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Temi del dibattito politico italiano.

LAVORO, LAVORI E MOBILITAZIONE COLLETTIVA
Intorno e oltre l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori

di Antonio Chiocchi

 

1. Intorno alla cancellazione per delega del diritto di reintegrazione nel posto di lavoro, previsto dall'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori in caso di licenziamento illegittimo (viziato, cioè, dalla carenza della "giusta causa" e/o del "giustificato motivo"), ed alla conseguente decisione della Cgil di dichiarare lo sciopero generale, si sono andati coaugulando due distinti e contrapposti livelli di mobilitazione. Da una parte, tutti i lavoratori di vecchia e nuova generazione, in difesa di loro fondamentali e irrinunciabili diritti; al polo opposto, tutte le forze vicine al mondo imprenditoriale che intendono asservire il mercato del lavoro e i suoi soggetti alle rigide regole dell'interesse di impresa. In mezzo, in posizione più defilata, si sono collocate Cisl e Uil, pure loro contrarie alla soppressione dell'art. 18, ma più concilianti in tema di confronto con il governo e la Confindustria sulle altre problematiche della negoziazione sociale. In posizione ancora più defilata, lo schieramento di centrosinistra che ha assistito silente al conflitto in corso, fino al punto di far mancare un sia pur minimo segno di solidarietà ai lavoratori in lotta.

Come già nel corso dell'accordo separato sui contratti a termine e del contratto separato dei metalmeccanici, sono esplose manifestazioni spontanee di lavoratori un poco in tutta Italia e ancora più grande si preannuncia la mobilitazione per lo sciopero generale proclamato dalla Cgil. Va osservato che molti sono i fuochi accesi dalla protesta sociale ed essi toccano direttamente sia l'agenda politica del governo in carica che temi di carattere più generale che impattano da vicino contro le politiche globali tanto degli organismi sovranazionali che degli esecutivi locali.

Sul piano storico, politico, sociale e culturale, non è possibile estrapolare le lotte intorno all'art. 18 dalla nuova qualità dei cicli della protesta sociale che sul piano nazionale e internazionale vanno caratterizzando la scena planetaria della mobilitazione collettiva nell'epoca della globalizzazione (1). È unicamente per esigenze di esposizione che qui ci concentreremo sulle "lotte operaie" che hanno per loro asse centrale l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Nei prossimi paragrafi, cercheremo di tratteggiare, in linea schematica, una mappa dei campi di tensione, delle azioni e contro-azioni, dei soggetti in conflitto e delle strategie in movimento che assumono come loro referente privilegiato l'art. 18.

 

 

2. Il mondo imprenditoriale appare compatto nella richiesta di avere "mano libera" nella gestione e mobilitazione della forza-lavoro, sia essa di tipo "tradizionale" che di "nuova generazione". La compattezza viene meno, se si passa alla disamina del repertorio delle tattiche, delle strategie e delle procedure inclusive attraverso cui si intende perseguire al meglio l'obiettivo.

Le forze attualmente maggioritarie in seno alla Confindustria sono per lo "scontro frontale" con i lavoratori ed il sindacato, per una "regolazione dei conti" ultimativa nei loro confronti (2). Esse fanno generalmente capo a quella media e piccola impresa portatrice di una cultura imprenditoriale aggressiva, a bassa soglia di partecipazione e del tutto carente in fatto di inclusione democratica e di sicurezza sui luoghi di lavoro. Si tratta di soggetti, in un certo senso, estranei ed ostili alla tradizione costituente e costituzionale dei grandi patti di negoziazione sociale che hanno, sino a qualche anno fa, caratterizzato il sistema delle relazioni industriali italiano. Sono, quindi, fermamente intenzionate a determinare uno strappo nella mappa dei meccanismi previgenti della regolazione sociale.

Queste forze trovano ampia rappresentanza nel parlamento uscito dalle elezioni del 13 maggio e, particolarmente, nell'esecutivo in carica, pesantemente condizionato da personale avente un background culturale ultraliberista, rimasto folgorato dalle politiche di "deregolazione sociale" reaganiane e thatcheriane degli anni '80. Questo Dna ultraliberista si è arricchito, in ulteriore determinazione, di temi e contenuti che, non di rado, coniugano xenofobia e razzismo allo stato puro. Del resto, ciò non rappresenta una contraddizione, bensì una proiezione lineare. La negazione dei "diritti interni" non può che coerentemente abbinarsi alla negazione dei "diritti esterni". Anzi, quanto più compresso risulta il paniere dei diritti della "cittadinanza interna", tanto più si deve negare ogni "diritto di cittadinanza" allo straniero ed al diverso etnico. Certo, su capitoli non secondari, non mancano le contraddizioni, per es., tra "liberisti puri" e "leghisti duri"; ma, sull'essenziale e sul decisivo, opera tra loro una perfetta sinergia. Non a caso, nel governo Berlusconi l'asse Tremonti-Bossi è stato, finora, il baricentro effettivo dell'azione di governo.

Esiste un altro ventaglio di forze imprenditoriali, per ora minoritarie, che è, sì, per la contrazione secca dei poteri del sindacato e dei lavoratori, ma attraverso una strategia moderatamente inclusiva e non tassativamente escludente. Si badi bene, queste forze non sono per lo sviluppo lineare delle politiche di concertazione inaugurate negli anni '80 e proseguite nei '90; anch'esse prendono atto che quell'epoca è finita. Ma nel ridisegno dell'ordito del sistema delle relazioni industriali intendono rimanere ferma l'idea-guida della non emarginazione del sindacato, allo scopo di evitare cicli di conflittualità sociale che avrebbero pesanti ricadute sulla produzione/produttività aziendale. Esse registrano che l'egemonia culturale della grande impresa è, ormai, un retaggio del passato, ma intendono riposizionare nella società il potere delle grandi concentrazioni imprenditoriali e finanziarie.

Fino a che il quadro è rimasto così immutato, l'esecutivo Berlusconi ha corso il rischio di potenziare, non già indebolire il sindacato, in condizioni differenti e, per lui, ben più insidiose di quelle del 1994. Diversamente dalle strategie di divisione del sindacato di craxiana memoria (non si dimentichi, sotto questo riguardo, che il sottosegretario del min. del Welfare L. Sacconi è un craxiano di lungo corso), in queste condizioni, il perseguimento dell'obiettivo dell'isolamento della Cgil dalle altre confederazioni è risultato di problematica attuazione. Anzi, la Cgil ha potuto trarre proprio dal conflitto in corso un surplus di legittimazione, costringendo le altre confederazioni a rincorrerla sulle sue posizioni. Un attacco frontale sul tema dei diritti fondamentali e sulle prerogative di potere del sindacato lascia pochi margini di manovra e di mediazione alle confederazioni: chi più degli altri contrasta tale disegno ricava una maggiore dose di legittimazione dalla sua base sociale. Ciò spiega tutte le difficoltà della Cisl e della Uil: non hanno potuto condividere incondizionatamente le scelte dell'esecutivo e nemmeno hanno potuto sposare la linea della Cgil (anzi). Di questo groviglio di contraddizioni, per lungo tempo, non hanno parso tener conto né la Confindustria, né l'esecutivo; in particolare, su questo terreno si sono distinti il ministro Maroni e lo stuolo dei "tecnici" che hanno steso il "Libro Bianco".

Fino a che, dopo mesi di arroccamenti e di mosse apparentemente astute, il ministro Maroni è stato costretto a registrare l'impasse della strategia dell'esecutivo: intervenendo al Congresso della Uil (il 4 marzo 2002), ha dovuto, di fatto, ammettere che il tentativo del governo di dividere il sindacato sull'art. 18 era andato incontro allo scacco completo. Proprio dalla platea congressuale della Uil, anche Pezzotta e Angeletti hanno annunciato la decisione di passare allo sciopero generale, in caso di intervento dell'esecutivo sull'art. 18. La strategia del "divide et impera" dell'esecutivo Berlusconi ha finito, così, col rivelarsi un boomerang. Da un lato, il fronte sindacale, pur attraversato da non secondarie contraddizioni, si è ritrovato ricompattato sul fronte minimo della difesa dei diritti e delle proprie attribuzioni di potere; dall'altro, tra la Confindustria di Amato e l'esecutivo Berlusconi sono destinati ad incubarsi elementi di frizione.

Se le dichiarazioni di Maroni al Congresso Uil non saranno l'ennesima e stucchevole astuzia d'occasione, il campo della negoziazione tra le parti sociali sarà destinato a liberarsi dalla "pregiudiziale" sull'art. 18. Su questo piano ridefinito l'esecutivo, sicuramente, tenterà di rielaborare le sue strategie di divisione del "fronte sindacale", cercando a tale livello di recuperare il rapporto con la Confindustria di D'Amato. In ogni caso, siano quello che siano le dichiarazioni di Maroni e le intenzioni dell'esecutivo, la dinamica delle contraddizioni endosindacali, endogovernative e endoimprenditoriali e dei conflitti sussistenti tra i vari attori in gioco e tra ognuno e la mobilitazione collettiva, nei prossimi mesi, si andrà ridisegnando completamente. Gli scenari che ne scaturiranno non sono facilmente predicibili, in quanto la pura e semplice riproduzione della vecchia strategia degli "accordi separati" pro esecutivo non appare più funzionalmente riproponibile. Per separare le confederazioni, occorre concedere ad alcune delle contropartite di potere simbolico che le altre, in linea presuntiva, rifiuterebbero. Deve, in sostanza, essere imposto istituzionalmente un modello condiviso di sindacato subalterno e su questo piano giocare a "tagliare fuori", con la Cgil, il modello di sindacalismo confederale fin qui conosciuto. Che dal tutto possa uscire vincente una strategia "hard" o "soft" di regolazione neoliberista del mercato del lavoro e dei diritti dei lavoratori dipende dal "rapporto di forza" tra le parti, dalla qualità delle piattaforme "unitarie" o "separate" che le confederazioni saranno capaci di fissare e dai "livelli di rinnovamento" delle strategie sindacali che la mobilitazione collettiva sarà in grado di determinare.

 

3. La mobilitazione e le lotte intorno all'art. 18, al di là del loro merito specifico, hanno ben messo in chiaro il corto respiro dei vecchi schemi della rappresentanza sindacale (e politica). Hanno incrociato, fin da subito, le lotte, gli interessi ed i diritti (spesso negati) delle nuove forme di lavoro e delle nuove figure dei lavoratori che, in maniera tanto sbrigativa quanto imprecisa, si suole definire atipiche. Giovani, precari, donne, lavoratori immateriali, lavoratori del core produttivo, lavoratori marginali si sono trovati mobilitati intorno ad una doppia controrivendicazione conflittuale: il no alla corrosione dei diritti acquisiti e il alla stipulazione di diritti nuovi per i nuovi ed i vecchi lavori e per i nuovi e vecchi lavoratori. È, questo, il doppio profilo che costituisce il contrassegno specifico della mobilitazione collettiva intorno all'art. 18, sancendone nel contempo l'internità ai movimenti planetari dell'epoca della globalizzazione.

È con questo doppio profilo che si debbono confrontare tutti gli attori in gioco, a partire dal governo e dalla Confindustria e a finire con le confederazioni sindacali. Per il governo e la Confindustria tanto il no che il di cui la mobilitazione collettiva è portatrice sono motivo di "imbarazzo" e di conflitto montante, in quanto la destabilizzazione dei diritti acquisiti funge da piattaforma operativa per la negazione dei diritti di nuova generazione. Per le confederazioni sindacali, il discorso è più articolato: 1) il piano del no consente la, pur difficile e tormentata, composizione unitaria dei conflitti interni e, insieme, apre la strada ad un più stretto rapporto con la base sociale di cui sono espressione; 2) il piano del ipoteca non solo il raccordo tra lavoro e lavori e regola il rapporto con le nuove modalità lavorative ed i nuovi soggetti del mercato del lavoro, ma delinea l'asse intorno cui la strategia e l'azione sindacali sono costrette ad una integrale rielaborazione. Sotto quest'ultimo riguardo, si aprono i campi in cui più forte e dilacerante si fa il potenziale di conflitto endosindacale, tra confederazioni e mobilitazione collettiva, tra sindacato nel suo insieme e controparti politiche e sociali.

Una delle parole magiche intorno cui i conflitti potenziali tratteggiati si tradurranno in atto sarà, certamente, la flessibilità. Occupiamocene, brevemente, più da vicino.

Secondo una ricerca sulla flessibilità appena conclusa, gli imprenditori italiani non riescono a far uso funzionale della quota e della qualità di flessibilità della forza-lavoro che hanno già a disposizione (3). Dal "Rapporto Ires" "Il lavoro atipico in Italia: le tendenze del 2001" (ricerca commissionata da Nidil/Cgil) emerge, invece, la contrazione dei contratti di lavoro atipico nel 2001, nel corso del quale, in controtendenza rispetto agli anni precedenti, l'86% della crescita occupazionale è stata causata dal lavoro standard (4).

Il carente uso degli strumenti di flessibilità predisposti dall'ordinamento è da mettere in correlazione al basso tasso di innovazione del sistema produttivo italiano nel suo insieme, con riguardo sia alle piccole e medie imprese che alle grandi. Soprattutto, emerge a livelli esponenzialmente crescenti il deficit di innovazione di processo del sistema delle imprese italiane. A misura che tale deficit si approfondisce, gli imprenditori italiani non trovano di meglio che battere la vecchia strada della riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto, con un attacco sistematico al sistema di garanzie e tutele e lo sfruttamento intensivo della forza lavoro, all'interno di un'organizzazione del lavoro e di meccanismi di estrazione del plusvalore che conservano tutte le loro invarianti di fondo e i loro limiti costitutivi.

Tanto più nel "caso italiano" le retoriche, a piene mani profuse, dal teorema più flessibilità = più occupazione si rivelano illusorie. È appena il caso di ricordare che la medesima Ocse assume l'assenza di qualunque "correlazione certa" tra rigidità/flessibilità del mercato del lavoro e livelli occupazionali. In questione, soprattutto a proposito del nodo mercato del lavoro/occupazione, è la qualità del management, i cui modelli convenzionali e le relative strategie non appaiono assolutamente all'altezza del nuovo contesto storico-sociale. L'efficienza del management deve ora avere come retroterra e, insieme, prolungamento la capacità innovativa, l'innovazione del prodotto e dei processi, la qualità dei servizi prestati. Ed è su questo specifico terreno che si estende il gap tra il sistema produttivo italiano e quello dei maggiori competitori europei e internazionali.

Su tale gap, tanto l'esecutivo che la Confindustria, come già in passato, stendono un "velo pietoso", riconducendo per intero alla carenza di flessibilità dell'uso della forza-lavoro le cause strutturali della scarsa competitività del sistema delle imprese italiane. Come se non bastasse, imputano all'obbligo di reintegra nel posto di lavoro (in caso di licenziamento illegittimo) la responsabilità maggiore della carenza di flessibilità del mercato del lavoro, comparando in maniera impropria due livelli tra di loro incommensurabili.

La materia regolata dall'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori è il licenziamento irrogato in assenza di "giusta causa" e di "giustificato motivo" e incide in maniera irrisoria tanto sui livelli occupazionali che sulle dinamiche rigide e/o flessibili del mercato del lavoro. Tempera, per essere ancora più precisi, l'uso abnorme e arbitrario del potere discrezionale del datore di lavoro in tema di licenziamenti individuali. Siamo, dunque, di fronte ad una questione di potere. E di conflitto intorno all'esercizio di un potere si tratta. Il resto è una nebulosa ideologica che tutto avvolge, confonde e falsifica.

Non v'è correlazione tra reintegra nel posto di lavoro e flessibilità; v'è, invece, correlazione tra reintegra e bilancia dei poteri nei luoghi di lavoro e nella società. Ora, contrastare e sconfiggere poteri illegittimi che pretendono per sé "libertà assoluta", anche o soprattutto quando sono palesemente nel torto e scadono nel circolo vizioso dell'ingiustizia più smaccata, è obiettivo irrinunciabile già per coloro che hanno minimamente a cuore le sorti della democrazia e della libertà. Per chi, per suo conto, continua a lottare e sperare in una società diversa le sfere di responsabilità si fanno ancora più intense. La mobilitazione collettiva di questi ultimi mesi ha avuto il merito di porre l'accento su queste sfere, intorno cui si sono andate delineando le linee di demarcazione tra gli schieramenti in campo, con inclusione degli incerti, degli ondivaghi e dei "prudenti".

La "prudenza" esercitata nel prendere posizione al fianco dei lavoratori (pensiamo all'Ulivo nel suo insieme, a partire dai Ds) è esercizio di "prudenza" di fronte al potere, nella presunzione di tentarne, così, la scalata in maniera più agevole ed agile. Nessuna illusione è più cocente di questa. Chi si fa illudere dal potere, muore sotto i colpi del potere, sia per consunzione interna che per espropriazioni esterne.

(fine febbraio-inizio marzo 2002)

 

Note

(1) Sul punto, si rinvia all'Editoriale di "Focus on line", Movimenti planetari, di prossima pubblicazione.

(2) Si rimanda alle osservazioni contenute nell'articolo Dalla tutela del lavoro alla tutela del mercato. Considerazioni minime sul "Libro Bianco" del governo Berlusconi.

(3) Cfr. A. Accornero-Giovanna Altieri-Cristina Oteri, Lavoro flessibile: cosa pensano gli imprenditori, Roma, Ediesse, 2001; la ricerca è stata presentata il 18/02/2002 presso la sede della Cgil nazionale.

(4) Cfr. Ires-Cgil, Il lavoro atipico in Italia: le tendenze del 2001, "Working Paper", n. 3, gennaio 2002.