contraddizioni interne insuperabili: oltre che essere a geometria variabile (più vantaggi allo stato ed al sistema di impresa che ai lavoratori), è retto da una razionalità dilemmatica, opponendo logiche gruppuscolari di interesse a logiche equitative di redistribuzione. Esso ha retto fintantoché i meccanismi della rappresentanza e rappresentatività di generazione fordista non sono entrati compiutamente in crisi, segnando il definitivo tracollo del Welfare.

 

2. La scomposizione delle figure lavorative, la segmentazione reticolare dei processi produttivi, l'emersione di nuove soggettualità imprenditoriali, l'immaterializzazione crescente dei cicli di lavoro, la planetarizzazione diffusiva delle reti di comando dell'economia, della finanza e della politica hanno ridisegnato di bel nuovo l'habitat della produzione e della comunicazione sociale, segnando l'inesorabile declino dell'era fordista. Ora, il venir meno integrale delle condizioni socio-economiche, socio-politiche e socio-culturali del patto fondamentale fordista ha sancito la fine della concertazione come modalità di governo e metodo di confronto tra le parti sociali. Ciononostante questa ha continuato — e tuttora continua — ad occupare la scena dell'azione sindacale; mentre, all'opposto, è stata ben presto espunta dall'agenda politica varata dal nuovo esecutivo Berlusconi.

Ma i motivi principali che hanno fatto entrare il governo Berlusconi in rotta di collisione con la concertazione non si riducono alla massa di problematiche critiche che abbiamo innanzi individuato. Queste ultime, piuttosto, sanciscono l'attualità del progetto berlusconiano di superamento della concertazione, di cui è lucidamente rilevata la crisi irreversibile. Il governo di centrodestra intende instaurare una relazione di coincidenza fra crisi del progetto concertativo e definitivo superamento del "collateralismo" tra il parlamento (come ambito di espressione della rappresentanza politica) e la concertazione (come regolazione degli interessi), con l'imputazione della titolarità della sovranità ai soggetti dell'offerta (4).

Si tratta di una regressione e di una distorsione a confronto dei meccanismi classici delle procedure democratiche, impiantate sulla rappresentanza politico-parlamentare e l'organizzazione democratica del consenso, i cui nuclei minimi rimangono attivi, pur a fronte della deriva elitista di tutte le democrazie avanzate. L'elevazione dell'offerta a campo di imputazione e selezione della decisione politica trasforma, conseguenzialmente, gli imprenditori in soggetti della sovranità. Il sovrano della costituzione (formale e materiale) offertista è l'impresa.

La crisi di tenuta che accompagna la parabola discendente della concertazione intende essere fatta valere dal sovrano offertista, per esercitare il monopolio della rappresentanza delle condizioni di lavoro e dei soggetti lavorativi. Quanto più la concertazione assegnava il monopolio della rappresentanza alle grandi organizzazioni di interesse dei lavoratori, tanto più il sovrano offertista manifesta il proposito di annettersi la titolarità della rappresentanza diretta del lavoro. La traiettoria descritta dal nuovo governo Berlusconi (dal "Libro Bianco" al "Libro Bianco sul Welfare", passando per il "Patto per l'Italia" e le "deleghe" in materia di lavoro), è estremamente eloquente in proposito. Il sovrano offertista deve espellere il sindacato dai processi decisionali e lo fa, mettendo a profitto la caduta di pregnanza e presa della concertazione. L'impianto costituzionale è scardinato dalle fondamenta: sia con riferimento ai meccanismi della sovranità democratica che con riguardo al sistema delle relazioni industriali che su quella base era stato costituito.

Il "fronte sindacale", sotto i colpi di una destrutturazione, così, forte ed inquietante del "patto fondamentale", appare grandemente diviso: da un lato, Cisl e Uil che, seppure con sfumature diverse, intendono rielaborare e riscrivere il "collateralismo" antico parlamento/concertazione nei termini della cooperazione pattizia sistematica esecutivo/sindacato; dall'altro, la Cgil che lucidamente coglie nella progettualità e nella prassi dell'azione di governo la delegittimazione delle funzioni e del ruolo del sindacato, il progressivo svuotamento dei diritti dei lavoratori e la messa in gabbia del diritto del lavoro.

La Cgil medesima, però, per quanto attestata su una posizione più avvertita e penetrante, non ancora riesce a sciogliere il nodo di fondo: il ripensamento critico della esperienza e della nozione della concertazione. Il che conferisce alla meritoria e, per molti versi, eccezionale azione di mobilitazione collettiva da essa svolta in questi ultimi due anni un carattere marcato di resistenza che ancora troppo debolmente propone nuovi e adeguati profili per l'azione sindacale.

Riflettere sulla concertazione di ieri deve ineliminabilmente significare discutere sul sindacato di oggi. E si deve riconoscere che questo campo di discussione, mentre è organicamente occupato dal governo Berlusconi, stenta a decollare nel mondo sindacale. L'esecutivo di centrodestra, soprattutto imponendo i suoi "protocolli di intesa", ha tracciato con chiarezza l'identikit di un "nuovo sindacato" sussunto sotto le decisioni, le volizioni e gli interessi del sovrano dell'offerta. Cisl e Uil hanno accettato queste nuove linee guida, nella speranza di smussarne qualche asperità nel corso della negoziazione, smarrendo progressivamente la loro autonomia decisionale; la Cgil le ha contestate e contrastate alla radice, senza ancora riuscire a delineare schemi possibili per una "soluzione alternativa".

La fase di conflittualità endosindacale è destinata a prolungarsi nel tempo. Assisteremo, nel breve periodo, ad avvicinamenti tattici, provocati più da pulsioni autoritarie e scardinanti da parte dell'esecutivo in carica che da un'effettiva ripresa del dialogo interconfederale. Le distanze progettuali e politiche tra le confederazioni non possono che ampliarsi, sino a che non sarà elaborato un nuovo "modello condiviso" di sindacato. E questa possibilità non pare essere dietro l'angolo.

 

3. Come è noto, secondo la costituzione formale, l'organizzazione sindacale è libera (art. 39/1). Nella costituzione materiale, questo principio di libertà è andato oscillando, in linea permanente, tra "pluralismo istituzionalizzato" e sovraordinazioni prescrittive di carattere extra-costituzionale che, se non apertamente anti-costituzionali, sovente erano, perlomeno, a-costituzionali (5).

A dire il vero, l'art. 39 è assurto a sistema compiuto, autosufficiente e autoriproducibile, con la conseguente esaltazione dell'autonomia collettiva come "autonomia dei privati" (6). Il paradosso del teorema sindacale italiano si inscrive, ab origine, nell'impianto costituzionale e si articola tra carattere privato dell'autonomia collettiva e del soggetto sindacale ed il carattere pubblico dell'azione sindacale in quanto tale. L'ordinamento, da un lato, riconosce l'autonomia collettiva e, dall'altro, non può implementarne i profili; per contro, l'azione sindacale, pur rivendicando la sua propria autonomia, non dismette di richiedere il riconoscimento pubblico della propria legittimità (7). Il paradosso delimita un campo di contraddizioni che circoscrive una sorta di sottosistema, partorito dall'ambiguità irrisolta della costituzione base, funzionalmente divaricata, come già accennato, tra pluralismo degli interessi e universalismo dei diritti.

Per il sovrano dell'offerta, al contrario, l'organizzazione sindacale è vincolata al conseguimento degli obiettivi di impresa che l'esecutivo intende assecondare, mettendo la leva statuale al servizio degli interessi del mercato. La dinamica degli interessi passa per il mercato, prima che orientarsi verso i gruppi; ma sono i gruppi forti che determinano l'assetto e le evoluzioni del mercato. Una volta di più, il "libero mercato" si rivela assai meno di un "mito" e poco più di una "favola".

Il pluralismo coniuga ora interessi oligopolistici, imputati ad attori che fanno direttamente sentire la loro propria voce sull'esecutivo, in quanto possessori dell'universo impresa e dei suoi fattori e, perciò, fulcro del sistema dell'offerta. L'esecutivo, a sua volta, non è una mera sottoespressione o "comitato di affari" del mondo imprenditoriale; più precisamente, si posiziona come leva di raccordo sociale e riorganizzazione politica degli interessi.

Il carattere privatistico dell'azione sindacale viene meno. Volendo essere ancora più precisi, si deve osservare che il sindacato viene spinto ad assumere il profilo di un soggetto pubblico spurio. Nella costituzione materiale, l'implementazione del sistema delineato dall'art. 39 viene svolta tutta in chiave pubblicistica, nel senso che qui l'organizzazione sindacale è, di fatto, trasformata in un soggetto che ha per scopo il perseguimento delle finalità pubbliche presenti nell'agenda governativa. Il sindacato perde la sua autonomia contrattuale privatistica, senza ricoprire alcuna funzione pubblica autonoma, in un impasto veramente singolare di corporativismo fascista e deregolazione neoliberista, non a caso, culture ampiamente presenti nell'albero genealogico delle forze costituenti il governo Berlusconi.

Esaminando da un punto di vista strettamente politico e politicizzato le vicende del sistema di relazioni industriali che il centrodestra sta tentando di imperio di edificare, possiamo dire che la classe politica di governo (e il "blocco sociale" di riferimento) intende prendersi una sorta di rivincita nei confronti del sindacato, il cui "ridondante potere" aveva a lungo subito. A fronte della crisi di legittimità del sistema politico esplosa con i movimenti del '68, il sindacato aveva svolto un'organica azione di "supplenza", ponendosi come unico e credibile interlocutore istituzionale della domanda sociale; negli anni '80, la "supplenza" si esercitò nelle forme non riuscite dello "scambio politico imperfetto"; infine, negli anni '90, in quelle della "concertazione senza equivalenti" (8). Ora, in costanza dell'incertezza dei profili e dei paradigmi sindacali causata dalla pressione dirompente dei "nuovi lavori", delle "tecnologie informatiche", delle "nuove soggettività" e dei processi di globalizzazione della politica, dell'economia e della finanza, la compagine di governo intende rovesciare i termini di quel rapporto: è il sistema politico di governance che intende "supplire" ai vuoti e alla indeterminatezza dell'azione sindacale.

La posta in gioco è, quindi, alta e chiara. Di ciò Cisl e Uil non sono adeguatamente consapevoli e si "schierano" su una posizione di negoziazione degli effetti ultimi, ampiamente aggirabile e "manipolabile" dall'esecutivo in carica. Viceversa, la Cgil è stato uno dei pochi attori che a sinistra, fin dall'inizio, ha avuto chiara la natura regressiva e autoritaria delle politiche sociali, economiche e del lavoro del governo Berlusconi, contestandone duramente il merito, mancando ancora, però, di delineare primi varchi per diversi approdi di politica sindacale.

 

4. Sovente, nel dibattito giuslavorista, la crisi della concertazione è stata riduttivamente ricondotta ad una carenza di regole che, sul versante ordinamentale e istituzionale, ricoprissero la funzione di cristallizzare irreversibilmente il nuovo assetto regolativo Stato-sindacato-impresa (9). Certamente, un difetto di "istituzionalizzazione" va colto e criticamente segnalato; tuttavia, non pare che risiedano qui le ragioni del tramonto della stagione della concertazione. Anzi, in un certo senso, il deficit di regolamentazione era inevitabile, proprio in virtù del profilo irrisolto della concertazione, divaricata tra la dinamica gruppuscolare degli interessi e la razionalità universalistica dei diritti che, a più riprese, abbiamo evidenziato. Quest'interna aporia era ed è insuperabile.

Non casualmente, l'esecutivo in carica trancia la contraddizione in questione come Alessandro fece col nodo di Gordio, scrivendo dall'alto non tanto e non solo le regole del "dialogo sociale", quanto e soprattutto i profili medesimi dell'azione sindacale (10). Si tenta ora di risolvere definitivamente dalla parte della legge lo scarto tra autonomia collettiva e ordinamento legale: in via prescrittiva l'autonomia collettiva è soggetta all'azzeramento ed il sindacato è ridotto a strumento di veicolazione delle politiche sociali e del lavoro predisposte dall'esecutivo.

Non si tratta, come è agevole intuire, di politiche di coesione; anzi, esse si caratterizzano per il loro elevato tasso di esclusione sociale. Ma non è la coesione sociale l'obiettivo strategico di un governo offertista. Il sovrano dell'offerta intende mettere fuori gioco, uno dietro l'altro, tutti i soggetti della domanda: partendo dallo Stato sociale e finendo coi lavoratori (di vecchia e nuova generazione) e le organizzazioni sindacali. La transizione dal ciclo della domanda al ciclo dell'offerta non segna soltanto la morte delle politiche keynesiane e neo-keynesiane, ma contraddistingue un vero e proprio passaggio d'epoca neo-assolutistico, con tutte le conseguenze che in termini di soppressione dei diritti individuali, civili e sociali la circostanza comporta.

Ciò obbliga, una volta di più, il sindacato a reinterrogarsi sulle ragioni forti della crisi di rappresentatività e rappresentanza che, dagli anni '80 ai '90 dello scorso secolo, ne hanno contrassegnato la parabola. Ed è proprio sul crinale di questa crisi che la concertazione ha prodotto i suoi effetti più perversi, perché ha consentito ad un soggetto afferrato da una spirale implosiva di non metabolizzare e rielaborare la sua crisi, con la conseguente e deleteria illusione di averla definitivamente risolta.

Al fondo, la concertazione è stata la risposta alla crisi del sistema politico, economico e sindacale predisposta dai soggetti della crisi con gli strumenti della crisi:

a) i partiti, facendo sponda con le grandi organizzazioni degli interessi, presumevano di riconferire razionalità ed efficienza alla decisione politica lungo tutto il suo raggio di azione;

b) le imprese, grazie alla triangolazione con Stato e sindacati, puntavano a rilanciare la reddività e profittibilità della produzione industriale;

c) il sindacato, in forza del sostegno dello Stato e del riconoscimento delle imprese, mirava a compensare la caduta di legittimazione consensuale con l'iniezione di dosi supplettive di legittimazione politica.

Tutti gli attori della concertazione hanno giocato sul tavolo della crisi, con le carte della crisi, rimanendo preda di un circolo chiuso: confermati e implementati risultavano essere comportamenti e profili di identità, ormai, obsoleti. L'obsolescenza delle carte giocate è riconducibile, in maniera assorbente, alla irrimediabile crisi delle funzioni della rappresentanza degli interessi (11). Rappresentare gli interessi, soprattutto a fronte dei processi di internazionalizzazione dei mercati, digitalizzazione delle produzioni e globalizzazione delle decisioni, colloca il sindacato in una posizione di scarto rispetto alle domande di senso inoltrate dai "soggetti sociali". Centrare le politiche del lavoro e di regolazione sociale sugli interessi, pertanto, crea dei problemi di consenso e di legittimazione sociale. Il sindacato, se continua ad incardinare il suo mandato sulla rappresentanza degli interessi, perde di densità sociale e volumetria organizzativa e non fuoriesce dall'impasse della concertazione, da cui, invece, l'esecutivo in carica ha già preso commiato.

La rappresentazione degli interessi rimane interna ai processi di dislocazione di nuove diseguaglianze sociali e, perciò, non è puntando su di essa che si possono riattivare i circuiti della legittimazione consensuale che, con la concertazione, sono rovinosamente implosi, soprattutto per quel che concerne i cd. lavori "atipici" e/o di "nuova generazione" e la schiera proliferante dei lavoratori disoccupati dei "settori tradizionali". Sottostante alla rappresentazione degli interessi v'è uno schema di individualismo gruppuscolare competitivo che ostacola la comunicazione trasversale tra soggetti differenziati portatori, sì, di interessi sociali individualizzati e variegati, ma anche titolari di domande di senso cooperative. Qui si tratta di pensare e sperimentare forme che reinventino e miscelino le espressioni della mobilitazione individuale e della mobilitazione collettiva. La vecchia diade individuo contro gruppo che, in un certo senso, ha condizionato e segnato i movimenti collettivi degli anni '60 e '70 del XX secolo, non ha più alcuna "base di formazione" o "struttura sociale" su cui attecchire.

La cooperazione sociale tra i soggetti individualizzati della globalizzazione deve assurgere a nuova base reticolare (non più organicistica) della legittimazione consensuale. L'essere, il fare, il dire ed il non-dire dell'azione sindacale debbono, dunque, venire investiti da un vera e propria "rivoluzione copernicana", pena lo scacco irreparabile nei confronti della "controrivoluzione globale" dei sovrani neo-assolutistici dell'offerta.

Nel nuovo contesto che si è andato definendo, l'azione sindacale non può sperare di trovare sostegno alcuno nella legge, essa stessa impotente di fronte alla dirompenza dei processi di globalizzazione in corso. Viene meno la "base", per un qualsivoglia progetto di regolamentazione sociale della concertazione. Ma ancora di più: registriamo l'irreversibile caduta di tensione delle strutture legislative protettive su cui e con cui è stato eretto il moderno sistema del diritto del lavoro. La "protezione del lavoro", di weimariana memoria, parla ancora il lessico degli interessi, quando, invece, i linguaggi della complessità globale sono altri. Non casualmente, alla crisi di legittimazione consensuale del sindacato fa eco la crisi di identità del giuslavorismo. Una ragione in più per ancorare al di là del passato (cioè: nel presente verso il futuro) ricerca e sperimentazione.

(marzo 2003)

 

Note

(1) F. Carinci, Parlamento e concertazione, "Italian Labour Law e-Journal", n. 4,1999.

(2) Sulle origini e gli sviluppi di tale processo, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi, Elogio del pensiero ricognitivo. Non solo diritto del lavoro: l'itinerario di Gaetano Vardaro, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 2000; in specie, cap. 2, § 2.

(3) Il fenomeno è per tempo, se non profeticamente, censurato da G. Vardaro, per le cui opere si rinvia al testo richiamato nella nota precedente.

(4) Si rinvia, sul punto, al precedente articolo L'economia di Berlusconi.

(5) Cfr., sul tema, F. Carinci, op. cit..

(6) Ibidem.

(7) Ibidem.

(8) Per la serie dei processi indicati, dalla stessa postazione di analisi con cui si sta qui procedendo, si rinvia ad A. Chiocchi, Elogio del pensiero ricognitivo..., cit.; A. Chiocchi-C. Toffolo, Il sindacato tra conflitto e movimenti, "Società e conflitto", n. 00, 1989; successivamente in Passaggi. Scene dalla società italiana degli anni '70 e '80, Quaderni di "Società e conflitto", n. 7, 1995.

(9) Cfr., da ultimo, G. Fontana, Concertazione e dialogo sociale: appunti per un dibattito, Centro Studi Diritto del Lavoro Europeo "Massimo D'Antona", Working Paper, n. 7, 2002.

(10) Il "Libro Bianco" rappresenta la prima manifestazione compiuta di questa tendenza: si rinvia, in proposito, all'articolo Dalla tutela del lavoro alla tutela del mercato. Considerazioni minime sul "Libro Bianco" del governo Berlusconi.

(11) Per questo processo, si rinvia ad A. Chiocchi, Elogio del pensiero ricognitivo..., cit.; segnatamente, il cap. 3.