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Temi del dibattito politico italiano.

DOPO LE AMMINISTRATIVE E I REFERENDUM.
Il panorama politico italiano
di Antonio Chiocchi

1. Le opzioni regressive e autoritarie adottate dall'esecutivo in carica su un ampio e delicato arco di temi (dall'economia alla giustizia, dal lavoro al welfare ecc.) stanno rendendo incandescente il clima politico. Più la leadership berlusconiana appare lacerata da significative linee di frattura, all'interno della coalizione come nel rapporto con l'opinione pubblica, più l'azione del premier tende a ricorrere a forme residuali di bonapartismo. Il progressivo venir meno della mediazione governante, pure esercitata fino al passato prossimo con consumata abilità, candida il premier all'assedio politico, facendo di lui il catalizzatore di tutte le contraddizioni irrisolte della compagine di governo e, in generale, del sistema politico.

L'eccesso di potere del premier mostra qui il suo rovescio. Sino a che la mediazione politica decisionale funziona, il premier "incassa" i benefici dell'azione di governo e della personalizzazione del comando politico. Può, così, portare avanti il suo progetto mediatico-politico che tende a far rientrare nelle sue competenze tutte le funzioni della potestas, della auctoritas e della sovranità. Da qui (non tanto e non solo dalle sue vicende processuali) nasce il conflitto profondo e insanabile col potere giudiziario e (in potenza ed in atto) con tutti gli altri poteri. Non a caso, l'aspirazione suprema di questa pianificazione politica è data dalla repubblica presidenziale, con "poteri effettivi" (cioè: direzione dell'azione di governo e quant'altro) attribuiti al presidente della repubblica.

Diversamente da quanto previsto da framework politici più complessi e raffinati, questo lineare schema di comando politico, allorché impatta punti critici di non immediata e semplice risoluzione, è sottoposto a stress prolungati. Gli outputs politici tendono a caratterizzarsi come effetti negativi o risposte mancate. Tutte le attese e le aspettative vengono meno, tra lo stupore e l'incredulità del quadro politico di governo. Gli inputs della decisione entrano in crisi: si paralizzano. L'effetto di paralisi più pernicioso sta nella loro replicazione massiva, nonostante il ripetuto insuccesso. Più non rispondono alle esigenze, più vengono fideisticamente riproposti, nella speranza e con la presunzione che, ai fini della realizzazione della progettualità politica, sia bastevole l'esercizio di nudo e rude comando politico.

L'intensità dell'esercizio del potere è qui l'unica risorsa con cui si intende passare all'implementazione del "piano politico". Ma la nuda intensità di esercizio misura la pura e semplice carica virale del potere: un virus, non una risorsa, a misura in cui non è accompagnato da mezzi, strategie, relazioni e comunicazioni di flusso coinvolgenti, mobilitanti e attivanti altri soggetti e altre azioni. L'autorità si accompagna al consenso istituzionale e questo, a sua volta, ruota intorno alla:

a) comunanza di progetti nel rispetto dei ruoli e delle prerogative di potere;

b) comunicazione e discussione pubblica, in vista del varo di strategie condivise e del conseguimento di obiettivi diffusi e duraturi.

L'esecutivo in carica manifesta proprio intorno a questi assi uno dei suoi deficit più rilevanti. La "guerra interna" alle istituzioni e tra le istituzioni eleva il tasso di conflittualità endostuale oltre i limiti tollerabili e complica il rapporto con le "organizzazioni di interesse" (formali e informali) delle quali si persegue il puro e semplice asservimento. Dato politico che, sul "piano interno", fa il paio con l'ostilità che l'esecutivo va manifestando, in "campo esterno", contro un complesso e multiforme ciclo di contestazione politica e conflittualità sociale.

L'esecutivo si trova come stretto in una tenaglia. All'interno: appare sempre più isolato di fronte al kombinat istituzionale (fatta qualche sporadica eccezione); all'esterno: si va sempre più divaricando dalla mobilitazione collettiva e da ampi spezzoni di quella stessa opinione pubblica moderata che, pure, non aveva covato alcun atteggiamento preclusivo nei suoi confronti (anzi). In tutti e due i casi, in forza di un riflesso condizionato originario, fa ricorso alla risposta ed alla autorità del premier, per cercare di ristabilire l'ordine istituzionale e quello sociale. Il che non fa che peggiorare e complicare le cose, dato che proprio l'azione del premier si configura come uno dei vulnus principali tanto all'ordine istituzionale che a quello sociale.

La sovraesposizione autoritaria e semi-carismatica del suo leader si abbina con la sovraesposizione della comunicazione politica della classe di governo. Non si tratta soltanto dello strettissimo coinvolgimento del premier col media system. Emerge qui il profondo bisogno della maggioranza di stabilire un controllo totale sul media system, sia per coprire le evidenti e stridenti inefficienze dell'azione di governo che per dettare "regole", "contenuti" e "strategie" al messaggio informazionale (le recenti vicende del "cambio di guardia" al "Corriere della sera" ne sono una delle ultime calzanti testimonianze). Il media system, incalzato da pressioni politiche esterne e pilotato da pulsioni oligopolistiche interne, va sempre più conformandosi come sistema della disinformazione.

La disinformazione eretta a sistema presenta molti punti vulnerabili, soprattutto oggi, nell'epoca delle nuove tecnologie della comunicazione e dei nuovi media. La menzogna sistematica, per quanto abilmente manipolata, elaborata e camuffata, può rivelarsi un boomerang. Soprattutto, se le controparti politiche e la mobilitazione collettiva sanno stanarla, producendo e diffondendo in proprio strategie mediatiche, comunicative ed informative imperniate sul coinvolgimento dei vari soggetti attivi e potenziali presenti sulla scena.

 

2. I risultati delle amministrative di maggio e il mancato raggiungimento del quorum ai recenti referendum sull'art. 18 e sull'elettrosmog costituiscono un importante, per quanto parziale, test delle tendenze politiche che abbiamo innanzi schematicamente riassunto. Alcuni cardini della propaganda berlusconiana sono venuti meno e le "ricette" proposte dal premier vanno perdendo la loro presa sull'elettorato. L'evidente disfunzionalità dell'azione di governo, sommandosi ad un tasso di litigiosità coalizionale elevato ed a una contrapposizione frontale con altri poteri dello Stato (in primis, il potere giudiziario), ha tolto smalto all'immagine vincente del premier.

Nella campagna elettorale vittoriosa del 2001, il premier (aspirante) aveva chiesto una scelta tra se stesso (quale equivalente della libertà e della prosperità) e gli avversari (posti come equivalenti dell'illibertà e della stagnazione). La richiesta si reggeva su una promessa: quella del "miracolo economico".

Nelle amministrative di maggio scorso, il premier ha replicato una medesima richiesta di referendum tra se stesso (quale paladino delle libertà) e gli avversari politici e giudiziari (assunti come maschere dell'illibertà e del liberticidio). La differenza, non secondaria, era che stavolta la richiesta non si basava su una promessa, bensì sui risultati dell'azione di governo, i quali apparivano largamente deficitari, laddove non emergevano come una lesione degli spazi di democrazia e dei diritti ancora esistenti nel nostro paese.

La terapia d'urto berlusconiana non ha convinto più, perché il premier ha perso di credibilità. Il passaggio dalla promessa (mirabile) ai risultati (modesti, se non pericolosi) ha rappresentato una delle ragioni costitutive dell'attenuarsi dell'appeal berlusconiano. Ciononostante il premier continua ad insistere nella medesima strategia. La qual cosa crea una situazione di pericolo per il centrodestra: il premier rischia di divenire la minaccia maggiore per la tenuta e la stabilità della maggioranza. E ciò a prescindere dagli esiti delle sue vicende giudiziarie personali.

La strategia del ripiegamento della coalizione sui dispositivi di comando e sulle gerarchie di priorità disegnati dall'agenda del premier, oltre che poco accorta politicamente e poco apprezzabile sul piano dell'etica politica, si è rivelata infruttuosa, se non controproducente. Nessuno dei problemi che l'agenda politica del premier intendeva risolvere è stato avviato a effettiva soluzione. Con l'aggravante che è stato speso a vuoto un capitale politico enorme. La perdita di capitale politico si traduce sempre in perdita di suffragi elettorali.

Risalta in primo piano, con tutta evidenza, uno dei difetti costitutivi della "Casa delle libertà": l'identificazione dello schieramento con il leader. Berlusconi costituisce, per il centrodestra, la maggiore risorsa elettorale: senza di lui, la coalizione si liqueferebbe. Nel contempo, però, egli rappresenta anche il maggior problema per la maggioranza, a misura in cui, piegandola imperiosamente all'oligarchismo individualista che presiede alla sua concezione della politica, la conduce verso il vicolo cieco dello "scontro frontale" con l'opposizione e gli altri poteri dello Stato. La coalizione si muove tra due esigenze contraddittorie: limitare il "potere interno" di Berlusconi; conferirgli maggiore "potere esterno". Questa doppia necessità non è soltanto dei "moderati", ma di tutti i partner di "Forza Italia", inclusa la "Lega".

L'uso indolore che la coalizione ha finora fatto del premier ha teso costantemente ad aumentare il "potere esterno" di Berlusconi. La manovra è finora riuscita anche per l'imperizia dell'opposizione. Gli equilibri interni alla maggioranza hanno, così, potuto essere giocati e riformulati in una situazione di relativa tranquillità politica esterna. Su questa base, dopo la lunga serie di "aut aut" vincenti imposti agli alleati, la "Lega" ha tentato lo "sfondamento finale": la carta dell'avventura isolata alle ultime amministrative di maggio. L'intento evidente era quello di rastrellare un cospicuo numero di voti da far pesare contro il premier e gli altri partner di maggioranza. Senonché il progetto si è rivelato fallimentare, sino a configurarsi come una delle concause della disfatta elettorale dell'intera coalizione.

Ed ora il prestigio ed il potere di Berlusconi appaiono minati sia all'interno che all'esterno della coalizione. Si prendano come esempio le "considerazioni finali" del governatore della Banca d'Italia del 31 maggio scorso, niente affatto tenere verso le politiche economiche dell'esecutivo e le scelte strategiche dell'imprenditoria italiana. Eppure, il governatore Fazio era stato uno dei maggiori estimatori e "sponsor" del "miracolo economico" berlusconiano e un sostenitore convinto delle "politiche offertiste" del ministro Tremonti.

 

3. Certo, nella sconfitta del centrodestra alle amministrative di maggio ha giocato un ruolo rilevante anche la mobilitazione collettiva per la pace, contro la guerra e per la difesa dei diritti individuali. Una mobilitazione che è andata progressivamente crescendo in quest'ultimo periodo e che ha costituito, a sinistra, la novità politica più meritevole di nota. Non a caso, è stato sui temi della pace, della guerra e della precarizzazione del lavoro che l'esecutivo si è maggiormente segnalato con scelte autoritarie e regressive.

Tuttavia, questo patrimonio, pur prezioso e di rilievo, non è bastato per superare il quorum ai referendum del 15 e 16 giugno sull'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e sull'elettrosmog. La circostanza richiede una riflessione attenta, con particolare riguardo all'art. 18.

La sconfitta è stata determinata da variabili tattiche e strategiche.

Iniziamo dalle variabili tattiche: le divisioni a sinistra. Solo una parte minoritaria della sinistra si è fatta promotrice del referendum per l'estensione dell'art. 18 alle imprese al di sotto dei 16 addetti. Ad essa si è aggiunta la Cgil di Epifani, dopo la pronuncia della Consulta. Ma quello sull'art. 18, come ha ricordato il suo segretario, non era il referendum della Cgil che - responsabilmente - non si è sottratta alla campagna per il "sì". Per onestà intellettuale, si deve riconoscere che la Cgil condivide la sconfitta, ma non le responsabilità dei promotori del referendum.

Detto questo, si deve passare ad un'analisi più circostanziata. In tema di diritti, nel panorama variegato della sinistra italiana, persistono antichi tabù. Uno di questi è che l'esercizio di diritti di libertà e di democrazia, in condizioni date, sia di ostacolo allo sviluppo economico e alla razionalità di impresa. Col "famigerato" art. 18, lo Statuto dei Lavoratori recepiva in pieno questo tabù, con la clausola di esclusione dell'obbligo di reintegro, in caso di licenziamenti illegittimi, per imprese al di sotto di 16 unità. Le spiegazioni fornite a sinistra ieri, per motivare l'esclusione, sono state reiterate oggi, per esprimere il dissenso contro l'estensione dell'art. 18 alle imprese con meno di 16 addetti. Dissenso che si è tradotto in campagna per l'astensione (1).

Risulta confermata a sinistra, sul punto, la mancanza di una coerente e complessa cultura del conflitto. Deficit reso ancora più grave dalla persistenza di una sudditanza ad alcuni idealtipi della cultura manageriale che concepisce l'esercizio dei diritti come pastoie per la libertà di impresa. Razionalità del conflitto e razionalità dei diritti ben si inscrivono, invece, nel ridisegno delle libertà nelle società complesse, in cui il potere di impresa si fa globale, più forte e, non di rado, più arrogante. Trattasi, quindi, non di una battaglia di retroguardia e/o di resistenza; al contrario, dell'apertura di una nuova frontiera dei diritti.

La frattura sull'art. 18 a cui abbiamo assistito ha visto la divisione tra due sinistre con stampi culturali e politici datati: da un lato, una sinistra elitista renitente ad allargare a tutto campo il conflitto al tema dei diritti (soprattutto quelli di nuova generazione); dall'altro, una sinistra politicista (con l'eccezione della Cgil) che risolve il tema dei diritti in una questione di principi giusti, affermabili in via di petizione referendaria.

E siamo venuti, così, approssimando le variabili strategiche della sconfitta: il politicismo referendario.

La scelta referendaria è, di per sé, un'opzione difensiva: nasce dalla consapovolezza di una debolezza politica che, col referendum, si intende surrogare. È, perciò, esposta ad esiti altamente  controfattuali, a misura in cui i temi politici in questione non sono fatti oggetto di un'ampia e serrata discussione pubblica, attraverso una capillare mobilitazione delle risorse. I promotori del referendum hanno, invece, ritenuto che la giustezza del tema ed il principio in esso affermato fossero, di per sé, bastevoli, per poter conseguire la vittoria.

Sull'onda lunga della mobilitazione contro le politiche del lavoro del governo Berlusconi e della mobilitazione contro la guerra, i promotori del referendum si proponevano di conseguire due obiettivi tra di loro correlati:

a) uno principale: la sconfitta del governo Berlusconi;

b) un altro subordinato, ma essenziale: la rideterminazione del rapporto di forza tra lo schieramento ulivista e i suoi alleati, con lo spostamento a sinistra del baricentro politico.

Il referendum giocava, così un'azione di supplenza, trovandosi privo, sin dal principio, della forza di persuasione e di mobilitazione necessaria. Ciò, di conseguenza, ha reso più cogenti e produttive di effetto le scelte astensionistiche di larga parte della sinistra, non riuscendo a intercettare la pur montante insoddisfazione sociale che va maturando nel paese contro le politiche dell'esecutivo Berlusconi.

La sconfitta ha consentito al governo di recuperare, in parte e in gran fretta, la disfatta elettorale alle amministrative, autorizzando le sue componenti più retrive a passare senza indugi all'"incasso": abrogazione per tutti dell'art. 18.

Il successo al referendum era tanto più improbabile, quanto più politicista risultava essere il modo con cui i promotori l'hanno gestito. La sconfitta, ampiamente messa nel conto, ha ora la conseguenza deprecabile di ringalluzzire la Confindustria di D'Amato e l'ala ultraliberista della compagine di governo.  Ciò, al contrario di quanto sperato e progettato dai promotori del referendum, sposterà più a destra l'equilibrio delle forze nello schieramento ulivista.

E, tuttavia, pur se in condizioni di maggiore difficoltà, resta sul tappeto un patrimonio di lotta e di mobilitazione da far fruttare meglio, giocando con più oculatezza e lungimiranza le proprie carte. Anche perché il futuro politico prossimo presenta nel suo carnet un'agenda ricca di appuntamenti ad alto potenziale di conflitto, per le scelte che l'esecutivo si accinge a fare.

(giugno 2003)

 

Nota

(1) Si veda, a titolo esemplificativo, la discussione per l'"astensione attiva" promossa sul sito di Eguaglianza & Libertà. Utile, in proposito, anche la lettura dell'Appello a non votare, lanciato sul sito da alcune illustri personalità di sinistra.