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Temi del dibattito politico italiano.

CAPOLINEA
Riflessioni a caldo sul voto del 13 maggio
di Antonio Chiocchi

 

 

1. Il risultato delle elezioni del 13 maggio impone delle riflessioni approfondite che non possono, evidentemente, esaurirsi in queste rapide note (1). Il punto focale della discussione non sta nell'esito, largamente scontato; bensì sugli scenari politici aperti dal voto.

Avevamo già avuto modo di segnalare che con il governo Amato, insediatosi dopo la sconfitta elettorale alle europee dell'aprile del 2000 (2), poteva ritenersi concluso il disfacimento interno delle sinistre storiche italiane. Con la sconfitta delle sinistre alle politiche del 2001 giunge, invece, a compimento il "processo di transizione" che ha preso inizio nel 1989 ed ha subito una forte accelerazione nel biennio 1992-94. Si può dire, senza tema di smentite, che quel processo è stato chiuso a destra.

Comunque guardiamo il sistema politico stabilizzato dal voto del 13 maggio, dobbiamo registrare che esso è egemonizzato, tanto a destra che a sinistra (con l'eccezione di "Rifondazione"), da culture neoliberiste e da politiche illiberali. Il paradosso non inganni, perché è solo apparente. La "mano libera" dell'interventismo sociale ha per complemento funzionale la restrizione dei diritti in campo civico-politico.

Neoliberismo economico e illiberalismo politico costituiscono le coordinate cartesiane intorno cui si riconoscono quasi tutte le forze in campo. Certo, esistono le traduzioni di destra e di sinistra del neoliberismo economico e dell'illiberalismo politico da cui s'irradiano le differenze presenti nel sistema politico italiano. Ma la costituzione politica materiale del paese si incardina su queste due coordinate.

La crisi della produzione di massa e dei corrispettivi diritti sociali ha ingenerato un progressivo processo di ferinizzazione della società civile. Dall'edonismo reaganiano e dallo yuppismo diffuso degli anni '80, si è passati, dagli anni '90 in avanti, alla appropriazione egotica competitiva delle risorse, in aperto dispregio dei quadri fissati dalle regole consolidate e ponendo in agonia i complessi congegni intorno cui era stato costruito il legame sociale. La società civile, in preda a queste pulsioni ferine, si è sempre più decivilizzata. Nell'appropriazione competitiva singoli, lobbies di potere e gruppi di appartenenza elevano per sé richieste particolaristiche a senso unico: ognuno chiede risorse per sé al di fuori e contro le regole, nel mentre esige che le richieste degli altri contendenti siano sottoposte a rigorosi e restrittivi quadri normativi.

La costituzione materiale del paese è stata profondamente decivilizzata. Su ciò le sinistre non hanno riflettuto ampiamente; anzi, ne hanno suscitato gli "spiriti animali", finendone travolte. Una costituzione materiale siffatta si colloca all'intersezione tra la hobbesiana "guerra di tutti contro tutti" e la "grande selva" vichiana. Su questa costituzione materiale Berlusconi, dopo la sconfitta del 1996, ha radicato e costruito il suo progetto politico e il suo successo elettorale del 2001.

Le sinistre (e alcune figure di intellettuali d'area) sono ancora tramortite dai colpi ricevuti in una sequenza frastornante. Per rendersene conto, è sufficiente porre mente alle reazioni ed ai commenti forniti dopo il voto, sterilmente avviluppati in interpretazioni e critiche politiciste che o minimizzano la portata della sconfitta o trasferiscono all'esterno (leggi: "Rifondazione" e/o "Di Pietro") le sue causali. Non mettono ancora in tema una problematica cruciale: la decivilizzazione della costituzione materiale. Processo che negli anni di governo hanno, invece, sciaguratamente cavalcato e, in qualche modo, incoraggiato; certo, in forme più soft rispetto al centrodestra.

Finora, la costituzione formale aveva resistito al sopravanzare degli istinti ferini della costituzione materiale. Con la vittoria di Berlusconi alle elezioni del 13 maggio, si aprirà il ciclo della riscrittura in senso neoliberista ed illiberale della costituzione formale (3). La dialettica politica si polarizzerà definitivamente tra due versioni dell'illiberalismo politico: da un lato, la tendenziale cancellazione dei diritti sociali e civili generati e garantiti dalla socializzazione politica borghese (centrodestra); dall'altro, la linea di riduzione ad un minimo dei diritti di cittadinanza (centrosinistra). Largamente vincente, come era presumibile, è stata la prima versione. Del resto, la seconda si è limitata a rincorrere la prima, giocando sempre sul suo terreno, nel tentativo residuale di smorzarne le asprezze.

In questo scenario, la sinistra è rimasta prima soffocata e poi stritolata, per sua stessa scelta, fino ad arrivare al capolinea della semiestinzione del 13 maggio. Dopo più di dieci anni di tentativi di dar vita ad una nuova formazione politica di sinistra, dalla "Bolognina" di Occhetto fino alla "cosa 2" di D'Alema, siamo al punto che i Ds hanno oggi meno voti del 1992. Già nei confronti delle politiche del 1996, l'emorragia supera 1,7 milioni di voti; persino in Emilia, i Ds perdono sette punti percentuali. Ma i Ds si sono dissanguati anche nei confronti degli alleati: il 13 maggio la "Margherita" ("soggetto politico" appena costituitosi) si è attestata su di un valore percentuale poco distante: il 14,5% contro il 16,6%. 

Valutando in blocco i risultati della sinistra e raffrontandoli con quelli delle politiche del 1996, si rileva un calo di quasi 2,6 milioni di voti. Considerando, invece, l'intero schieramento ulivista e sempre limitando la comparazione con le politiche del 1996, la perdita è assai vicina ai 2 milioni di voti. Con tutta chiarezza, si tratta di una vera e propria debacle, sia sul piano numerico che, ancora di più, su quello politico.

 

2. Ma dobbiamo parlare di capolinea anche in un'altra accezione. Se per la sinistra le elezioni politiche del 13 maggio costituiscono un mesto terminale, per le destre disegnano il perimetro di un capolinea da cui partire e muovere all'assalto dei poteri. La nuova mappa politica disegnata dal voto tenderà irresistibilmente a tracciare una nuova mappa dei poteri.

V'è da registrare un elementare dato politico: il voto del 13 maggio ha definitivamente cancellato i vecchi partiti, quelli che erano sopravvissuti alla cd. "prima repubblica". Col che anche la crisi dei classici partiti di massa ha raggiunto la sua stazione terminale. Tanto nel centrodestra ("Forza Italia") che nel centrosinistra (la "Margherita"), il voto ha premiato le nuove formazioni politiche: quelle che non hanno eredità dirette con la "prima repubblica".

La coniazione e la coazione del nuovo hanno pagato elettoralmente. Ciò soprattutto a fronte della pressoché totale assenza di una credibile proposta alternativa a sinistra. Qui misuriamo non solo l'insuccesso e l'inadeguatezza della sinistra di governo; ma anche (se non soprattutto) di "Rifondazione". O si è giocato sullo stesso tavolo di Berlusconi; oppure i tavoli restavano lontani dalla complessità e frammentazione della realtà sociale.

Si può — e si deve — dissentire dai progetti berlusconiani. Ma si deve prendere atto che le uniche letture apprezzabili del sociale, del culturale, del 'politico' e dell'immaginario sono venute proprio da questo lato. Nel caso di Berlusconi, l'illiberalismo politico si è sposato con un neopopulismo che si coniuga secondo le cadenze forti di un estremismo di centro di nuovo tipo. Ciò ha consentito che la mobilitazione politica di "Forza Italia" affondasse le sue radici negli istinti ferini della società civile.

Una società civile decivilizzata è stato il terreno di cattura del consenso sociale, politico ed elettorale. Nessuno più e meglio di Berlusconi ha saputo pescare in questo "brodo di coltura". Progetti politici e strategie elettorali del centrosinistra hanno reso ancora più agevole il compito a Berlusconi, giocando in tutto e per tutto sul terreno della virtualizzazione della politica, del tutto manchevoli di appeal, forza di penetrazione e trascinamento.

Il risultato, per il centrosinistra, è stato un fatale spiazzamento sia rispetto alla società civile, sempre più ridotta a massa vociante e in-civile; sia nei confronti dei poteri dominanti. Non è possibile scommettere, a sinistra, su una società civile decivilizzata; occorre cambiare rotta politica e strategia e assumere un altro referente sociale: quello che ancora si riconosce nei diritti universali e richiede diritti di cittadinanza all'altezza della nuova epoca storica che viviamo. Del pari, non è consentito coltivare a lungo la speranza dell'appoggio dei poteri dominanti, senza dover fare i conti con i loro insaziabili appetiti che, non di rado, pretendono di scavalcare le mediazioni della politica e il ruolo delle istituzioni.

Così, il tentativo tipico del centrosinistra italiano di ricondurre a rappresentanza e rappresentatività sociale, attraverso l'azione di governo, gli interessi dei "poteri forti" è miseramente fallito. Una volta raggiunti gli obiettivi di fase necessari (ingresso nell'Euro, "patto di stabilità", concertazione in assenza di conflitto sociale etc.), i poteri economici, finanziari, imprenditoriali ecc. forti hanno manifestato insofferenza e insoddisfazione per le politiche del centrosinistra, reputate troppo "permissive" e poco incisive.

Hanno guidato la danza gli industriali, con l'elezione di A. D'Amato alla leadership della Confindustria; non a caso, con l'esplicito appoggio di Berlusconi. Il quale D'Amato è divenuto uno degli ispiratori massimi delle politiche economiche, sociali e sindacali dello schieramento di centrodestra, intorno cui si andava progressivamente coagulando il fronte confindustriale. Il primo importante momento di verifica delle nuove politiche confindustriali sono stati i referendum promossi dai radicali nel 2000. E si è concluso con una sconfitta per D'Amato che aveva sostenuto esplicitamente l'iniziativa dei radicali; Berlusconi, non a caso, in quell'occasione aveva dato l'indicazione dell'astensione.

Se è vero, come sostenuto da Berlusconi all'assise confindustriale di Parma dello scorso aprile, che il programma della Confindustria è (anche) il suo programma, va colta una differenza tra l'approccio politico del cavaliere (soprattutto in veste di premier) e quello aggressivo della Confindustria di D'Amato. Se D'Amato spera di affrontare e gestire un aspro ciclo di conflittualità sociale con il dichiarato appoggio del governo, Berlusconi non può permettersi di scatenare, a cuor leggero, cicli ravvicinati di conflitti sociali esorbitanti i limiti fisiologici del sistema delle relazioni industriali e degli equilibri politici. L'errore del 1994 sulle pensioni gli avrà certamente insegnato qualcosa. E, dunque, cercherà di conseguire gli obiettivi di quel programma con il dosaggio di tutte le mediazioni della politica. Libertà d'impresa (non più diritto al lavoro), libertà di licenziamento (abolizione della giusta causa ecc.), flessibilità e precarizzazione assolute del lavoro, eliminazione del contratto collettivo, contratti individuali, riduzione a zero dei decrescenti poteri del sindacato etc. saranno elementi di riferimento di prima grandezza nella definizione dell'agenda politica del governo Berlusconi. Tuttavia, la realizzazione di questi obiettivi richiede una manovra politica ben più accorta ed articolata di quel che pensa e sostiene D'Amato.

È riduttivo pensare che con Berlusconi i padroni siano entrati all'interno dei meccanismi di governo, superando le vecchie fasi del condizionamento esterno. Quello di Berlusconi non è e non sarà il "governo dei padroni"; ma qualcosa di più e di diverso. Il fatto è che non si dà coincidenza tra Berlusconi "uomo politico" e Berlusconi "uomo d'affari"; bensì combinazione e articolazione. L'"uomo politico" farà gli interessi dell'"uomo d'affari" e viceversa (è scontato); ma ciò avverrà in un contesto assai complesso che renderà, ad un tempo, più insidioso e potente sia l'"uomo politico" che l'"uomo d'affari".

Il partito-macchina ed il partito-Stato democrisitiano colonizzavano la società civile e politica sotto un potere centrale onnipresente e tentacolare. Nella nuova fase che si va aprendo, le risorse istituzionali saranno giocate strategicamente per la costruzione di un nuovo assetto complessivo dei poteri ed una nuova forma-Stato; precondizioni, queste, per la riscrittura della costituzione formale del paese, a cui le vecchie e nuove destre anelano da tempo immemorabile. Chiaro che all'interno di processi di tal fatta si aprirà una conflittualità interna ai poteri; ma questo non nelle forme (da molti paventate) dell'"assalto alla diligenza". I poteri che ambiscono "tutto e subito" sono destinati a soccombere e saranno progressivamente esautorati dalle nuove alleanze che con la vittoria di Berlusconi hanno preso a ordirsi. E ciò segnando una profonda discontinuità col passato: la rottura delle egemonie universalistiche e centralizzatrici tipiche del potere democristiano.

I "poteri forti" debbono cercare dei punti di equilibrio che non siano più rigidamente posti sotto un comando unico. A questo serve ora la politica; a questo serve ora il governo Berlusconi. Non si tratta, come pure nella cronaca politica si va già leggendo, di "cambiali" arrivate alla "scadenza"; piuttosto, della pressione concomitante dei poteri verso il potere politico, allo scopo di definire nuovi equilibri onninglobanti, entro i quali tutti (i poteri) possano riconoscersi nella loro autonomia e vedere rappresentati i propri interessi. Ciò non mancherà di produrre conflitti (talora anche aspri) e lotte di potere (talora anche sorde). Ma si tratta e tratterrà, in ogni caso, di crisi interne, tendenti a trasformazioni complessive degli assetti di potere in Italia.

Che il "potere personale" di Berlusconi sia enorme e che sia destinato a crescere non significa che egli concentrerà nelle sue mani "tutto il potere". Anzi, proprio in vista della crescita del proprio potere, sarà costretto a "patti", "alleanze", "armistizi", "guerre", mediazioni, concessioni etc. di varia natura e lungo tutto lo spettro dell'azione di governo. Altrimenti, la competizione politica stessa lo schiaccerà.

(maggio 2001)

Note

(1) Per questo crinale di indagine, rimandiamo al monografico in preparazione di Società e conflitto.

(2) Cfr. Macerie a sinistra. Dalla disfatta del 16 aprile al governo Amato.

(3) Per molti versi, questo è anche il contesto entro cui si muovono significative parti dell'intervista a Carlo Galli condotta da Ida Dominijanni, L'immaginazione al potere, "il manifesto", 15 maggio, 2001.