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Temi del dibattito politico italiano.

DAL BLOCCO DI SISTEMA AL BLOCCO COME SISTEMA
di Antonio Chiocchi

 

1) I recenti tentativi di attentato al Duomo di Milano e alla redazione de "il manifesto" hanno riaperto, seppure in maniera distorta e superficiale, la discussione sulla "strategia della tensione" e sugli "anni di piombo". Nell’occasione, si è data la stura ad accostamenti, da un lato, con le Brigate rosse e, dall’altro, con lo "stragismo". In tutti e due i casi, si è registrata la proliferazione di comparazioni improprie che hanno:

a) confermato il carattere sommario e strumentale con cui il sistema politico-culturale e video-mediatico ha proceduto all’analisi dei fenomeni che hanno caratterizzato il conflitto sociale e politico in Italia dagli anni ’60 agli ’80 (1);

b) elaborato delle chiavi di lettura storica schizofreniche: mentre con l’occhio rivolto all’oggi si è tentato di spiegare il passato, con l’occhio rivolto all’ieri si è tentato di spiegare il presente.

I due limiti di cui sopra, congiurando e combinandosi tra di loro:

c) riproducono il clima di irresponsabilità politica e culturale rispetto al passato e al presente, intorno cui è venuta formandosi la classe politica di governo, dal secondo dopoguerra in avanti.

Non appare un caso che la classe politica di governo, in Italia, si sia sempre e sistematicamente sottratta all’assunzione piena delle sue responsabilità storiche e politiche. Ciò si è verificato nel passato, dal dopoguerra a tutti gli anni ’80; si verifica nel presente, dagli anni ’90 in poi, con i nuovi governi di centrosinistra.

Molte delle ragioni del blocco di sistema che ha caratterizzato — e continua a caratterizzare — la scena politica italiana si trincerano qui. Un sistema bloccato che fa del blocco la sua principale risorsa e fonte di legittimazione: da qui inizia il problema italiano.

Fino a che l’ordine delle relazioni internazionali si è retto sul duopolio Usa/Urss, per quanto viziosa, questa costante trovava modo di legittimarsi intorno alle ragioni dell’atlantismo e dell’anticomunismo. Con la caduta del muro di Berlino, nel 1989, il blocco di sistema italiano ha perduto la sua principale fonte di legittimazione interna ed internazionale. Nondimeno, ha continuato a mantenere la sua vigenza, partorendo, anzi, nuove forme di espressione, non meno distorte di quelle originarie.

Ora, se non si tenta di dare una lettura congrua delle motivazioni profonde del blocco di sistema che ha operato in Italia dal dopoguerra agli anni ’80 e della riproduzione del blocco in atto dagli anni ’90, si corre il rischio di fornire delle interpretazioni riduttive della storia italiana del passato e del presente. Soprattutto, ancora una volta, si forniscono linee giustificative alla classe politica di governo per le decisioni, indecisioni e nondecisioni di cui essa è responsabile. Dal che il tessuto democratico del paese riceve un ulteriore e letale colpo. I processi di formazione delle nuove oligarchie politiche, culturali, economiche e finanziarie continueranno, così, a procedere senza imbattersi in alcuna critica democratica puntuale e senza inciampare in alcun movimento di libertà e democrazia.

 

2) Dobbiamo, necessariamente, partire dal passato prossimo. Esordiamo col far rilevare un’evidenza storica: il quadro della democrazia italiana è nato costitutivamente debole. La repubblica democratica ha conservato e conserva tuttora dei rilevanti tratti di continuità col regime fascista; continuità resa palese e messa in forma dalla perdurante vigenza dei codici Rocco.

Il dibattito politico-costituzionale, sin dal dopoguerra, ha sollevato l’indice contro questa evidenza. Giammai, però, ne sono state suggerite adeguate forme di superamento; né l’attore politico-istituzionale ha operato e legiferato nella direzione della rottura irreversibile di questa continuità.

La continuità si è espressa anche nei termini della circolazione e del consolidamento di una cultura duramente anticonflitto e organicamente autoritaria che ha costantemente caratterizzato il modo d’essere e di porsi delle istituzioni politiche democratiche nei confronti della domanda sociale e dei diritti di cittadinanza. Ne è conseguito un sistema politico internamente instabile, condannato a non potersi spostare coerentemente in avanti e a non poter tornare organicamente indietro. Se l’antifascismo era il suo valore fondante, l’anticomunismo ha finito, ben presto, col divenire il suo collante. Sta già scritta qui la più grande contraddizione che ha lacerato, sin dall’origine, il sistema democratico italiano.

Dell’antifascismo era compartecipe il Pci che, a pieno titolo, rientra tra i padri fondatori della repubblica, di cui la resistenza partigiana costituisce uno dei transiti essenziali. Dell’anticomunismo erano compartecipi la destra storica e la destra eversiva che non pochi agganci trovavano negli apparati istituzionali.

La democrazia italiana, fin dall’inizio, è stata una forma schizoide di democrazia dimidiata che, contemporaneamente, faceva (i) dell’antifascismo il suo valore fondante e (ii) della continuità col fascismo uno dei suoi meccanismi di funzionamento distintivi. Già a questo livello, si insedia una contraddizione tra costituzione formale (antifascista) e costituzione materiale (in continuità col fascismo); tra legge fondamentale (pluralista e garantista) e sistema politico (conservatore e centralistico).

Costituzione materiale e sistema politico erano vulnerati da una doppia impossibilità: non poter essere né organicamente antifascista e né organicamente anticomunista. La conventio ad escludendum contro il Pci valeva sul piano strettamente politico-governativo, non su quello politico-costituzionale. All’inverso, la messa ai margini del Msi e della destra eversiva valeva sul piano strettamente politico-costituzionale e non su quello politico-governativo. All’uso scaltro del Pci sul piano delle configurazioni politico-costituzionali si abbinava un altrettanto scaltro impiego del Msi e della destra eversiva sul piano degli assetti politico-governativi. Ciò ha fatto le fortune della centralità democristiana, sancendone l’inamovibilità del primato politico e dell’egemonia di governo.

La miscela irrisolta di antifascismo e anticomunismo costituisce la ragione prima del blocco di sistema in cui è vissuta la democrazia italiana. "Bipartitismo imperfetto", "pluralismo centralizzato", "frazionismo eterodiretto", "solidarietà nazionale" ecc. non sono altro che le forme di volta in volta compiute e transitorie di questa irrisolta miscela. In nome della coalizzazione contro il "nemico interno" di turno, sono mutate le forme di governo, nell’invarianza dei meccanismi di governo e, quello che è peggio, nella inamovibilità delle linee di continuità con la dittatura fascista.

 

3) La tanto conclamata centralità democristiana si reggeva, in realtà, su un vulcano ad eruzione lenta. Il blocco di sistema:

a) nell’immediato: scopriva la scena politica italiana tanto alla sua ala destra quanto alla sua ala sinistra;

b) in prospettiva: lavorava per forme sempre più raffinate e perverse di gattopardismo politico.

A destra, ogni passaggio che prefigurava il superamento delle forme e delle politiche del centrismo era patito come un’intollerabile avventura estremistica; a sinistra, si apriva un vuoto politico impressionante, per l’incapacità tutta italiana di dare risposte di integrazione alla domanda sociale.

A destra, agli inizi degli anni ’60, perfino i timidi programmi di nazionalizzazione e programmazione economica del primo centrosinistra diedero corso a piani e progetti di "colpo di Stato". Per non parlare dei cicli di conflittualità sociale che, dalla fine degli ’60 a tutti i ’70, trovarono come risposta la "strategia della tensione" e lo "stragismo".

A sinistra, il grado zero della risposta politico-istituzionale e la criminalizzazione del conflitto sociale e politico, a cui diedero un concorso attivo anche le forze della sinistra storica, contribuirono alla formazione delle "organizzazioni combattenti" che, ritenendo ormai impraticabile il terreno del conflitto, elessero la lotta armata come unica strategia di mutamento sociale votata al successo.

Così, in capo a qualche decennio e per quasi vent’anni, il blocco di sistema diede vita ad un clima di "guerra civile strisciante", caratterizzato da iniziative politico-militari sia di destra che di sinistra. Ma, ora, mentre l’iniziativa politico-militare di destra godeva di coperture e di inputs provenienti da apparati dello Stato, quella di sinistra si ergeva contro l’intero sistema politico, in tutte le sue nervature, non escluse le sinistre storiche e/o riformiste.

Si deve osservare che una situazione di "guerra civile strisciante" ha caratterizzato il panorama politico italiano dalla strage di Piazza Fontana del dicembre 1969 alla sconfitta della lotta armata negli anni ’80. Questo è stato, nel breve periodo, l’effetto maggiormente perverso del blocco di sistema. Possiamo, anzi, dire che la "guerra civile strisciante" abbia reso nudo il blocco di sistema, discoprendo e mostrando il sistema politico in tutta la sua crisi di legittimazione e carenza di autolegittimazione.

Nel medio-lungo termine, il blocco di sistema ha alimentato forme di trasformismo politico per la risoluzione della questione del potere. Con la caduta del muro di Berlino del 1989 e il primo consolidamento di Tangentopoli nel 1992-93, la sfera del potere, in Italia, è divenuto un terreno di lotta asperrima, perdendo tutti i suoi vecchi titolari e non trovandone subito i ricambi all’altezza. La transizione italiana prende corpo proprio da un vuoto di potere che tutt’oggi non è adeguatamente coperto; anzi.

Il potere , in Italia, in quest’ultimo decennio è divenuto una questione, perché la crisi della centralità democristiana non è stata accompagnata dalla formazione di una classe dirigente alternativa di ricambio. Al contrario, il vecchio ceto politico è andato riciclandosi sotto mentite spoglie, riproducendo tutti i difetti delle vecchie classi dirigenti, senza conservarne le (poche) virtù. Proprio nella prospettiva della lunga durata il blocco di sistema ha cagionato i suoi effetti più devastanti, inibendo il ricambio democratico, interdicendo la dialettica del confitto e facendo rimanere abbarbicate le istituzioni politiche a culture autoritarie.

 

4) Se è corretto registrare l’onda lunga del blocco di sistema operante in Italia dal dopoguerra in avanti, occorre, del pari, rilevare i tratti peculiari che in ogni passaggio questo blocco ha avuto. La situazione attuale non è paragonabile con quella degli anni della "guerra civile strisciante".

A quei tempi:

a) la titolarità del potere e dei soggetti del potere era risolta: il potere si dava come un pieno che si esercitava autoritariamente contro i fattori ritenuti portatori di disordine politico e sociale;

b) esistevano movimenti di massa di contestazione del potere, delle sue culture e delle sue forme di organizzazione sociale.

Oggi queste due variabili, che hanno caratterizzato una lunga e tormentata epoca, sono inesistenti. "Strategia della tensione", "stragismo" e "lotta armata" fanno parte di una temporalità storica e di una semantica sociale non ulteriormente riproducibili. Come parole stesse, sono ora inutilizzabili e impronunciabili. Ricorrervi, per spiegare fenomenologie tutte attuali, equivale ad incorrere in un errore letale. Ciò nonostante l’odierno compattarsi all’estrema destra di "personale golpista" operante in Italia negli anni ‘’60 e ’70; e nonostante il riprodursi a sinistra, con la "azione D’Antona", del linguaggio delle Brigate rosse.

Mantenere fermo l’occhio al passato, per spiegarsi il presente, induce a gravi errori di analisi.

Intanto, oggi nessuna "strategia della tensione" può essere vista funzionale ad un progetto di assestamento a destra dei poteri della repubblica, visto che su essi non incombe alcuna minaccia a sinistra. Al contrario, sono quasi tutte le forze della sinistra storica a rincorrere con programmi di centrodestra l’elettorato di centrodestra.

Secondariamente, la scena pubblica non appare saturata dal conflitto sociale; anzi, brilla per un difetto di conflitto sociale. Pertanto, alcun attore armato può ergersi sulla media e lunga durata come "avanguardia" dei movimenti massa; posto pure che le forme dei movimenti possano oggi ancora essere assimilabili a quelle degli anni ’60 e ’70.

Iniziative politico-militari, a destra come a sinistra, vanno lette nel nuovo contesto storico. Che è quello della globalizzazione (sul piano internazionale) e dell’assestamento del potere (sul piano nazionale).

I processi internazionali della globalizzazione procedono attraverso la spoliazione degli attributi e delle prerogative dello Stato-nazione. Quelli nazionali, in continuità col passato più inquietante della storia italiana, tentano di fare dell’anticomunismo il valore fondante del nuovo regime politico. Ciò non è vero soltanto al centro e a destra; ma anche all’interno degli stessi Ds, eredi storici del Pci.

L’irrisolto profilo bifronte del blocco di sistema italiano cade. La miscela di antifascismo e anticomunismo viene meno, sostituita dal solo anticomunismo. Da qui il proliferare delle letture revisionistiche e giustificazioniste del passato (fascista e nazionalsocialista). Da qui il tentativo di scrivere il presente in maniera autocratica e intollerante.

Nell’epoca del crollo del comunismo, l’anticomunismo diviene l’orpello ideologico per la raccolta di tutte le culture dell’intolleranza, dell’autoritarismo politico e della discriminazione culturale. Nel mentre occorreva fuoriuscire dal comunismo (inteso come teoria e prassi) da sinistra, superandone limiti culturali e tirannie politiche, se ne esce da destra, riproponendo ideologie ancora più autoritarie e orizzonti politici di ingiustizia sociale generalizzata.

Se prima eravamo in presenza di un blocco di sistema, dagli anni ’90 siamo di fronte ad un blocco eretto a sistema di governo che fa dell’andata a ritroso nel tempo il suo specifico modo di procedere. Cancellazione di diritti, non rispetto delle garanzie, restrizioni e discriminazioni verso le differenze culturali divengono il nuovo credo della classe politica italiana: su questo "banco di prova" si consumano la polemica politica e la competizione elettorale.

Tanto più cupo e crudo si fa il quadro nazionale delle garanzie e dei diritti quanto più lo Stato-nazione si trova espropriato delle sue funzioni di potere: i nazionalismi ed i populismi etnici, in preda a pulsioni egotiche sempre più spinte, aprono un "fronte di guerra" generalizzato contro i "nemici interni". Quanto più l’autorità nazionale soccombe sotto i colpi delle lobbies di potere internazionali, tanto più il quadro dei diritti all’interno della nazione si fa incerto e rarefatto.

Il limite maggiore delle forze di centrosinistra, in Italia, è quello di aver sottovalutato questi processi, finendone, ben presto, travolte, al punto da divenirne portavoci, in aperta concorrenza col centrodestra, in un campo di competizione che di sinistra non conserva nemmeno più le parole. La stessa parola "antifascismo" soltanto da poco — e assai timidamente — è rientrata nel lessico politico del centrosinistra. Fermo restando i limiti che l’antifascismo, sia nelle forme "storiche" che "militanti", ha sempre avuto, scadendo per lo più in retorica ed in rito.

Purtroppo, i due tentativi di attentato da cui abbiamo preso le mosse, per sviluppare le nostre considerazioni sulle variabili e sulle costanti del sistema politico italiano, hanno costituito l’ultimo esempio, in ordine di tempo, della tentazione politica tipicamente italiana di accostare passato e presente in maniera acritica, se non indistinta. Spiegare il passato col presente ed il presente col passato significa coprire sia le responsabilità del passato che del presente con una pesante coltre di nebbia, fino a rendere incerti e confusi i limiti e le identità dei fenomeni e dei soggetti politici in gioco.

Che ciò faccia il gioco della conservazione e dell’autoritarismo appare fin troppo chiaro. Che a ciò si prestino tutte le forze politiche costituisce uno dei problemi irrisolti della democrazia italiana e della perdurante incapacità degli attori politici (in specie di sinistra, per quel che più direttamente ci riguarda) di fare i conti con la loro propria storia e le loro proprie responsabilità.

 (dicembre 2000)

 

Nota

(1) A conferma ulteriore di un deficit di intelligenza storica e culturale nella lettura del complesso fenomeno della lotta armata italiana, si può segnalare l’accusa formulata recentemente dalla magistratura romana contro l’ex nappista ed ex brigatista G. Pannizzari, ritenuto coinvolto nell’omicidio del prof. D’Antona, avvenuto nel maggio 1999. Stando a quanto emerge pubblicamente dagli atti, appare chiara l’estraneità del Pannizzari alla "azione D’Antona" e allo stesso fenomeno brigatista, già a partire dagli anni 1981-82. Come è mancata ieri, così manca oggi una puntuale lettura del fenomeno "lotta armata". Giudici e intero apparato politico-mediatico fanno rimarcare una scoraggiante e improduttiva continuità col passato che non ha, certo, condotto a brillanti risultati. In non poche occasioni, si è dato luogo a dei veri e propri abbagli con il corollario di gravi e prolungate ingiustizie. Come nel caso del giovane Geri, per rimanere all’attentato D’Antona, ritenuto colpevole in base ad un teorema precostituito, tanto labile sul piano teorico-indiziario quanto traballante sul piano dei riscontri probatori.