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Temi del dibattito politico italiano.

LA SANZIONE E LA PENA:
PENSARE ALTERNATIVE AL CARCERE
di Antonio Chiocchi

 

1) Nei mesi di giugno e luglio, il tema più ricorrente nella discussione politica è stato, certamente, quello della concessione dell'amnistia/indulto ai detenuti, in concomitanza del giubileo dei carcerati.

Il dibattito a cui abbiamo assistito si è risolto in una manifestazione di rara ipocrisia, intrecciata ad un ancora più raro cinismo. Pressate dall'iniziativa vaticana, le forze politiche hanno alimentato tra la popolazione detenuta aspettative di libertà a cui non volevano assolutamente dar corso: chi per un mero calcolo di opportunità elettorale (il centrosinistra e parte del centrodestra); chi per ragioni di scambio politico, intendendo "scambiare" l'amnistia per i detenuti con l'amnistia per i "reati di tangentopoli" (il centrodestra e parte del centrosinistra); chi per inestirpabili sentimenti di ostilità nei confronti dei detenuti (parti consistenti del centrodestra e del centrosinistra).

L'ipocrisia e il cinismo delle forze politiche hanno dato luogo anche al non troppo decoroso spettacolo dello "scaricabarile": ognuno dei due schieramenti politici in campo ha teso ad imputare all'altro la responsabilità del mancato provvedimento di clemenza a favore dei detenuti. In realtà, ad entrambi gli schieramenti delle sorti dei detenuti ben poco importava, essendo ritenuti i principali "nemici della società".

Così, agosto è stato il mese del silenzio e della dimenticanza. "Tanto rumore per nulla", è il caso di dire. Solo che, in quest'occasione (come in altre), si è sciaguratamente giocato sulla pelle di persone la cui vita è già marchiata da crescenti e insopportabili livelli di sofferenza.

Con questo articolo intendiamo concorrere a rompere il silenzio tombale che è di nuovo calato sul carcere, fornendo un modesto contributo in direzione della ricollocazione delle problematiche carcerarie al centro della discussione politica.

 

2) Il carcere dovrebbe limitarsi alla "semplice" limitazione della libertà personale, garantendo tutti gli altri diritti della persona e del cittadino. Così non è. In carcere non è garantita una serie di diritti fondamentali della persona e del cittadino.

Non sono garantiti:

a) IL DIRITTO ALLA SALUTE

  • le condizioni di cronico sovraffollamento degli istituti penitenziari rendono il carcere particolarmente invivibile e insicuro dal punto di vista igienico-sanitario;
  • la mancata attuazione della convenzione tra ministero della giustizia e ministero della sanità che prevede il passaggio sotto il controllo del servizio sanitario nazionale delle strutture sanitarie e del personale medico operanti nei penitenziari non garantisce al detenuto le prestazioni di cura adeguate, offerte a tutti gli altri cittadini;
  • l'elevata incidenza dei detenuti tossicodipendenti aumenta i tassi di sovraffollamento e lascia in condizioni di abbandono soggetti che avrebbero bisogno di cure e assistenze adeguate;
  • il numero crescente di detenuti sieropositivi e, addirittura, con AIDS conclamato fa del carcere non un mero luogo di reclusione, ma una impietosa stazione terminale di annichilimento umano.

 

b) IL DIRITTO AL LAVORO

  • in carcere il diritto al lavoro si trasforma in coazione all'inedia;
  • il numero dei detenuti lavoranti non raggiunge nemmeno un terzo del totale;
  • il numero dei detenuti ammessi al lavoro esterno agli istituti penitenziari è irrisorio;
  • i detenuti ammessi in semilibertà, in rapporto al numero complessivo dei reclusi, sono in costante diminuzione;

 

c) IL DIRITTO ALLO STUDIO

  • in quest'ultimo decennio, il numero dei corsi per l'acquisizione della licenza media e del diploma di scuola media superiore è andato paurosamente diminuendo;
  • spesso, i detenuti non hanno libero accesso e libera permanenza nelle biblioteche annesse agli istituti penitenziari e alcun rapporto con quelle pubbliche decentrate sul territorio;
  • i corsi di formazione professionale sono esigui e, per la maggior parte dei casi, incentrati su professioni obsolete che non trovano più spazio nel mercato del lavoro;
  • non particolarmente incoraggiate sono le iscrizioni e le frequenze all'università per il conseguimento della laurea;
  • manca del tutto una politica di raccordo con il ministero della pubblica istruzione e le sue articolazioni periferiche sul territorio.

 

d) IL DIRITTO ALLA RIEDUCAZIONE

  • la socializzazione tra carcere e società libera è praticamente inesistente;
  • manca del tutto il trattamento individualizzato del detenuto, tendente all'allestimento delle condizioni del reinserimento sociale.

 

3) Già questi scarni elementi dimostrano, in abbondanza, come il carcere non sia la risposta meglio adeguata alla devianza. Il carcere non riduce la devianza; al contrario, la moltiplica nei tempi e negli spazi della società. Più precisamente ancora: il carcere si trasforma nella migliore delle scuole di devianza possibili.

Più il carcere affonda i suoi tentacoli nel tessuto sociale, più si moltiplica la devianza. Così, di carcere, non soltanto il singolo recluso, ma la società tutta intera muore. La negazione dei diritti fondamentali del detenuto alimenta la vulnerazione dei diritti di tutti. Il carcere come luogo di degradazione sociale non è altro che il rovescio nascosto della degradazione civile ed etica della società tutta intera.

Ridurre il campo di azione del carcere fa, perciò, tutt'uno con la riduzione della sfera della penalità. Se, nell'immediato, non si ha la sensibilità e l'intelligenza politica di "fare a meno" della soluzione reclusoria come risposta alla devianza, almeno si abbia il coraggio di iniziare a pensare alternative al carcere per tutta una serie di reati minori che, poi, sono quelli in forza dei quali si stipano le celle.

Se, per molti, il discorso sull'estinzione del carcere può rivelarsi ancora immaturo, almeno si riduca al minimo necessario l'area dell'esecuzione penitenziaria, allargando a dismisura quella della socializzazione e riambientazione nella comunità libera.

Se l'ipotesi abolizionista può sembrare politicamente massimalista, almeno si pratichi la prospettiva minimalista del diritto penale minimo, configurando il carcere come estrema ratio della sanzione penale.

In ogni caso, urgenza impellente è sia quella di liberare la società dal carcere che liberare il carcere da politiche sociali e penali brutalmente ed inutilmente repressive. L'aumento della repressione e l'inasprimento della sanzione penale non attenuano la devianza. Sono scelte, queste, che si limitano, piuttosto, a rincorrerla, rimanendone vittime e, nel tempo stesso, sovralimentandola. Ma, quello che è ancora peggio, espongono la società ad una gravissima minaccia: l'attenuazione delle linee di confine tra devianza e criminalità, con la conseguenza che la prima finisce sempre più risucchiata nella spirale stritolante della seconda.

Dovrebbe essere, ormai, chiaro all'attore politico-istituzionale che l'unica prospettiva praticabile per la riduzione e la prevenzione della devianza è quella di approntare alternative al carcere. Certo, si tratta di un passaggio difficile; nondimeno, esso appare sempre più necessario. Ne va della convivenza civile stessa e della qualità del legame sociale.

Una società solidale non può assolutamente reggersi sulla dilatazione del carcere. La richiesta di "più carcere", intorno cui il sistema politico e i media si esercitano con quotidiane campagne di panico, è rottura drammatica dei legami di solidarietà sociale; laddove, invece, si tratta di riparare e ricucire le fratture che devianza e criminalità arrecano nell'ordito delle relazioni sociali.

Occorre dismettere vecchie culture e approcci mentali, il cui taglio rigido e semplicistico mal si presta al varo di politiche complesse di recupero e regolazione sociale. Purtroppo, siamo costretti a registrare che quanto più complessa diviene la problematica della devianza e del carcere, tanto più scarnificate e rozze si fanno le politiche penali e penitenziarie, nonostante i fallimenti continui in cui sono incorse e tuttora incorrono.

Che il carcere abbia conosciuto uno scacco atroce nel campo della regolazione della devianza e in quello stesso della rieducazione del detenuto dovrebbe, perlomeno, indurre a interrogarsi sulla sua efficacia. Invece no. Si continua imperterriti a produrre carcere. Ma più carcere produce più devianza. Così, il circolo chiuso si alimenta all'infinito.

L'esigenza indifferibile di pensare e sperimentare alternative al carcere, quale strategia più adeguata ed efficace per la riduzione e prevenzione della devianza, viene cancellata sistematicamente dall'agenda politica. Tutt'al più, diviene esercitazione retorica in questo o quel convegno istituzionale (e non).

E intanto i detenuti continuano al languire e morire in carcere. La società civile, per parte sua, viene sempre più gettata in pasto alle pulsioni della vendetta e dell'odio.

(agosto 2000)