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Temi del dibattito politico italiano.

LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE E INTERNET
di Antonio Chiocchi

 

Premessa

In quest'ultimo mese, sulla rete è stato aperto un acceso dibattito riguardante la libertà di espressione. La causa ultima scatenante è stata la legge sull'editoria n. 62 del marzo 2001, con la quale anche i prodotti digitali, fatti rientrare nella definizione di "prodotto editoriale", vengono sottoposti alle prescrizioni previste dalla legge sulla stampa n. 47 del 1948. Dalla rete, visto il montare delle proteste, il dibattito è sconfinato sui principali organi di informazione tradizionali.

Che la libertà di espressione - tra l'altro, formalmente garantita dall'art. 21 della nostra Costituzione - sia un diritto fondamentale è incontestabile. E, difatti, nessuno si sogna di metterlo apertamente in discussione. Nondimeno, non mancano i tentativi di introdurvi lacerazioni, per superficialità, spirito di arroganza e pulsioni autoritarie. In quale di queste categorie rientri la recentissima legge sull'editoria è difficile dirlo. Rimangono assodati, comunque, i guasti reali che essa immette nell'ordinamento del nostro paese, uniti alle ingombranti pastoie, di tipo burocratico, culturale e sociale, frapposte al pieno sviluppo di Internet.

Individueremo i punti nodali della legge e, quindi, procederemo ad una rassegna delle principali posizioni emerse, per, infine, articolare le nostre scarne considerazioni conclusive.

 

La trama fondamentale

Vediamo subito come la nuova legge definisce il "prodotto editoriale".

Per "prodotto editoriale", ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici (art. 1/1).

Come si vede, siamo qui ad una doppia equiparazione: (a) quella tra "prodotto editoriale stampato" e "prodotto editoriale digitale" e (b) quella tra "editoria su supporto cartaceo" ed "editoria on line", come se la rivoluzione digitale non avesse mai mutato i modi di produrre e comunicare della società.

La legge indica anche cosa non è da intendersi per "prodotto editoriale":

Non costituiscono prodotto editoriale i supporti che riproducono esclusivamente suoni e voci, le opere filmiche ed i prodotti destinati esclusivamente all'informazione aziendale sia ad uso interno sia presso il pubblico (art. 1/2).

Continuiamo sulla falsariga di definizioni, perlomeno, approssimative che lasciano, francamente, perplessi. I prodotti sonori, visivi e aziendali non costituiscono, dunque, un prodotto editoriale. Ironicamente ha, in proposito, commentato M. Cammarota: "Dunque un'edizione della Divina Commedia su CD-ROM, con solo voci, destinata ai non vedenti, non sarebbe un prodotto editoriale".

Ma procediamo. A questo punto, la legge delinea il campo di prescrizioni che si applicano ai prodotti editoriali:

Al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all'articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall'articolo 5 della medesima legge n. 47 del 1948. (art. 1/3). 

Vediamo cosa prescrivono, nell'ordine, i richiamati artt. 2 e 5 della legge 47/48.

L'art. 2 della l. 47/48 prevede l'indicazione obbligatoria sugli stampati, in forza di cui:

Ogni stampato deve indicare il luogo e l'anno della pubblicazione, nonché il nome e il domicilio dello stampatore e, se esiste, dell'editore.
I giornali, le pubblicazioni delle agenzie d'informazioni e i periodici di qualsiasi altro genere devono recare la indicazione:
del luogo e della data della pubblicazione;
del nome e del domicilio dello stampatore;
del nome del proprietario e del direttore o vice direttore responsabile.
All'identità delle indicazioni, obbligatorie e non obbligatorie, che contrassegnano gli stampati, deve corrispondere identità di contenuto in tutti gli esemplari.

Anche per questo riferimento il coro delle critiche è stato unanime. Come si possono mai imporre ad un prodotto digitale le obbligazioni poste in capo agli "stampati"? E chi è qui lo "stampatore"? Queste pastoie burocratiche d'altri tempi non impacciano il pieno sviluppo di Internet? Non penalizzano provider e mantainer italiani, esponendoli ad onerosi costi addizionali, a confronto della concorrenza internazionale? Non limitano fortemente la libertà di espressione del web, uno dei motivi conduttori dell'esplosione di Internet? Il punto in questione era proprio quello di eliminare la legge sulla stampa del 1948 o, almeno, alcuni dei suoi tratti più iniqui ed anacronistici; invece, se ne estendono le cerchie di azione a campi che non le sono affatto propri. A trarne soddisfazione sono unicamente le corporazioni degli editori e dei giornalisti.

Passiamo all'art, 5 della 47/48 che riguarda la registrazione:

Nessun giornale o periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del tribunale, nella cui circoscrizione la pubblicazione deve effettuarsi.
Per la registrazione occorre che siano depositati nella cancelleria:
1) una dichiarazione, con le firme autenticate del proprietario e del direttore o vice direttore responsabile, dalla quale risultino il nome e il domicilio di essi e della persona che esercita l'impresa giornalistica, se questa è diversa dal proprietario, nonché il titolo e la natura della pubblicazione;
2) i documenti comprovanti il possesso dei requisiti indicati negli artt. 3 e 4;
3) un documento da cui risulti l'iscrizione nell'albo dei giornalisti, nei casi in cui questa sia richiesta dalle leggi sull'ordinamento professionale;
4) copia dell'atto di costituzione o dello statuto, se proprietario è una persona giuridica.
Il presidente del tribunale o un giudice da lui delegato, verificata la regolarità dei documenti presentati, ordina, entro quindici giorni, l'iscrizione del giornale o periodico in apposito registro tenuto dalla cancelleria.
Il registro è pubblico.

Alle considerazioni critiche svolte in precedenza, se ne deve qui aggiungere un'altra di decisiva importanza. La registrazione dei siti web (e dunque di tutti i prodotti on line) procede per strade autonome da quelle che regolano i periodici stampati ed è regolamentata innanzi ad Autorità competenti, i cui registri sono di pubblico dominio. Perché, dunque, aggiungere una registrazione supplettiva, non necessaria? O meglio: utile soltanto per sottoporre l'informazione on line alle stesse regole censorie ed anacronistiche dell'informazione stampata.

Ma v'è ancora dell'altro. Il sistema dei rimandi alla legge 47/48 si corona con la previsione di pesanti sanzioni per chi omette di ottemperare agli obblighi di cui agli artt. 2 e 5 appena richiamati. L'automatismo è stabilito dall'art. 16 della 47/48 (che, sia detto di passaggio, sanziona la "stampa clandestina") che così recita:

Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall'art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000.
La stessa pena si applica a chiunque pubblica uno stampato non periodico, dal quale non risulti il nome dell'editore né quello dello stampatore o nel quale questi siano indicati in modo non conforme al vero.

Ci troviamo, come è sin troppo agevole arguire, al cospetto di una situazione estremamente ambigua, di assai difficile applicazione e di sfuggente interpretazione.

 

Le tranquillizzazioni di governo e maggioranza

Il notevole successo della Petizione contro la Legge n. 62/2001, lanciata da Punto Informatico, ha obbligato autorevoli responsabili del governo e della maggioranza a dichiarazioni tranquillizzanti che, però non hanno contribuito a fugare dubbi e perplessità; anzi. Hanno assunto particolare rilievo le osservazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (con delega all'Editoria) V. Chiti e quelle di G. Giulietti (relatore della legge).

In ripetute occasioni, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio è intervenuto sull'argomento; non sempre le sue dichiarazioni sono state improntate alla coerenza.

Inizialmente, Chiti ha confermato, con un'intervista a Repubblica.it, che la nuova legge prevedeva che l'informazione on line fosse sottoposta all'obbligo di registrazione:

La legge dice che se uno fa un giornale online (...) è giusto (...) che abbia una forma di registrazione". Insistendo che se un sito pubblica periodicamente informazioni "e in modo continuato ha un rapporto informativo io sostengo che è giusto registrarsi".

Successivamente, rispondendo il 18/04/2001 alla Camera ai chiarimenti sollecitati dal relatore della legge G. Giulietti, Chiti dichiarava che la legge (fonte Asca):

non impone alcun vincolo aggiuntivo (e in particolare, alcun vincolo di iscrizione al registro dei comunicatori previsto dalla legge cosiddetta Maccanico del 1997) per i siti Internet; neppure per i siti Internet che fanno esclusivamente o professionalmente informazione.

Concludendo la sua risposta, il sottosegretario profilava all'orizzonte la predisposizione di un regolamento attuativo, per fare chiarezza di tutte le interpretazioni dubbie che il testo autorizzava.

Ma, ora, la legge 62/2001 non prevede alcun regolamento di attuazione; invece, specificamente previsto dall'invocata "legge Maccanico" (l. 249/97) che instaura, però, il "registro dei comunicatori" presso l'apposita Authority, non ancora operativo. E tuttavia, diversamente da quanto invocato dai difensori della 62/2001, la 249/97 non assegna alcun "potere di controllo" sulle domande inoltrate dai soggetti richiedenti.

Per l'intreccio tra 62/2001 e 249/97, come fa osservare con acume M. Cammarota, si creerà una situazione confusa di questo tipo:

a) le testate di proprietà di imprese si registreranno presso l'Autorità Garante delle Comunicazioni;

b) le testate di proprietà di persone fisiche si registreranno nei tribunali, con i conseguenti obblighi derivanti dalla legge sulla stampa 47/48;

c) le testate senza periodicità regolare, sia di proprietà delle imprese che delle persone fisiche, non avranno alcun obbligo di registrazione, fatta salva la prescrizione prevista dall'art. 2 della 47/48 che impone l'indicazione del luogo e dell'anno della pubblicazione, del nome e del domicilio dello stampatore e dell'editore.

Ma torniamo al nostro argomento. Le uniche disposizioni attuative previste dalla 62/2001 riguardano le modalità regolanti "i termini di presentazione o di rigetto delle domande, le modalità di attestazione dei requisiti e delle condizioni di concessione dei contributi, la documentazione delle spese inerenti ai progetti ..." (art. 5/13) e così via. La questione, quindi, si ingarbuglia.

Sulla linea dell'inesistenza del vincolo di registrazione per l'informazione on line si muove anche l'on, G. Giulietti che tiene a precisare che la legge è chiarissima e non ammette interpretazioni plurime. Di interpretazione ne esisterebbe una soltanto ed è la seguente:

Lo ripeto ancora: questa legge prevede che solo e soltanto chi vuole accedere con la propria attività imprenditoriale ai benefici fiscali, cioé al credito d'imposta, deve registrarsi in Tribunale. Chi ha un proprio sito "personale" o anche chi comunque lo aggiorna periodicamente, ma non è interessato ai benefici, non deve registrarsi da nessuna parte.

Viene qui immessa nel dibattito una nuova variante: l'obbligo di registrazione sarebbe posto in capo soltanto a chi vuole usufruire delle provvidenze economiche rese disponibili dalla legge (artt. 3, 5, 6, 7 e 9). Col che lo scenario si fa sempre più intricato; ma, nello stesso tempo, si chiarisce nelle sue coordinate essenziali. Di passaggio, osserviamo che anche il sottosegretario Chiti si attesta sulla posizione dell'obbligo alla registrazione solo per coloro che vogliono accedere ai fondi pubblici.

La regolazione dell'informazione on line passa, quindi, attraverso l'accesso alle contribuzioni pubbliche che, a loro volta, vengono selettivamente distribuite tra coloro che si uniformano alle stesse norme che hanno fatto la fortuna delle corporazioni dei giornalisti e degli editori su carta stampata. Appropriato il commento di P. De Andreis (direttore di "Punto Informatico"), secondo cui la legge spacca in due l'universo dell'informazione on line:

Da una parte i prodotti editoriali garantiti, quelli che possono essere finanziati, quelli che accettano di sottostare a bollini blu apposti online dalla corporazione giornalistica. Dall'altra tutti gli altri, i siti dell'informazione ma anche le newsletter e gli infiniti altri mezzi che non si riconoscono in questa legge e che costituiscono diffusione di informazione attraverso il mezzo elettronico

Su una posizione ancora più minimizzante e tranquiliizzante è schierato M. Masi, estensore della legge (e commissario SIAE): 

La legge non prevede alcun vincolo di registrazione per i siti, in nessun modo. Non c'è nessun vincolo aggiuntivo rispetto a quelli che erano presenti prima della legge. Zero, proprio non c'è. (...) La legge prevede all'art. 15 la semplificazione delle registrazioni che già esistono, cioè quelle registrazioni esistenti già prima di questa legge, secondo cui le testate tradizionali (così come le prevede la legge sulla stampa) devono iscriversi al Registro Nazionale della Stampa (che con la legge Maccanico del '97 e non con questa è diventato il "Registro dei comunicatori") e al Tribunale. L'Art. 15 è solo un meccanismo di semplificazione che equipara le iscrizioni. È un concetto che non è esteso a niente e nessuno al di fuori di questa specifica legge. L'altra cosa che prevede la legge è la definizione di "prodotto editoriale", che comprende sia l'editoria tradizionale che l'editoria multimediale. Ma anche questo non prevede alcunché di particolare o di nuovo. Se lei consulta la legge, l'art.1, comma 1, definisce il "prodotto editoriale" "limitatamente al valore della presente legge". Questo vuol dire che la legge non è estensibile ad alcunché. Quindi non c'è - e lo dico formalmente - alcun obbligo aggiuntivo, e non c'è l'obbligo dell'iscrizione a Tribunale per nessun sito. Proprio non esiste al mondo.

Come si vede, Masi è perentorio su un punto: quello della mancanza dell'obbligo di registrazione per l'informazione on line, poiché il campo di azione della legge sarebbe strettamente circoscritto all'informazione stampata. Purtroppo, le cose non stanno così. Il Masi si richiama, in proposito, all'art. 1 della legge, laddove viene fornita la definizione di prodotto editoriale. Ma, come abbiamo visto, rientra in questa nozione anche il prodotto realizzato su supporto informatico, al quale, di conseguenza, sono estesi gli obblighi posti in capo ai prodotti realizzati su supporto stampato.

 

Le posizioni dell'Ordine dei giornalisti

L'Ordine dei giornalisti ha difeso, più di ogni altro, la nuova legge sull'editoria; e lo ha fatto soprattutto per bocca di F. Abruzzo, presidente dell'Ordine della Lombardia.

A dire il vero, Abruzzo, già prima della promulgazione della legge. aveva espresso posizioni assonanti, con un appello del 07/12/2000, inviato al Ministro di grazia e giustizia (on. Fassino) e, per conoscenza, ai presidenti della Commissione giustizia della Camera e del Senato (rispettivamente, on. Anna Finocchiaro e on. Michele Pinto), al presidente della Fieg (C. Sanfilippo) ed al presidente del Consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti (M. Petrina). L'oggetto dell'appello era inequivocabile: "proposta di modifiche alla normativa sulla stampa".

Qui - come è ovvio - ci occuperemo soltanto dei "suggerimenti" di Abruzzo aventi un rapporto di implicazione con l'informazione on line. Riportiamo integralmente il punto relativo alla "Registrazione delle testate on-line o telematiche":

L'articolo 5 della legge sulla stampa n. 47/1948 sulla registrazione delle testate scritte, già esteso (con l'articolo 10 della legge n. 223/1990) ai telegiornali e ai radiogiornali, dovrebbe ricomprendere anche i giornali che utilizzano la rete per la diffusione. Si calcola che i quotidiani on-line siano oggi 60 e che saranno 300 tra due anni. La registrazione obbligatoria (che oggi è accettata, sul piano della interpretazione estensiva, da alcuni tribunali come Milano, Roma, Napoli e Voghera) è la condizione giuridica per l'applicazione del contratto giornalistico a quanti fanno informazione nelle testate web.

Come si è visto, la "raccomandazione" è stata pienamente e prontamente recepita dalla nuova legge.

Abruzzo interviene, a più riprese, anche nella polemica che segue l'entrata in vigore della legge, mantenendo sempre le stesse posizioni. Nel suo ultimo intervento (in ordine di tempo), comparso sul "Sole-24 ore", anzi, ricostruisce a tutto tondo la sua interpretazione restrittiva della legge, in aperta contraddizione con le letture semitranquillizzanti fornite da Chiti e Giulietti e, ovviamente, ancor più in contrasto con quelle ipertranquiliizzanti di Masi.

Per Abruzzo, limitandoci qui all'essenziale:

1) la "testata giornalistica on-line", in quanto tale, ricade sotto l'ambito di "prodotto editoriale" definito dall'art. 1 della 62/2001;

2) quindi, deve essere registrata presso un tribunale, con l'indicazione del direttore responsabile, dell'editore e dello stampatore che, nel caso, è individuato nel provider (sic!);

3) alle testate giornalistiche elettroniche vanno applicati gli artt. 2 e 5 della legge 47/1948 sulla stampa;

4) le testate elettroniche da registrare sono quelle che hanno frequenza quotidiana, settimanale, bisettimanale, quindicinale, mensile, bimestrale o semestrale, purché abbiano la caratterisitica della:

  1. raccolta, numerazione e commento di notizie di attualità, destinate a divenire oggetto di comunicazione interpersonale;
  2. tempestività di informazione;
  3. sollecitazione della conoscenza, coscienza ed azione dell'opinione pubblica.

Con tutta evidenza, con Abruzzo, siamo al trionfo totale dello schema della l. 47/1948, applicato per via analogica impropria all'informazione on line.

 

Scarne considerazioni conclusive 

Sul web si possono trovare puntuali e differenziate analisi critiche della legge 62/2001. Fanno spicco, in particolare, i contributi ospitati su Interlex, numerosi e qualificati. Per quello che ci riguarda direttamente, cercheremo ora di tirare succintamente le somme del nostro discorso.

Una delle esigenze cruciali che avvertiamo è quella di far emergere alcune "linee di certezza", nel bailamme scatenato dall'imprecisione e superficialità del testo della legge, sgomberando il campo da alcuni equivoci interpretativi.

Va sottolineato subito, con forza, che le ipotesi tranquilizzanti di Chiti e Giulietti e quelle ipertranquillizzanti di Masi non trovano alcun ancoraggio testuale e normativo nel dispositivo della legge. La legge non indica, in maniera tassativa, che gli obblighi di registrazione siano incombenti soltanto a carico dei soggetti che fanno richiesta di accesso alle contribuzioni pubbliche (Giulietti e Chiti; ma anche un Editoriale di Html). Meno che mai, esclude da ogni tipo di obbligo di registrazione l'informazione on line e i siti web in generale (Masi).

All'opposto, la legge è chiara e tassativa nel definire come "prodotto editoriale" anche quello avente supporto informatico; è parimenti chiara nell'estendere ai prodotti editoriali informatici gli stessi obblighi posti in capo ai prodotti editoriali cartacei.

E, tuttavia, pur nelle restrizioni e analogie improprie alimentate dalla legge, un esile punto di apertura sussiste. Sembra chiaro che l'obbligo alla registrazione incomba soltanto a carico dei siti web che fanno informazione e non indiscriminatamente di tutti. In questo senso, ci pare giusta l'interpretazione di Annarita Gili, nonostante la sua sottovalutazione del profilo strutturalmente negativo della legge.

A dire il vero, questo pare l'unico spiraglio concesso dalla legge. E, dunque, rimangono i problemi di fondo, risolvibili in due modi tra di loro complementari: a) mettersi in regola e b) aprire una battaglia politico-culturale, con proposte innovative.

Per il mettersi in regola, diverse sono le indicazioni che vengono dalla rete e che, in particolare, sono reperibili sui siti di "Interlex" e Apogeonline. Non sempre le indicazioni partono dagli stessi presupposti di analisi ed approdano a convergenti risultanze. Ma questo arricchisce il dibattito e le possibilità di scelta.

Per condurre felicemente in porto la battaglia politico-culturale, invece, occorrono delle proposte. La protesta montante contro la legge 62/2001 ha, ora, il compito di mutare profilo, passando dalla critica alla proposizione. E lo ricordava, da ultimo, P. De Andreis.

Si tratta di "capitalizzare" l'enorme ricchezza del dibattito suscitato in rete sull'argomento e, ancora di più, trasformare l'interazione comunicativa messa in campo. Insomma, ciò che a noi tutti viene chiesto è arricchire di elementi nuovi le ragioni dello stare insieme. Finora si è trattato di "stare insieme", per elevare una vibrata protesta di massa; da ora in avanti, si tratta di "stare insieme", affinché le nostre voci producano ascolto e trasformazione. Serve, per questo, un passaggio fondamentale: trascorrere da un patto spontaneo alla stipula di un patto comunicativo vero e proprio. Un patto imperniato sulla libertà assoluta della rete che si dia scadenze e luoghi informali di discussione e di organizzazione. L'obiettivo di fondo è chiaro: costruire come referente politico-culturale direttamente il "popolo della rete", dando ad esso voce e strumenti adeguati per esprimerla.

E, allora, tra i tanti percorsi possibili, si può delinearne uno avente due articolazioni principali: a) la raccolta di tutte le indicazioni e le critiche espresse e b) l'elaborazione in progress di prime proposte operative, per la mutazione del rapporto, in Italia, tra Internet e politica e tra Internet e società. Includendo (perché no?), in questa seconda linea di azione, anche la messa a punto di una proposta di un "testo di legge" leggerissimo sul profilo giuridico che pertiene ai prodotti digitali, all'interno di una più generale discussione sul cyberlaw. Cooperare per uno scopo positivo e creare i passaggi di comunicazione e i tracciati di organizzazione informale, per il suo conseguimento: sembra essere, questa, una delle tante possibili vie da percorrere.

 

(aprile-maggio 2001)