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Temi del dibattito politico italiano


LA CONTESA STAGNANTE.
DOPO LE ELEZIONI DI GIUGNO

di Antonio Chiocchi


1. L'arena politica

Con le elezioni del giugno scorso sono giunti a definitiva maturazione i processi di crisi di leadership che avevano caratterizzato il quadro politico italiano del 2003 (1). Il voto ha sancito il declino crescente della egemonia politica e culturale del berlusconismo e messo in evidenza, nonostante il successo delle amministrative, tutte le difficoltà dei gruppi dirigenti ulivisti, con il fallimento del progetto legato al cd. "triciclo". 

Con la successiva caduta di Tremonti, il centrodestra si  è infilato in un tunnel, le cui vie di uscita probabili, allo stato, appaiono tre.

Le prime due descrivono i contorni di una situazione tipica di shock politico:
a) la prospettiva catastrofica, con l'approssimazione del punto di implosione: in questo caso, il collasso è dietro l'angolo;
b) il logorio permanente, per la redistribuzione delle quote di potere: in questo caso, il collasso è soltanto rinviato alle prossime scadenze elettorali.

La terza, invece, è descrivibile come una tipica situazione di stress politico, mascherato dal ricompattamento attorno alla linea che Berlusconi sta furiosamente cercando di imporre in questi giorni e che si può, così, sintetizzare: il tremontismo senza Tremonti. La possibilità si regge su un presupposto erroneo: il convincimento che abbia fallito un uomo e non, invece, una linea politica. Lo scacco di Tremonti ha segnato lo sfaldamento di quella linea di governo che, nel bene e nel male, aveva costituito il baricentro della coalizione. Più precisamente ancora, quello scacco ha marcato il fallimento del disegno politico incarnato da Berlusconi e al quale va imputato il progressivo processo di erosione dell'unità coalizionale. 

Il centrodestra, quali che siano le tendenze che si affermeranno nel breve e medio periodo,  è condannato, soprattutto a fronte della crisi apertasi nel dopo elezioni, a rimanere senza legante progettuale. Il massimo a cui può aspirare è il classico adesivo della gestione del potere, nel più puro stile democristiano e craxiano. L'impasse è aggirabile unicamente se l'immobilismo che paralizza il centrodestra e l'intero sistema politico italiano viene esaltato come regola di governo: se, cioè, il sistema politico viene indefinitivamente serrato in una cristallizzazione di status (2). Solo la stagnazione politica può qui garantire la sopravvivenza del governo Berlusconi e il futuro della "Casa delle Libertà". Ancora una volta, il migliore alleato di Berlusconi è il centrosinistra, a misura in cui si dimostrerà attore a bassa soglia di innovazione politica.

Il centrodestra, spinto in una situazione di  autoreferenzialità apicale, di fatto,  poggia tutte le sue speranze di permanenza al potere nel deficit di progettualità e prassi politica copiosamente palesato dal centrosinistra. L'unica strategia politica che può mettere a frutto è, così, qualificabile: resistere al potere, sperando che gli avversari politici non riqualifichino le loro strategie. Ciò lo colloca in una posizione di ambivalenza: l'area del compromesso politico interno, da un lato, si allarga, per effetto delle pure esigenze di riproduzione del potere; dall'altro, si precarizza, non essendo sostenuta né da un progetto e nemmeno da un programma a breve di ricomposizione e rilancio politico. Per esemplificare:
a) Berlusconi gioca la carta del "tremontismo senza Tremonti": vale a dire, il berlusconismo spazializzato come centro di potere privo di mediazioni e sostegno sociale diffuso (la "manovra correttiva" appena varata è da ritenersi un vero e proprio "capolavoro", in questa direzione);
b) la Lega, quella del "berlusconismo con o senza Tremonti": vale a dire, il berlusconismo securitario assunto come chiave di volta per il consolidamento dell'intolleranza razziale e asse di implementazione della devoluzione;
c) An, quella del "berlusconismo senza Berlusconi": vale a dire, il berlusconismo razionalizzato, inteso come passaggio intermedio verso l'imputazione della leadership alla destra modernizzata.

Considerando la questione esclusivamente dal lato degli assetti interni, sia la Lega che An teorizzano e praticano un uso strumentale di Berlusconi; esattamente come Berlusconi nei loro confronti. Fino a che le strumentalità incrociate e intrecciate si alimenteranno reciprocamente, il cemento dell'alleanza di potere non si sfalderà. Nel punto in cui non riusciranno più ad equilibrarsi, la disgregazione sarà inevitabile. In questo momento, An ricorre a Berlusconi, per poter, già nella prospettiva a medio periodo, fare a meno di lui. Nel quadro precario venutosi a creare la Lega ha, invece, la necessità imperiosa dell'arbitrato egemonico di Berlusconi, a cui affida le uniche chances di realizzazione dei suoi progetti politici. Ridotto all'osso, il collante che tiene unite queste componenti, si riduce al binomio: estremismo proprietario/estremismo razziale. Ben più ricca e articolata era, invece, la dote che aveva consentito al centrodestra di vincere le elezioni politiche del 2001. 

Il punto di maggiore debolezza del "patto a tre" che si va profilando all'interno della "Casa delle Libertà" pare articolarsi secondo queste linee di azione:
a) Berlusconi, in piena caduta libera di consensi e di autorità carismatica, è costretto a fungere quale perno inossidabile di un'alleanza che mostra, ormai, ampi segni di cedimento;
b) la Lega è obbligata a investire su un "soggetto esterno" (Berlusconi, appunto) la possibilità o meno della realizzazione dei suoi piani politici;
c) An, per poter affermare la sua propria leadership di governo, è spinta ad impegnarsi nella difesa del primato di un leader di cui, pure, ambisce prendere il posto, al centro delle alleanze interne e del sistema politico italiano.

Per raggiungere i propri obiettivi politici, ognuno dei tre attori fa perno sulle debolezze dell'altro, più che sulla propria vigoria. Più in particolare, i due più deboli (An e la Lega) sperano che il più forte (Berlusconi) finisca con l'assecondare il loro progetto politico e non, invece, il suo. La situazione, in dettaglio, è riassumibile dal seguente schema:
a) la Lega spera che Berlusconi diventi il profeta della devoluzione;
b) An confida che il potenziale di forza e autorità che ancora si concentra nelle mani di Berlusconi sia trapiantato nel suo organismo in tempi medio-brevi. 

Ambedue (la Lega e An) rendono, così, pubblica la precarietà  delle loro ambizioni politiche: al solito, Berlusconi lavorerà soprattutto per sé; non già per i suoi alleati. Ad essi imporrà i diktat più convenienti all'esercizio oligarchico della sua egemonia, concedendo "il meno possibile del possibile":  attribuzioni e pratiche di sottogoverno; ma non poteri strategici effettivi. L'eventuale caduta del primato di Berlusconi porterà con sé il crollo della "Casa delle Libertà". Ed è qui che risalta tutta l'ingenuità del disegno finiano di un "berlusconismo senza Berlusconi": senza Berlusconi, nessuno dei coinquilini della "Casa delle Libertà" ha un futuro politico degno di questo nome. Lo sa bene la Lega che, non a caso, scommette disperatamente sulla riproduzione dell'intangibilità del "potere del capo". Nell'ottica politica della Lega, un "capo senza potere" equivale ad una "coalizione allo sbando", assolutamente non in grado di "attuare le riforme": la Lega non esiterebbe un istante a smarcarsi da un "capo senza potere". Finché Berlusconi avrà un barlume di autorità e potere, riceverà l'appoggio della Lega; quando perderà anche questo barlume, non godrà più del sostegno della Lega.

Nasce proprio intorno al groviglio di queste problematiche politiche la "vertenza Udc", tesa a chiudere non tanto e non solo il berlusconismo, quanto e soprattutto a riaprire i termini della transizione italiana, con la delimitazione di una tripartizione organica tra destra, centro e sinistra, entro il seno della quale il centro sia attore di governo principale e non, invece, alleato subordinato della destra o della sinistra. Il "ritorno al proporzionale" è soltanto uno dei tasselli del mosaico; di per sé, non sarebbe indigesto a Berlusconi e Forza Italia. 

Due gli esiti possibili della "vertenza Udc":
a) il raggiungimento di un accordo di compromesso, per effetto del quale i litigiosi alleati, attraverso scambievoli concessioni, rinegoziano il "patto di maggioranza" in una cruda operazione di spartizione di prerogative di potere;
b) l'irrigidimento delle posizioni reciproche, con il rifiuto opposto da Fi, Lega e An alle richieste avanzate da Follini su economia e fisco, federalismo e legge elettorale, "par condicio" e garanzie istituzionali, con la conseguente formalizzazione della crisi politica.

In entrambi i casi, l'autorità di Berlusconi verrebbe minata: nel primo, in maniera subdola e strisciante; nel secondo, in maniera deflagrante. Le due ipotesi, però, ammettono anche una sottovariabile: quella della paralisi e frammentazione dell'azione di governo ad opera di "veti incrociati". Accanto a valenze strategiche, l'iniziativa dell'Udc è provvista anche di una determinante tattica: mettere sotto pressione la Lega, allo scopo di far saltare il "patto a tre" Fi/Lega/An. A sua volta, la Lega, avvertito l'attacco alla sua centralità di governo e vista minacciata la devoluzione, potrebbe giocare la contromossa ricorrente del ricatto su Berlusconi, per mettere all'angolo le richieste dell'Udc. In questo gioco di pressing e contropressing, il ruolo di An si ridurrebbe, di nuovo, a quello di spettatore; e Berlusconi, col passare del tempo, si rivelerebbe sempre più come un  "principe senza scettro". Ove tutto ciò si verificasse, si tratterà di vedere se Berlusconi sarà disposto a recitare il copione di un leader progressivamente desovranizzato e se An sarà ancora disposta a stare nella coalizione, mantenendo in essa una presenza di routine. Qualora la coalizione di governo dovesse imboccare questa strada, sarà, per essa, un vero salto nel buio della decomposizione.

Ma ritorniamo alle valenze strategiche della manovra dell'Udc che è, né più e né meno, un tentativo di riedizione del primato del centro, soprattutto nella versione morotea,  senza più la Dc. Non casualmente, Follini e i suoi rivendicano espressamente e positivamente l'esperienza democristiana; richiami analoghi, del resto, si rilevano anche nel centrosinistra (Udeur, Margherita, area cislina). Per l'Udc, il ridimensionamento del primato di Berlusconi, sancito anche dalle urne, costituisce il punto di sganciamento iniziale, da cui muovere per la ricomposizione di un progetto neocentrista, organicamente saldato ai poteri finanziari, economici e istituzionali nevralgici, delusi e insoddisfatti della pessima prova di sé fornita dal berlusconismo.

Pur essendo più articolata, complessa e scaltra di quelle proposte dalla Lega e da An, quella dell'Udc rimane una manovra vulnerata da limiti interni insuperabili. Il più rilevante dei quali sembra essere quello di mettere al centro delle strategie di governamentalità il partito massa interclassista, attore già naufragato a fronte del consolidarsi dei fenomeni della complessità sociale. La crisi storica dell'egemonia politica della Dc e della forma partito di cui essa era il contrassegno specifico non può essere assunta, come fanno l'Udc e gli ex-democristiani presenti sia nel centrodestra che nel centrosinistra, come la risultante di una strategia politica cospirativa (così viene intesa da queste parti "mani pulite"), tendente a sottrarre ai cattolici le leve del potere. Qui l'Udc manca di metabolizzare il fondamentale passaggio di fase che ha condotto dalle società complesse alle società globali, in dipendenza del quale finisce con l'interpretare la realtà storica con un approccio restaurativo, ancorato ad un passato non ulteriormente riproponibile.

2. Il potere sinistro della tattica

L'agonia del berlusconismo notifica la crisi della soluzione a destra della "transizione italiana" (3). Il reinsediamento politico uscito vincente dalle elezioni politiche del 2001 mostra la sua friabilità, ben prima dei tempi messi in conto dall'analisi politica. La circostanza, però, non delinea le cornici di un arretramento dal quadro storico intanto sedimentatosi, in funzione del ripristino di una linea di continuità con la "prima repubblica", come pare ritenere l'Udc.  Reclama, piuttosto, un passaggio di discontinuità vero e ben altrimenti corposo di quello a cui finora ha pensato e lavorato il centrosinistra, sia nella fase di governo che in quella di opposizione.

Dopo il reinsediamenro politico delle destre, quella italiana non è più una crisi di sistema, per l'evidente ragione che il sistema politico non è più quello insediato dalla costituzione del '48: si è, ormai, dotato di nuovi attori, nuovi centri di potere e nuove regole di funzionamento. Eppure, dire che ad essere in crisi sia unicamente il "sistema berlusconiano" è quanto di più riduttivo si possa immaginare. Fatte salve le debite differenze, in diversi campi centrodestra e centrosinistra appaiono soggiacere alle medesime condizioni; una di esse è, certamente, quello dell'eccesso di stagnazione e del deficit di innovazione politica. Per il centrosinistra è stato, questo, un limite esiziale, a cui sono riconducibili molte delle ragioni della sconfitta del 2001. L'innovazione politica è mancata tanto a destra che al centro e sinistra. Ciò ha consentito a Berlusconi di rappresentarsi come "il nuovo", miscelando aziendalismo patriarcale, reaganeconomics, sovversivismo istituzionale, populismo reazionario, consumismo sfrenato e via discorrendo: cioè, il "vecchio del vecchio", rimesso a nuovo e spacciato come miracolistica del cambiamento

Su un unico terreno il berlusconismo è stato effettivamente innovativo: quello della comunicazione politica e della intercettazione ed eterodirezione simbolica dei desideri collettivi. Il fascino del berlusconismo è nato proprio da un mix tremendo di arcaicità politica e modernità simbolico-comunicativa. Quando questo mix è venuto meno, si è disfatto il cerone della maschera berlusconiana. Se prometti "il  miracolo" e questo non si realizza, ma al suo posto, invece, si vanno materializzando gli "incubi" dell'impoverimento e del declino progressivo del paese, la comunicazione politica e la rappresentazione simbolica finiscono con lo svelare le carte truccate su cui si reggono. Per nascondere il trucco, si richiedeva un salto di qualità nella sublimazione e virtualizzazione del reale. Berlusconi è, invece, rimasto fermo alle sue vecchie e anacronistiche strategie comunicative, senza avvedersi che il suo messaggio  era, ormai, un'affabulazione logora, priva di forza propulsiva ed attrattiva: un incantesimo senza più incanto.

Non crisi di sistema, dunque, ma crisi di reinsediamento. L'evidenza è chiara: il reinsediamento del 2001 non è riuscito ad attribuire identità compiuta ed articolata al nuovo sistema politico italiano, il cui profilo pare non sufficientemente definito e stabilizzato. Un contesto cosiffatto è caratterizzato politicamente da una contesa stagnante. Nel senso che i contendenti mancano puntualmente di aggredire i nodi centrali dell'agenda politica e, ancora di più, le disfunzioni delle strutture politiche dell'apparato istituzionale e gli anacronismi dell'azione di governo, nel loro rapporto reciproco e nella relazione mutevole e complicata da essi intrattenuta con la domanda sociale, la complessità economico-ambientale e l'articolarsi della pressione esercitata dai diritti diffusi. 

La mancata corrispondenza tra offerta politica e aspettative sociali, economiche, ambientali e civiche, se favorisce lo schieramento di destra, penalizza fortemente quello di sinistra, poiché lo confonde e appiattisce nella palude dell'indistinto politico, in cui tutte le forze, qualunque sia la loro matrice, finiscono per essere il ricalco delle altre. Nella nuova arena politica, i cui tratti essenziali abbiamo cercato di approssimare, vince non la forza che stabilizza; piuttosto, quella che destabilizza l'incerto profilo entro cui per ora è incapsulato il nuovo sistema politico italiano. Innovazione nella prospettiva della discontinuità politica: ecco il fulcro che è mancato all'azione politica della "lista Prodi", fortemente marchiata dai segni della stagnazione politica. E che, a tutt'oggi, sembra deficitare tanto nel centrosinistra che a sinistra (4)

Soprattutto in quest'ultima fase di opposizione, centrosinistra e sinistra si rivelano un contendente in preda alla afasia politica. Ciò emerge già sul piano lessicale, con la successione di programmi e proposte che, senza alcuna fantasia, resuscitano e moltiplicano stancamente idee vecchie ("partito unico riformista", "federazione di partiti", "listone", "grande Ulivo", "costituente di programma"), in una proliferazione alchemica di proposte dal taglio spiccatamente politicista e organizzativistico. Le sinistre italiane, ormai, hanno smarrito la loro identità (5). Qualcuna di loro fatica a rifarsene una più adeguata ai tempi; qualcun altra, invece, intende accelerare il processo di implosione identitaria, per proporsi come la più nuova e più credibile forza di centro (e, dunque, di governo).

Se si indaga il risultato elettorale con le chiavi di lettura che abbiamo provveduto a schizzare, il dato che emerge è che, ancora una volta (e soprattutto a sinistra), in  politica l'astuzia che scade in proiezioni puramente quantitative non paga. Da questo punto di vista, la "Lista Prodi" è stata una sorta di vittima designata e racconta la perdurante ed ostinata vocazione al suicidio da parte dei gruppi dirigenti del Pds (prima) e dei Ds (dopo) (6). L'ondivaghismo e l'irresolutezza dei gruppi dirigenti dell'Ulivo, sopratutto sui temi della guerra, della pace e dei diritti, è la spia di un malessere profondo che parte da lontano: la difficoltà di essere "a sinistra" e di dirsi "di sinistra": non a caso, come ricorda Prospero, i Ds costituiscono l'ala destra della sinistra europea, scavalcati solo dal thatcherismo di ritorno di Blair. Nondimeno, del serbatoio di sinistra si intende continuare a trarre profitto in termini elettorali. Contraddizione si aggiunge a contraddizione, penalizzando e rendendo non completamente credibile uno schieramento politico che fa estrema fatica a capitalizzare l'evidente e avanzato stato di declino dell'avversario.

L'immobilismo che regna oggi nel centrosinistra, ma anche a sinistra, è pressoché assoluto, pari soltanto all'incertezza sulle strategie che circola nei gruppi dirigenti. Per lo più, si tira a campare, aspettando e augurandosi la caduta di Berlusconi. Nelle more, continua ad imperare il dominio della tattica, con ammiccamenti a improbabili cartelli elettorali e ad ancora più improbabili organigrammi politici. Lo smalto dei leader, a partire dalla leadership prodiana, si va ulteriormente appannando. Si va anche pericolosamente restringendo il campo delle intese: non passa giorno che un leader non smentisca l'altro su questioni di rilievo; salvo "smentire la smentita" e continuare, facendo finta di niente. Nessuna presa di posizione seria, rispetto alla crisi del centrodestra, viene assunta: né a livello parlamentare, né a quello extraparlamentare.

Si veleggia di tattica in tattica tanto nel centrodestra che nel centrosinistra ed ogni schieramento è alle prese con questioni di potere interne. Va amaramente rilevato che il potere della tattica non è mai stato così sinistro e castrante, soprattutto a sinistra. 

(7-10 luglio 2004)

Note

(1) Si rinvia, in proposito, agli articoli pubblicati in questa rubrica nel 2003:
a) Coalizioni senza coagulanti. La nuova regola aurea del sistema politico italiano, luglio 2003;
b) Manovre in corso. Leader e leadership nella "Casa delle libertà", ottobre 2003;
c) Segnali di fumo. Leader e leadership nell'Ulivo, ottobre 2003;
d) Riposizionamenti finiani. Esercizi di leadership, dicembre 2003.
Tutti gli articoli in questione sono, poi, confluiti in A, Chiocchi, La difficile leadership. Attori e tendenze della politica italiana nel 2003, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", 2004.

(2) Il tema è già stato discusso, tempo fa, nell'articolo Dal blocco di sistema al blocco come sistema, dicembre 2000.

(3) Si rinvia, sul tema, all'Editoriale Dalla crisi al reinsediamento politico, "Focus on line", n. 17/18, 2002; successivamente confluito in A. Chiocchi, Crisi e reinsediamento politico. La parabola del "caso italiano" (1990-2002), Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2003, di cui costituisce il cap. 4.

(4) Sul punto, sono pienamente condivisibili le lucide considerazioni di Ida Dominijanni, Sul lato sinistro, "il manifesto", 9 luglio 2004.

(5) Sacrosante, in proposito, le osservazioni critiche di Carla Ravaioli, Anatomia di una parola perduta, "il manifesto", 9 luglio 2004. Tuttavia, non paiono convincenti i riferimenti al sistemismo di I. Wallerstein, riaffermato nel suo ultimo libro Il declino del sistema mondo (Milano, Feltrinelli, 2004), secondo cui il capitalismo conoscerebbe ora la sua prima vera crisi sistemica. Secondo questa chiave ermeneutica, come è noto, la globalizzazione o non v'è mai stata o c'è stata sempre. I moduli politici derivati e derivabili da analisi economiche di questo tipo, con tutta evidenza, non paiono essere adeguati all'esigenza di riformulare il vocabolario e il codice culturale delle sinistre.

(6) Cfr., sull'argomento, le acute osservazioni di M. Prospero, Il fattore K dell'Ulivo, "il manifesto", 1 luglio 2004.


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