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Temi del dibattito politico italiano.

COALIZIONI SENZA COAGULANTE.
La nuova regola aurea del sistema politico italiano
di Antonio Chiocchi

1. Il clima di accesa conflittualità all'interno della maggioranza di governo ha recentemente avuto, da parte del premier, un tentativo di soluzione organica: la messa in piano ed il susseguente varo di un "Testo Unico" per le riforme costituzionali. L'intento del premier è chiaro: ricomporre in  un disegno unitario le frizioni tra la Lega, da un lato, e An e Udc, dall'altro. In concreto, si tratterebbe della reiscrizione del "patto" tra gli alleati, a fronte dei persistenti venti di crisi che infuriano nella "Casa delle Libertà". Tuttavia, il "Testo Unico" non può rappresentare, di per sé, il nuovo coagulante della compagine di governo. Tanto che conflitti e microconflitti interni si riproducono a catena (1).

In realtà, il progettato "Testo Unico" per le "riforme costituzionali" può aprire un ulteriore terreno di scontro all'interno della maggioranza, dovendosi ricondurre ad unità tendenze che, invece, confliggono. Le istanze devolutive della Lega si scontrano con  quelle coesive di An e Udc. La cornice dell'"'unità nazionale" sta stretta alla Lega, esattamente come la devoluzione leghista è indigeribile per An e Udc. Ciò non esclude che si pervenga ad accordi; ma non ammette, certamente, un'intesa organica, coerente e funzionale. Eventualità che, sul medio-lungo periodo, non farà altro che esacerbare le divergenze.

Più che lavorare ad un improbabile "accordo quadro", le forze della coalizione di governo sembrano orientate a neutralizzarsi l'un l'altra, per imporre al premier la propria "visione di parte". Finora gli aut aut leghisti hanno assolto la funzione di catalizzare l'azione di governo su una prospettiva di secessione morbida  (la devoluzione), offrendo in cambio appoggio incondizionata al premier. Sicché l'agenda di governo  ha finito con il ruotare intorno a tre fulcri: l'asse Berlusconi-Mediaset, l'asse Bossi-Tremonti, l'asse Berlusconi-Confindustria. Fino a qualche mese fa, il movimento complesso intorno a questi tre assi trovava meccanismi di funzionamento efficienti ed ha determinato, senza trovare eccessivi ostacoli interni ed esterni, la politica dell'esecutivo in carica. 

Ora, all'interno della stessa coalizione di maggioranza, il duo Bossi-Tremonti non riesce più a dettare le "regole del gioco" ed a imporre il "calendario politico". Né, su un versante esterno, l'asse Berlusconi-Confindustria pare permeato da "amorosi sensi". Rimane in piedi e pienamente funzionante l'asse Berlusconi-Mediaset. Ma, in queste condizioni, si trova progressivamente deprivato della necessaria "copertura politica". 

Le ultime approvazioni della "legge Gasparri" sulla telecomunicazione e del "lodo Frattini" sul conflitto di interessi accentuano questa tendenza e isolano il premier, sottoponendolo al "ricatto" tanto dei suoi alleati che dei suoi partner esterni: tutti recalcitrano e rivendicano la parte del loro "utile" che tarda ad arrivare. All'interno della maggioranza, la redistribuzione delle quote e delle risorse del potere è entrata in crisi. Il suo unilateralismo si è rivelato sempre più asimmetrico, nel senso che la "dittatura del premier" ha teso a pendere sempre più dalla parte della Lega. Le proteste di An e Udc nascono da qui. 

Se si analizzano le politiche dell'esecutivo Berlusconi, in questi primi due anni di governo, ben si vedrà che le decisioni caratterizzanti hanno trovato deliberazione intorno ai tre assi prima menzionati. Il perseguimento a tappeto degli interessi del premier ha fatto tutt'uno con la devoluzione dei diritti individuali e collettivi, nella direzione del loro progressivo svuotamento, con la coeva introduzione di ampie zone di "franchigia" per le le oligarchie economiche e finanziarie vecchie e nuove.

Da qualche mese a questa parte, soltanto l'asse Berlusconi-Mediaset continua a funzionare come una perfetta "macchina di guerra"; gli altri due appaiono in piena crisi. Tremonti è investito da una crescente crisi di autorità e legittimità; Bossi, con sempre maggiore difficoltà, riesce a dettare temi e tempi dell'agenda di governo, divenendone, anzi, uno dei maggiori fattori di "crisi interna"; la Confindustria, sempre più irritata, continua ad esibire un conto il cui saldo tarda a profilarsi all'orizzonte.

Gli interessi del premier si stanno pericolosamente allontanando, per la coalizione di governo, dagli interessi della base sociale di cui è espressione. Da qui i campanelli di allarme, i distinguo e le prime plateali prese di distanza. Berlusconi si trova davanti a sé un problema grave e di non facile soluzione: ricucire gli strappi tra l'azione di governo e la base sociale di riferimento. La fibrillazione interna alla maggioranza altro non è che la rappresentazione politica di questa tendenza sotterranea.

Ma la ricucitura richiede un programma a breve ed un progetto a lungo termine, di cui il premier, al momento, sembra sprovvisto. Lo spettro rizomatico che aveva assicurato il successo alle politiche del 2001 costituisce ora una delle problematiche critiche più serie che squarciano la "Casa delle Libertà". Istanze e tendenze diverse trovavano, nel 2001, una coagulazione in un progetto di "presa del potere". Gli elementi di divisione passavano in secondo piano, a confronto delle componenti di coesione. 

Così non è più. Nella fase di "gestione del potere", sono destinati a salire in primo piano gli elementi di divisione e, quindi, vengono richieste capacità di mediazione, decisione e sintesi ben superiori. Paradossalmente, è proprio il cemento multiforme che aveva consentito alla "Casa delle Libertà" di vincere le elezioni a fare ora problema. Non che la multiformità sia, in sé, un ostacolo all'azione di governo; ma essa esige politiche complesse e a largo raggio, capaci di coinvolgere e interessare "bacini di utenza" ampi e rappresentativi. 

Le culture delle forze di governo, al contrario, appaiono tutte viziate da basso profilo e strutturalmente incapaci di creare campi di comunicazione politica condivisa e distribuita, entro cui le decisioni non siano un mero atto unilateralista e autoritario della classe politica di governo. Cultura manageriale applicata alle istituzioni e cultura autoritario-xenofoba applicata allo Stato sembrano contrassegnare il DNA  della maggioranza. Ciò rende l'azione di governo onerosa e inefficiente, ipertrofica e disfunzionale, incoerente e controfattuale, autoritaria e poco autorevole.

Trovare un coagulante effettivo tra forze così caratterizzate ed esposte per vocazione alla "dittatura del premier" corrisponde alla classica "quadratura del cerchio". L'ipotesi più probabile è lo stillicidio dei "colpi di mano" (aperti e sotterranei), degli aut aut, dei veti incrociati ecc. intorno cui la maggioranza si andrà, di volta in volta, assettando e assestando, spostando periodicamente gli equilibri interni, ma mai facendo venire meno l'intangibilità del "primato del capo". Verso quest'ultimo saranno inoltrate masse crescenti di "questioni irrisolte", con la richiesta pressante di "risoluzioni definitive" che, tutti sanno, non ci saranno mai. 

L'azione di governo sarà sempre più simulata in termini di collegialità; sempre più leaderistica e personalistica in termini di effettualità. Di volta in volta, i rapporti di forza interni stabiliranno, a seconda degli interessi in gioco, chi sarà l'alleato più fedele e chi il competitore di turno del premier. All'interno della coalizione, il potere sarà redistribuito a "somma zero": tutto il potere rimarrà nelle mani di Berlusconi che lo condividerà in dosi alterne e minimali, con questo o quell'alleato. Il potere degli alleati di governo non crescerà mai; quello di Berlusconi rimarrà inattaccabile. Gli stessi competitori di turno non possono e non potranno far di meglio che appellarsi al premier, per ristabilire equilibrio e misura nella coalizione. Circostanza che li rende succubi in perpetuo della sua leadership.     

 

2. Che la coalizione di governo sia senza coagulante non significa che non riuscirà a governare o che non porterà il suo mandato fino alla conclusione della legislatura. Indica, più semplicemente, una qualità prioritaria negativa dell'azione di governo. Del resto, nella storia repubblicana italiana non mancano gli esempi di maggioranze governative prive di coagulante, tenute incollate soltanto dalle pulsioni della gestione del "potere per il potere".

È vero che è interesse di Berlusconi che gli alleati litighino tra di loro, nell'ottica della conferma e del rafforzamento della sua leadership personale. Ma, oltre un certa soglia, la litigiosità interna vulnera proprio l'immagine del leader, quale dominus e risolutore in prima ed ultima istanza, inceppando e ritardando l'azione di governo. 

Se alla maggioranza sembra interdetto un coagulante effettivo, non impossibile pare il perseguimento di un "onorevole compromesso". A ben guardare, questa è la richiesta di An e Udc, laddove "intimano" al premier di porre fine al suo sbilanciamento pro-Lega. 

Non che la Lega sia, per Berlusconi, un alleato più fedele o più infido degli altri, ma ha fin qui rappresentato la "sponda politica" ideale, per un pressing sulle politiche dei diritti, sulle politiche della giustizia e sulle politiche degli interessi. Essa ha costituito, in proposito, un organico punto di convergenza e fluidificazione politica. 

I maggiori vantaggi della convergenza sono, ovviamente, andati a Berlusconi: con le leggi ad personam e quelle di destrutturazione delle relazioni industriali e del mercato del lavoro. Alla Lega sono andate le briciole: la Bossi-Fini e una serie di promesse sulla devoluzione, su cui pende la spada di Damocle delle "istanze nazionali" di An e Udc. Ad An e Udc è andato ancora meno, se non niente. 

È venuto, così, incubandosi una sindrome da esonero dal potere, i cui portatori principali sono i partner esclusi: An e Udc. Con la conseguenza che la "verifica politica", più volte richiesta e non ancora concessa, viene fatta nelle forme spurie dell'esercizio di voto e di condivisione sulle politiche e sulle scelte dell'esecutivo (e del premier, in particolar modo). Non a caso, ultimamente, l'esecutivo è andato più volte in minoranza, a causa del voto contrario di alcune forze di governo. 

Il premier non si può concedere di permanere, ancora troppo a lungo, in una situazione di stress come questa. Da tale consapevolezza nasce la proposta del "Testo Unico" per le riforme costituzionali, di cui si è già detto, con cui spera di continuare a tenere a bada la Lega e ridurre  An e Udc ad alleati politicamente silenti. Ma fuori del "Testo Unico", a prescindere dalla sua effettiva "valenza pacificatoria", rimangono le politiche sociali e le politiche economiche, su cui ha fin qui imperversato il binomio Bossi/Tremonti. Campo, questo, entro cui An e Ucd intendono pienamente mettere le mani. Passa, infatti, da qui la via principale del ridimensionamento del potere di Tremonti (e di Bossi) a cui palesemente tendono sia An che Udc.

Alla fine, forse, Berlusconi dovrà rassegnarsi a redistribuire quote minimali di potere interno, compensando le richieste di An e Udc e cercando di accontentare, alla meno peggio, la Lega. Esercizio di difficile dosaggio. Ancora una volta, il potere più grande che egli ha in mano è l'assenza di alternative alla sua leadership. Ancora una volta, userà questo potere, in un clima del "tutti contenti, perché tutti scontenti". Più che accontentare tutti in egual misura, il premier sarà costretto a scontentare tutti in egual misura, come da tempo gli "consigliano" gli editorialisti de "Il Giornale" e de "Il Foglio". Questo non sarebbe un "male in sé", a patto che egli fosse in possesso di un "progetto minimo" che non sia il new offertismo ed il new protezionismo di cui è paladino il suo ministro dell'economia.

La fibrillazione interna alla maggioranza ha introdotto, però, un'ulteriore variabile politica: una prima cesura tra le posizioni di Tremonti e quelle della Lega. La linea di tendenza nuova è stata espressamente tenuta a battesimo da Bossi e Maroni, con il loro alto là ad ogni ipotesi di attacco alle pensioni, su cui Tremonti aveva già messo nero su bianco. Il ministro dell'economia si trova sempre più costretto a reperire "fonti" e "fonti" di entrata, a fronte dello stato dei conti pubblici e della spirale di "sviluppo zero" che avvolge il paese. Le pensioni, da questo punto di vista, costituiscono un terreno di coltura e cattura ideale, con il vantaggio supplementare di stabilire un'utile convergenza con le posizioni della Confindustria, del Fmi e della Banca d'Italia, con cui, in quest'ultimo periodo, i rapporti non sono stati sempre idilliaci. 

Ma qui il superministro dell'economia si trova stretto in una tenaglia, posto di fronte ad un dilemma irresolubile. L'attacco alle pensioni lo isola dalla Lega, non solo dagli altri partner di governo. Quest'azione centrifuga non appare compensata da quella reciproca e centripeta che gli avvicina i favori della Confindustria, del Fmi e della Banca d'Italia. Qui una maggiore rappresentatività del ministro all'esterno del governo  va a tutto scapito della sua rappresentatività interna (al governo). La realizzazione del punto di equilibrio esige il contrario: la crescita contestuale della sua rappresentatività interna ed esterna. Fuori della coalizione di governo il suo potere è vicino al "grado zero"; è qui che egli deve primariamente tessere la sua tela e intorno ad essa conquistarsi consenso e legittimità dall'esterno. Questo significa essere "ago della bilancia" delle politiche dell'esecutivo, ruolo a cui il superministro manifestamente aspira e che finora, in un certo senso, è riuscito a giocare. Ma tale ruolo non gli viene più riconosciuto all'interno della coalizione; tantomeno è accettato all'esterno. 

Intorno a queste embrionali, ma significative line di frattura si vanno incubando altri processi ad alto potenziale di rischio per il governo. Un attacco deciso alle pensioni comprometterebbe il rapporto con il sindacato: con la Cisl e l'Uil, in primo luogo, partner riconosciuti dell'azione di governo. Col risultato di ricompattare il fronte confederale e la sospensione del processo di isolamento della Cgil, a cui l'esecutivo ha lavorato fin dall'atto del suo insediamento. Gran parte del futuro prossimo del governo Berlusconi si gioca su questo delicato fronte: non solo nell'immediato, ma anche e soprattutto nella prospettiva a medio termine delle elezioni politiche del 2006, l'esito delle quali sarebbe sicuramente disastroso, cortocircuitando il rapporto con Cisl e Uil. 

 

3. Se, dalla "Casa delle Libertà", spostiamo l'attenzione al centrosinistra, reperiamo un eguale e simmetrico processo di assenza di coagulante interno. Per molti versi, anzi, il centrosinistra appare ancora più sconnesso del centrodestra. La divisione inizia già all'interno dei Ds, tra un'ala centrista e moderata new liberal e un'ala sinistra new labor. Tra le due, sulle questioni essenziali" (i diritti, la guerra, le politiche sociali ecc.) non v'è omogeneità politica. Più che un coagulante, reperiamo qui in azione un collante, dato dalla provenienza da matrici  politiche e culturali comuni. Insomma, è il fantasma del Pci che tiene ancora unite queste due anime pure diverse. 

Se passiamo ad esaminare il rapporto tra Ds e Margherita, rileviamo come, accanto a differenze non secondarie su questioni di rilievo, la scena sia completamente occupata (ed oscurata) da una indefessa lotta per l'egemonia (2). Il che produce tanto nel centrosinistra che nei Ds una leadership debole e poco visibile, impegnata in estenuanti tatticismi al suo interno e oltremodo attendista di fronte ai molteplici affondi e alle altrettanto numerose defaillances dell'esecutivo.

Lo scenario si complica ulteriormente, in considerazione del fatto che Verdi e Pdci, in quest'ultima fase politica, vanno rimarcando autonome posizioni e frequenti prese di distanza dalle altre forze del centrosinistra. 

Il motivo forte che tiene unito il centrosinistra è il comune sentimento di opposizione al governo Berlusconi che si prolunga, inevitabilmente, in un progetto di "riconquista del potere" perduto. Di fatto, anche in questa coalizione, le ragioni dell'opposizione uniscono più delle ragioni del governo. L'unico vantaggio che, al momento, il centrosinistra sembra godere nei confronti della "Casa delle Libertà" sta proprio qui.

Un sistema politico imperniato su coalizioni senza coagulante si caratterizza per la sua discontinuità, nel senso che le sue prestazioni non obbediscono a criteri di stabilità, coerenza ed efficienza, essendo i suoi protagonisti attori che lavorano a progetti di potere e non già di governo. Proprio intorno a quest'ordine di problematiche centrali, la vittoria di Berlusconi alle politiche del 2001 ha sancito la chiusura della transizione italiana (3)

Il passaggio da uno schieramento politico all'altro, ben lungi dal segnare l'avvio di un regime bipolare perfetto, stabilisce una nuova regola aurea della politica italiana: il governo delle coalizioni senza coagulante. Regolarità, questa, che mette in scena compagini e attori politici incoerenti, divisi su molto e uniti solo dal cemento del potere. Attorno a questo nuovo centro di gravitazione della politica italiana, si vanno incardinando alcune linee di movimento che, provvisoriamente, convergono su due assunti speculari. Alla scadenza elettorale, laddove si tratta di ricevere la conferma o disconferma del mandato di maggioranza:

a) l'azione di governo tende ad essere penalizzante: che non significa che la classe politica di governo è destinata allo scacco; semplicemente, indica lo svantaggio della posizione; 

b) l'azione di opposizione tende ad essere premiante: che non significa che la classe politica di opposizione è avviata ad una sicura vittoria; semplicemente, indica il vantaggio della posizione. 

In un sistema cosiffatto, perdurando l'incapacità del sistema politico italiano di addivenire ad un reale rinnovamento tanto delle modalità di governo che di quelle di opposizione, l'esito della contesa elettorale viene perversamente a dipendere più dai demeriti del competitore che dai propri meriti. Il vantaggio dell'oppositore parte da qui. 

La chiusura (da destra) della transizione italiana ha partorito un passaggio perverso: siamo transitati dal bipartitismo imperfetto al pendolarismo perfetto. Nel senso che il cambiamento degli attori di governo non modifica la struttura profonda dell'azione di governo. Si produce un movimento pendolare, in cui si ripetono sempre le stesse oscillazioni, qualunque sia il soggetto che le intenziona.

Da questo angolo di osservazione, ancora di più, non possono stupire i molti punti di contatto tra i programmi politico-elettorali del centrodestra e del centrosinistra alle ultime elezioni politiche del 2001. Come non possono sorprendere le molte affinità tuttora sussistenti sui temi della sicurezza, della flessibilità, della pena, della criminalità, dell'immigrazione, dei diritti individuali e simili.

Non che non via siano differenze - e talora anche notevoli - tra centrodestra e centrosinistra. Ma esse attengono sempre alla tattica e non alla strategia, al come e non alla cosa. Indubbiamente, il centrosinistra vanta una cultura ed un'esperienza di governo assai più articolata, innovativa e moderna a confronto di quella del centrodestra. Come ha nel suo codice genetico la profonda condivisione dei valori costituzionali fondativi della democrazia italiana che, per il centrodestra, rappresentano un vera e propria palla al piede. E tuttavia, ciò non è bastato e non basta ancora, per condurlo fuori dalla palude che gli ha fatto ridurre il governo ad amministrazione senza trasformazione

Ciò lo ha strangolato nelle "segrete del potere", distanziandolo non solo dagli umori e dalle pulsioni delle persone in carne ed ossa, ma anche dai cambiamenti che si vanno moltiplicando a tutti i livelli di espressione della vita sociale. Certamente, il centrosinistra è stato tratto in inganno da uno dei teoremi fondativi della Dc: "il potere logora chi non ce l'ha". Ciò non è stato mai completamente vero; e la stessa Dc ha pagato a caro prezzo un monopolio del potere durato quasi cinquant'anni. Finché era in vita il bipartitismo imperfetto, il teorema democristiano poteva ancora avere una parziale legittimità; ora, nel sistema delle coalizioni senza coagulante, è il governo, non già l'opposizione, a rappresentare la fonte primaria del logoramento.

Se reinterpretiamo da questo punto di arrivo dell'analisi l'ossessione anti-comunista di Berlusconi, essa appare meno peregrina di quanto, a tutta prima, può sembrare. Il leader della "Casa delle Libertà", difatti, si pone con coerenza il "problema del coagulante"; non trovandolo (e non potendolo trovare) sul piano schiettamente politico, opera uno slittamento su quello simbolico. Dalla piattaforma della sua cultura retrodatata, l'anti-comunismo gli sembra la soluzione ideale. In realtà, anche qui, il rimedio che egli propone è peggiore del male. Un coagulante simbolico anacronistico indigeribile dai suoi stessi partner di governo; figuriamoci all'esterno.

Tuttavia,  la questione era là posta; anche se risolta sbrigativamente e surrettiziamente. Il centrosinistra si segnala qui proprio per l'assoluta inconsapevolezza del problema. La coagulazione politica è agitata nei termini della proposizione di cartelli elettorali che possono, sì, produrre successi, ma giammai creare una condivisione di progetti e programmi. Il coagulante, per il centrosinistra, sta nella capacità di autotrasformarsi e di postulare ed esercitare una pratica di governo incardinata sulla trasformazione. Operazione complessa e dolorosa, questa, che richiede un radicale mutamento di rotta nell'approccio alle problematiche sociali ed ai loro attori, a partire dai movimenti che dentro e contro la globalizzazione vanno proponendo nuovi e originali temi di discussione, organizzazione, lotta e trasformazione. 

E, allora, minimalisti e devianti appaiono tanto le ricette new liberal e new labor dei Ds, quanto il centrismo moderato della Margherita; come pure non all'altezza sembrano le scorciatoie politiciste proposte dai Verdi e dal Pdci (si vedano gli ultimi fallimentari referendum).

Fuori dal centrosinistra, le cose non è che stiano assai meglio. Rifondazione pare muoversi a vista tra un collegamento politico-elettorale al centrosinistra ed una apertura significativa ai movimenti. Nell'un caso, trovando alleanze tattiche con i Verdi ed il Pdci (a livello centrale) e con amministrazioni locali (a livello periferico); nell'altro, cercando di trarre energie ed idee dal mare mosso del "movimento dei movimenti". In tutti e due i casi, non riuscendo a rinnovare le proprie culture e la propria identità e calendarizzando, ancora una volta, l'ennesima "rifondazione" mancata. 

Eppure, da due anni di quasi ininterrotta mobilitazione, estremamente varia e articolata per temi e capacità di iniziativa, non dovrebbe essere difficile trarre materiale per il cambiamento, a partire dal profondo mutamento di segno e di senso dell'idea stessa di sinistra e di sinistre. Senza questa capacità di autoapprendimento e di rimessa in discussione della propria identità anacronistica, non c'è storia possibile per le sinistre in Italia. Ci potranno essere vittorie elettorali, questo sì; non già trasformazioni a favore degli strati sociali esclusi, emarginati e pauperizzati. 

Se questo è e sarà, i movimenti, fin da adesso, sono chiamati alla responsabilità di ripensare gli sbocchi politici e istituzionali della loro azione. Pena la dissoluzione e la sconfitta del loro patrimonio. 

(luglio 2003)

Note

(1) Mentre scriviamo, è in pieno svolgimento lo scontro Vietti/Castelli sulla questione delle rogatorie internazionali richieste dalla Procura di Milano e impropriamente bloccate dal ministro della giustizia, sulla base di una ultraerronea lettura del "lodo Schifani", il quale blocca, sì, i processi, ma non le indagini preliminari a carico delle 5 più alte cariche dello Stato.

(2) Vedasi, in proposito, la disarmante e stucchevole riproposizione dello scontro D'Alema/Prodi, aggiornato ora sul tema delle "liste uniche" per le elezioni europee e sulla nuova "casa comune" da costruire, se "riformista" oppure "democratica". I barocchismi e bizantinismi politicisti della politica del centrosinistra degli anni '90 sono oliati e rimessi a nuovo, senza che le conseguenti e dure sconfitte subite abbiano insegnato alcunché.

(3) Sul tema, si rinvia all'Editoriale n. 17-18/2002.