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Temi del dibattito politico italiano.

LA BATTAGLIA DI GENOVA
In memoria di Carlo Giuliani

 di Antonio Chiocchi

 

1. L’uccisione di Carlo Giuliani da parte delle forze dell’ordine, consumatasi a Genova nel pomeriggio del 20 luglio scorso in coincidenza dell’apertura del G8, e la violenta perquisizione notturna al "Media Center" del "Genova Social Forum" di due giorni dopo obbligano ad alcune osservazioni di fondo che, pur nella prossimità dell’evento, debbono cercare di scavare al di qua ed al di là dei fatti in questione.

La cronaca fornita dagli organi di informazione tradizionali, dai media radio-televisivi e dall’informazione libera on line, al di là delle evidenti distorsioni e manipolazioni operate da settori fin troppo vicini all’establishment, consente di farsi un’idea sufficientemente chiara intorno alla dinamica degli eventi e le relative responsabilità. Sulla scorta di essa, cercheremo qui di sviluppare alcune linee di discorso nel dichiarato intento di andare oltre questi tragici e tristissimi avvenimenti.

Va subito rilevato che, in Italia, era dal 1977 che un manifestante non veniva ucciso dalle forze dell’ordine nel corso di una pubblica manifestazione di piazza: l’ultima a cadere sotto i colpi della polizia era stata la militante radicale Giorgiana Masi. Era, quello, il periodo che la pubblicistica dominante è usa definire "anni di piombo", per il persistere e dilagare della "emergenza terroristica". Il carattere unilaterale e strumentale della definizione ci pare evidente ed alcuni suoi sostanziali (e sostanziosi) architravi concettuali e ideologici li troviamo alla base di molte delle opzioni politiche e delle strategie militari che abbiamo visto in opera a Genova, nel corso del G8. Indugiarvi rapidamente sopra, perciò, può rivelarsi utile.

L’errore definitorio del sintagma "anni di piombo" e il suo carattere capzioso ci sembra che risiedano nella palese circostanza di ridurre il conflitto sociale a contrapposizione militare, con l’assimilazione conseguente dei movimenti della protesta sociale ad "organizzazioni violente". Su questo versante, le "organizzazioni combattenti" e gli apparati dello Stato, negli anni ’70 e ’80, trovavano un’implicita convergenza nella delegittimazione dei mezzi, dei fini e degli attori del conflitto sociale e la derivante apologia dell’uso della forza. In maniera tanto perversa ed imprevedibile quanto stringente, "attore pubblico" ed "attore armato", nel fronteggiarsi mediante la (simulazione della) guerra, finivano col riconoscersi reciprocamente, al di là delle iterate e rituali dichiarazioni di vicendevole "non riconoscimento", in perfetta sintonia sulla linea del disconoscimento dei movimenti sociali.

I risultati "a breve" sembravano dare ragione ad entrambi: l’attore pubblico si poteva esimere dal dare risposte alle domande sollevate dai movimenti, zittendole coattivamente, in quanto pervase di "violenza"; l’attore armato, dalla "criminalizzazione dei movimenti sociali", traeva linfa e "nuovi militanti" per il suo "discorso di guerra". Ma già nel medio e, ancor più, nel lungo periodo, i risultati si sono rivelati esiziali e devastanti per tutti. Progressiva rottura del legame sociale, crescente autoreferenzialità dei circuiti politico-istituzionali, compressione dell’area dei diritti e abbassamento della soglia di democraticità delle istituzioni pubbliche: ecco i tratti perspicui che la democrazia italiana ha assunto nell’ultimo trentennio del XX secolo e di cui, ancora oggi, avvertiamo i pesanti effetti.

Del resto, modelli di questo tipo di delegittimazione del "conflitto interno" sono stati ampiamente in opera nel XX secolo. I nazisti ed i fascisti della "Repubblica sociale" di Salò, per es., ritenevano i partigiani dei volgari "banditi"; le dittature militari sudamericane (e non) hanno sempre trattato gli oppositori sociali alla stregua di "criminali" da "giustiziare" senza pietà; il regime sovietico ha non solo criminalizzato il dissenso interno, ma lo ha, altresì, trattato come fenomeno di follia: gulag e manicomi criminali hanno costituito una terribile macchina di annichilimento umano; il governo israeliano ritiene tutti i palestinesi dei "terroristi"; e così via discorrendo.

Lungo questa linea prospettica, molti dei leaders presenti al G8 (ed i corrispettivi governi) ritengono la protesta antiglobalizzazione illegittima in sé, in quanto contraria ai "valori fondanti" dell’Occidente, alla logica ed all’etica del capitalismo; una sorta di "fondamentalismo talebano" alla rovescia, come si vede. È, questo, il caso soprattutto del premier italiano e delle forze ricomprese nel suo governo; ma va riconosciuto che queste posizioni hanno ampiamente fatto breccia anche in larghi settori del centrosinistra. D’altro canto, in questi ultimi cinquant’anni, nelle democrazie pluraliste le maglie del conflitto sociale e culturale si sono sempre più ristrette, per l’insofferenza dimostrata dai poteri e dalle istituzioni pubbliche nel sottoporsi alle "verifiche di legittimità" che i movimenti e la cittadinanza sociale, dagli anni ’60 e ’70, sono andati inoltrando: le loro domande sono rimaste, per lo più, inascoltate, venendo affrontate (in maniera particolare, in Italia) con strumenti prevalentemente repressivi.

 

2. Da un antefatto remoto, passiamo ad uno prossimo: il "Rapporto del Sisde" dell’aprile di quest’anno sul "rischio G8" (1). In quel "Rapporto", a cui i media diedero un’immediata e sensazionalistica risonanza, come si ricorderà, i servizi paventavano:

a) azioni a danno delle forze dell’ordine:

  • lancio di preservativi pieni di sangue infetto, da parte degli "Autonomen" tedeschi;
  • spruzzate di vernice rossa, da parte di attivisti antiglobalizzazione olandesi e danesi;
  • b) attacchi eco-terroristici contro le aziende biotecnologiche;

    c) un’altra lunga e generica sequela di azioni violente (2).

    Sono due gli elementi dell’analisi dei servizi sul "rischio G8" che meritano di essere qui sottolineati:

    1. il timore politico che il G8 facesse da occasione ad un tentativo di destabilizzazione dell’Italia e, dopo il successo del centrodestra alle elezioni di maggio, del nuovo governo Berlusconi;
    2. il semplificazionismo dell’analisi politico-culturale che, pur riconoscendo loro articolazione e poliedricità di contenuti, classifica i movimenti antiglobalizzazione come problema di eversione.

    Queste, del resto, sembrano essere anche le coordinate lungo le quali si è mosso il "resoconto" del ministro Scaloja sui "gravi fatti di Genova", fornito alla Camera il 23 luglio scorso (3).

    La cultura fondativa del Sisde appare qui evidente in tutta la sua portata: l’assunzione della mobilitazione collettiva come minaccia all’ordine costituzionale; dal che deriva la delimitazione del conflitto interno come arena dell’eversione. Questa la cultura dei servizi negli anni ’70 e ’80; ed è ancora questa all’alba del XXI secolo. Siffatta cultura si è rivelata insufficiente e densa di tragici errori in passato; ancor più inadeguata appare oggi. Di fronte ai nuovi soggetti della mobilitazione collettiva, inassimilabili ai movimenti sociali degli anni ’60 e ’70, permane una soggettualità di intelligence già obsoleta trent’anni fa (4), con la conseguenza che lo scarto con i fenomeni della realtà storica, politica e civile si fa ancora più drammaticamente ampio.

    Il fattore negativo più grave in assoluto risiede nel fatto che la preparazione politica e organizzativa del G8 è stata in tutto e per tutto interna al quadro politico-previsionale fornito dai servizi. Anzi, i soggetti politico-istituzionali che hanno organizzato e gestito il G8 si sono rivelati ancora più inadeguati delle analisi elaborate dai servizi.

    Si prenda l’architettura urbana di Genova, città completamente ridisegnata in un cupo scenario di guerra, con strade bloccate da grate di ferro, vie di accesso interdette, aree protette e barriere invalicabili, svuotata dei suoi abitanti (5). Un’architettura della perfetta incomunicabilità e non conciliabilità. Zone divise da spartiacque insuperabili: di là i dominanti; di qua i dominati. In mezzo il vuoto totale, colmato dalla presenza di 20.000 agenti in assetto di guerra.

    Il grado zero della rappresentanza politica istituzionale doveva necessariamente coniugare il grado massimo della rappresentazione della forza. Logico che chi, come il "Genova Social Forum" e i movimenti antiglobalizzazione, cercava di conferire forme di rappresentazione, espressione e risoluzione politiche ai problemi scottanti che minacciano l’umanità (dal riscaldamento del globo all’energia nucleare; dall’inquinamento ambientale a quello alimentare; dalla povertà e dalla fame del mondo ai diritti civili; dai diritti dei popoli alla "Tobin tax"; dalla lotta contro le epidemie al diritto ai farmaci essenziali ecc.), dovesse divenire competitore fastidioso, in quanto portatore di un’idea e di un’esperienza della politica non ridotta direttamente e solamente a crudo e bruto potere.

    Sta forse qui una delle "lezioni" più importanti che vengono dalla "battaglia di Genova": impedire che tra potere e protesta sociale il vuoto sia riempito esclusivamente dalle forze di polizia. Ciò fa il gioco dei poteri; anche nel non inessenziale punto che vede, poi, scaricarsi tutta la rabbia ed il malcontento sulle forze dell’ordine, dietro le quali, ancora una volta, il beffardo ghigno del potere si protegge. Ben altre e di ben altra natura sono le responsabilità più gravi e vanno tutte ricondotte alla sfera politica, ai detentori delle leve del comando politico.

     

    3. Facciamo un altro passo avanti. Nelle ultime settimane che hanno preceduto il G8, seppur tardivamente, il governo (soprattutto nella persona del ministro degli esteri) ha aperto una sfera di discussione con i movimenti antiglobalizzazione e, in particolare, col "Genova Social Forum". In sé, l’apertura andava considerata positivamente. Purtroppo, nel merito, le opzioni politiche e le strategie comunicative con cui il governo si è presentato al confronto non avevano alti contenuti dialoganti.

    Affinché vi possa essere un’effettiva comunicazione tra istituzioni e mobilitazione collettiva è necessario che l’attore pubblico (in primis, il decisore politico) si doti di strategie inclusive, assegnando apertamente alla domanda collettiva una sfera argomentativa ad hoc, entro cui le ragioni della protesta sociale trovino pieno diritto di cittadinanza. Cioè, occorreva predisporre ex novo una piattaforma comune di dialogo. Ancora più concretamente, al governo veniva richiesto di fornire piattaforme argomentative alla protesta sociale, con il riconoscimento inequivoco che le problematiche di cui essa si faceva portatrice riguardano il destino presente e futuro del pianeta ed i diritti umani e civili dei popoli del mondo (6).

    Ciò richiedeva, in radice, la rimozione della catena motivazionale e argomentativa principale fornita dai servizi, con una aperta falsificazione del postulato secondo cui movimenti antiglobalizzazione ed eversione erano da considerarsi un tutt’unico. Il rapporto tra servizi ed attore di governo è stato a basa soglia di comunicazione interna, con l’appiattimento del secondo sulle posizioni dei primi. Con ciò l’attore di governo è venuto meno ad uno dei suoi compiti istituzionali più delicati: stimolare l’intelligence con domande e committenze complesse. Il teorema cardine che regola il rapporto tra governo e intelligence è saltato. Come, nella sua autobiografia, ricorda Markus Wolf, "mitico" creatore dell’Hva (la celebre intelligence tedesco-orientale): "Il valore della qualità dell’intelligence dipende dalla qualità dei suoi clienti istituzionali" (7).

    Così non è stato. Il governo, nel corso della "trattativa", ha dimostrato una concezione proprietaria del dialogo, limitandosi a porre le proprie condizioni e replicando il quadro motivazionale che del "rischio G8" era stato fornito dai servizi. Si è trattato di una ingenuità comunicativa e di un espediente politico. Di una ingenuità comunicativa, perché il disconoscimento completo delle ragioni della controparte interrompe e manda in crisi comatosa il dialogo, con i risentimenti reciproci che ne seguono. Di un espediente politico, perché nei confronti dei movimenti antiglobalizzazione si è perseguito il disegno del divide et impera, scaricando su di loro, in anticipo, tutte le responsabilità di eventuali e future violenze.

    Anche sul piano politico-comunicativo, non solo su quello dell’architettura urbana, il governo ha seguito la strategia del "muro contro muro". Esattamente quella strategia che, da più parti e pur da posizioni politiche e da analisi differenti, più voci hanno scongiurato di non applicare, pena la trasformazione del G8 in un "teatro di guerra" (8).

    Se "la guerra" era l’obiettivo effettivo perseguito dal governo, siamo in presenza di una prassi ad alta soglia di razionalità. Ma non crediamo che le cose stiano in questi termini. Soprattutto il premier, dopo lo "sfregio" dell’avviso di garanzia al G7 del 1994, le riserve del mondo finanziario internazionale e le diffidenze degli ambienti comunitari, aveva interesse a che il G8 non fosse "oscurato" o "macchiato" da avvenimenti violenti contigui. Si veda entro quest’ottica, la cura dell’estetica del summit profusa dal premier. Per il governo, l’obiettivo politico primario era mantenere al centro della scena il summit e relegare in seconda fila le contestazioni antiglobalizzazione. E quindi: le seconde dovevano essere contenute; il primo fatto rifulgere, massmediato e spettacolarizzato oltre le soglie della normalità.

    La strategia applicata a Genova ha, invece, coerentemente condotto il governo alla messa in scena della battaglia ed, in ciò, essa ha rivelato un profilo altamente controintenzionale. L'esecutivo si è rivelato del tutto privo di una strategia politica adeguata all’ottimizzazione dei suoi stessi fini e dei risultati attesi. È rimasto prigioniero di una strategia militare, la quale ha surdeterminato le sue opzioni politiche, con il non secondario effetto di innalzare l’attore militare al rango di decisore politico. Anche per questo, il clima respirato a Genova ha ricordato atmosfere sudamericane.

    Critiche al comportamento delle forze dell’ordine, anche in ambito comunitario, non sono mancate. Peter Hain, titolare del dicastero per l’Europa del governo Blair, in una intervista alla rete televisiva "Sky News", ha dichiarato: "Non si può difendere l’atto della polizia di sparare e uccidere qualcuno"; Uwe Hundt, capo della sezione personale della polizia di Berlino, ha inequivocamente affermato: "In situazioni simili a nessun agente della polizia di Berlino sarebbe venuto in mente di usare le armi da fuoco"(9). Si sono aperte frizioni anche con le cancellerie europee, per l'illegale arresto e sequesto di cittadini stranieri. Addirittura, il ministero degli esteri tedesco ha deciso di avviare un'inchiesta formale sul comportamento tenuto dalle forze dell'ordine italiane nel corso della perquisizione al "Media Center" del "Genova Social Forum" e successivamente nelle caserme. Inoltre, alcuni consolati europeri hanno indirizzato al ministero degli esteri italiano lettere di richiesta di chiarimenti sui "fatti di Genova". In Francia, Germania e Gran Bretagna si sono tenute dimostrazioni di protesta davanti alle ambasciate italiane. Per non parlare del profluvio di critiche piovute sul governo Berlusconi da parte della stampa estera. Si sono distinti, in particolare, "The Independent", "The Guardian", "El Mundo", "El Pais", "Liberation", "Le Monde" (il quale, in un "Editoriale" del 27 luglio, ha definito il premier italiano "un supermaggiordomo incosciente").

    Il fatto è che gran parte del personale che forma la coalizione di governo o è estranea ai valori costituzionali posti a fondamento e presidio della (pur debole) democrazia italiana, oppure rivela una formazione politica d’altri tempi, prossima più al periodo della "guerra fredda" e ad uno sfrenato "maccartismo" di ritorno che alle problematiche complesse delle società globali in cui viviamo. Un personale che affronta le problematiche sul tappeto con una cultura autoritativa che non lascia molti margini al confronto e al dialogo, affascinato come è da forme di rappresentazione forte del potere a cui, peraltro, non riesce a dare coniugazioni razionali puntuali. Un personale che, per l’inadeguatezza della sua cultura politica, l’autoritarismo che lo caratterizza e la rozzezza della prassi di governo, pare lanciato a dissolvere gli equilibri democratici su cui si è retta la costituzione repubblicana.

     

    4. Sulla base del canovaccio predisposto dal Sisde, non può stupire che a Genova il governo abbia delegato la gestione dell’ordine pubblico alle autorità militari. Ora, le finalità politiche del governo non coincidevano in toto con quelle delle autorità militari: non esserne pienamente consapevole ha costituito una smaccata "ingenuità politica" da parte dell’esecutivo Berlusconi (e del premier, in particolare). Tanto l’autorità politica aveva l’esigenza vitale di contenere la contestazione e dare la massima visibilità mediatica possibile alla "recita del G8", quanto le autorità militari obbedivano alla pulsione impellente di cercare la dimostrazione empirica del loro teorema cardine: antiglobalizzazione = eversione. Maldestramente e tragicamente, l'autorità politica ha fatto coincidere i due livelli di pianificazione, sul presupposto chiaramente autoritario che l'intervento "manu militari" avrebbe preservato e conferito una maggiore visibilità mediatica alla messa in scena del summit. La strategia politico-militare ha preso nettamente il sopravvento sulla politica, inibendone i risultati e oscurandone lo scenario.

    Evidentemente, anche la strategia politico-militare che ha ispirato la gestione dell’ordine pubblico a Genova aveva ed ha finalità squisitamente politiche. Solo che qui è stato fatto un uso rovesciato dell’enunciato strategico clausewitziano: qui la politica è stata postulata e posizionata come "la continuazione della guerra". Il raggio degli effetti politici che si voleva far discendere dalla guerra era articolato su alcuni punti essenziali:

    1. discredito della contestazione antiglobalizzazione, assimilata a violenza indiscriminata ed insensata;
    2. delegittimazione simbolica e culturale della semplice messa in discussione dei "valori" e delle "strutture" della globalizzazione;
    3. produzione di panico nella società civile, con l’insinuazione di un moto di repulsione tra questa e la contestazione antiglobalizzazione; in questo senso, va letto anche l'allarme suscitato dalla spettacolarizzazione mediatica della "campagne di buste esplosive" che ha immediatamente preceduto i giorni del summit;
    4. accelerazione del processo di spostamento a destra dell’asse politico del paese;
    5. chiusura rapida ed irreversibile dell’esperienza democratico-costituzionale iniziata nel ’48.

    Beninteso, anche l’autorità politica di governo condivide in pieno siffatta pianificazione; ma una cosa è perseguire tali fini per via eminentemente politica; un’altra è perseguirli per via eminentemente militare. Tra i due piani di azione non vi può essere coincidenza, ma autonomia e connessione, con la precisazione che la leva di comando spetta sempre al ‘politico’. Anche sotto questo riguardo, emerge la maldestrezza dell’esecutivo in carica: la convergenza delle pianificazioni ha fatto ritenere all’autorità politica inessenziale, ai fini delle risultanze attese, che il comando fosse delegato alle autorità militari.

    La realtà, purtroppo, ha tragicamente dimostrato quanto il calcolo politico dell’esecutivo fosse sbagliato: tra logica d’azione militare e logica d’azione politica non vi può mai essere coincidenza e, dunque, diviene assolutamente rilevante il posto occupato da ognuna delle due nella catena delle relazioni di trasmissione del comando.

    Emerge in superficie uno dei punti deboli sostanziali del governo Berlusconi, già rivelatosi nel pieno nella campagna elettorale. Se l’identità politica del nuovo esecutivo appare ben stagliata e nitida, non altrettanto può dirsi del suo profilo politico, ancora incerto e approssimativo. Un difetto di progettazione autonoma lo espone ai tentacoli di tutti i poteri che cercano, così, di condizionarne le opzioni e le decisioni, secondo i loro interessi particolaristici (vedi le "pressioni" degli Usa, della Fiat, della Confindustria, della Banca d’Italia, dell’apparato burocratico-militare ecc. ecc.). Il fatto è che ora, diversamente dalla campagna elettorale, il premier non può dire a tutti i suoi interlocutori: "il tuo programma è anche il mio", pena la paralisi decisionale e la conflittualità endorganizzativa nell’apparato stesso dello Stato. Ogni esecutivo deve lavorare in proprio, rappresentando al meglio gli interessi del "blocco sociale" che lo sorregge, ma senza mai risolversi per intero in alcuni di essi, altrimenti è destinato, nell’immediato, all’eterodirezione e, in prospettiva, ad una probabile sconfitta elettorale. Questa soglia l’esecutivo Berlusconi non l’ha ancora superata; su di essa è rovinosamente inciampato a Genova, con esiti drammatici.

     

    5. Il raggio d’azione della pianificazione politica che ha ispirato la gestione dell’ordine pubblico a Genova non presenta soltanto la caratteristica, che abbiamo appena analizzato, di essere un "approccio militare" alle "questioni sociali". Esso si distingue, ancora di più, per avere un profilo a bassa comunicazione.

    Dichiarare, a fronte dei 300 mila manifestanti del 21 luglio, come hanno fatto le autorità di governo e le autorità militari, d’essere in presenza di un "fenomeno eversivo" e/o "teppisti", prima ancora che poco plausibile sul piano storico, è finire vittima delle proprie allucinazioni politiche. Siamo posti in faccia, per la precisione, ad una rappresentazione delirante del potere e del ‘politico’. Nell’epoca della comunicazione globale possono pure passare le menzogne globali, ma mai la deprivazione fisica del messaggio simbolico. Al contrario, è il messaggio simbolico a fisicizzarsi ed a cercare i suoi corpi.

    Il messaggio simbolico dei movimenti antiglobalizzazione aveva un corpo ben visibile e visto da tutti: i 300 mila del 21 luglio, in una scala incrementale impressionante, a paragone di Seattle nel 1999. E, quindi, non poteva essere cancellato fisicamente. Pretenderlo di farlo o ritenerlo di averlo fatto, è esercizio di tirannia comunicativa tanto ingenua quanto rozza. L’impossibilità di cancellare un simbolo vivente lascia ai poteri soltanto la strada dell’alterazione e della mistificazione. Questo, presumibilmente, il banco di prova su cui, nel futuro prossimo, saranno chiamati a cimentarsi i movimenti antiglobalizzazione.

    La strategia comunicativa e politico-militare messa in campo a Genova ricorda molto i modelli di "guerra non convenzionale" applicati su vasta scala in Sudamerica dalle dittature militari negli anni '70, con il supporto attivo e aperto di "consiglieri americani". Ora, a questi modelli guarda con particolare favore la nuova amministrazione Bush che, con tutta evidenza, va agganciando e attualizzando operativamente tutto l'armamentario concettuale e politico della "guerra fredda". Anche da qui nasce la "attrazione fatale" che il premier italiano e il suo esecutivo prepotentemente avvertono nei confronti della nuova amministrazione americana. Sia per le componenti ultraliberiste che per quelle fasciste, post-fasciste e xenofobe-razziste presenti nel governo di centrodestra la trasformazione del conflitto interno in una piattaforma di belligeranza attiva è una tentazione troppo forte: in essa cercano di realizzare a piene mani il patrimonio cromosico della loro identità.

    Se una connessione di fondo si vuole cercare è a questi modelli che si deve guardare; non tanto e non soltanto alla "strategia della tensione" che ha insanguinato l'Italia dalla fine degli anni '60 a tutti gli '80. Siamo di fronte al tentativo di definire, secondo gli schemi della "guerra fredda", l'oppositore in termini di nemico, a cui, per definizione, non vanno riconosciuti diritti sociali, diritti civili e diritti politici. In parte, è un delirio di onnipotenza; in parte, per un paradigma costitutivamente autoritario, è una strada obbligata. Nell'epoca della comunicazione globale e di Internet, la contestazione alle cattedrali del potere si internazionalizza e coinvolge popoli e strati di tutte le latitudini sociali, ben al di là dei tradizionali schemi di rappresentazione "classe contro classe". Nei movimenti antiglobalizzazione si trova di tutto ed il contrario di tutto: le letture che li ideologizzano ora su questi e ora su quei contenuti sono miopi. E lo sono tanto dal punto di vista della "trasformazione del mondo" che dal punto di vista del potere. Complessità, differenza e proliferazione planetaria: ecco le qualificazioni essenziali dei movimenti antiglobalizzazione. Caratteristiche che ne fanno un inedito e, per molti versi, ben strano "attore collettivo". Uno strano "attore collettivo", perché, nella sua crescente presa sociale e nella sua aspirazione universale al cambiamento, è ben attento a non espellere e nemmeno a fagocitare le singole individualità ed identità che lo solcano e lo rendono vitale a scala mondiale. Ma di tutto questo si dovrà dire altrove.

    Pretendere di zittire "manu militari" un siffatto attore è uno sciagurato errore, denso di implicazioni e di conseguenze drammatiche. Solo un personale politico da guerra fredda, ma in assenza della guerra fredda (10), poteva lanciarsi in questo progetto folle, gravido di rischi per la democrazia e la vita stessa dei cittadini.

    (fine luglio 2001)

    Note

    (1) Per una stringata, ma acuta analisi d’insieme del "Rapporto" e delle sue coordinate politico-culturali, cfr. Emmanuela C. Del Re, I Servizi al G8, "liMes", n. 3, 2001; il numero in questione della rivista (finita di stampare nel giugno scorso) ha per argomento monografico: "I popoli di Seattle".

    (2) Una dettagliata ricostruzione delle azioni violente paventate dai servizi è contenuta nell’articolo Qui scoppia un G8, "Panorama", 12 aprile 2001.

    (3) Cfr., per tutti, "Corriere della Sera", 24 luglio 2001.

    (4) In questa direzione, già Emmanuela C. Del Re, op. cit.

    (5) Cfr. Ida Dominijanni, Così la politica si trasforma in guerra, "il manifesto", 21 luglio 2001.

    (6) Si veda, in questa direzione critica, il bilancio della "battaglia di Seattle" fornito dall’ex responsabile delle relazioni esterne di "Greenpeace": J. Wootliff, Come evitare la battaglia di Genova, "liMes", n. 3, 2001.

    (7) Citato da Emmanuela C. Del Re, I Servizi al G8, cit., p. 206.

    (8) Per tutti, si veda: J. Wootliff, Come evitare la battaglia di Genova, cit; C. Jean, Spezzeremo le reni alla globalizzazione?, "liMes", n. 3, 2001.

    (9) Cfr. il "Corriere della Sera", 23 luglio 2001.

    (10) Cfr., sull'argomento, l'interessante articolo di P. S. Goulb, La nuova strategia imperiale, "Le Monde Diplomatique-il manifesto", n. 7, luglio 2001.