Focus on line - Bimestrale telematico per ripensare la politica e le sinistre

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Focus on line, n. 2, marzo-aprile 2000
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ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

DA DOVE RIPARTIRE?

RIDARE SGUARDO E CUORE ALLA CRITICA

di Antonio Chiocchi

1) Non-detto e off-limits della democrazia sono inestricabilmente avvinti alle questioni più scottanti dell'ordine dei discorsi delle società avanzate. L'agenda politica dei sistemi di governo e "governamentalità" (locali e globali) è quasi per intero occupata dall'ossessione della regolamentazione escludente dei diritti dei soggetti che incarnano l'altero e il diverso. L'Italia non fa eccezione a questa regola; anzi, le pulsioni pro-emarginazione sono coltivate e mobilitate in via permanente da un complesso apparato di mezzi simbolici, politici e comunicativi. Contro gli stranieri, i diversi , gli emarginati ed i poveri in genere è alimentata una campagna strisciante che si va allargando a macchia d'olio e coinvolge in maniera attiva strati sociali sempre più larghi.

La mobilitazione politica (non solo in Italia, purtroppo) avviene, ormai, quasi esclusivamente per contrapposizione frontale alle categorie sociali più svantaggiate, di cui si chiede l'esclusione e l'ostracismo. Si spera, così, di ricostruire un quadro di rassicurazione sociale, dal piano simbolico a quello socio-politico. In realtà, un ordine di rassicurazioni sociali che si regge su innesti di discriminazioni estensive ed intensive è la negazione dei fondamentali principi democratici, di cui è messa ben inevidenza la crisi irreversibile.

Nelle zone limite del non-detto e degli off limits della democrazia occorre gettare l'occhio compassionevole della critica. In questi territori massima è la sofferenza umana; massima l'ingiustizia; massima l'atrocità delle pratiche e delle strategie del potere. Nei luoghi e nei tempi del non-detto della democrazia sono ravvisabili e quantificabili i livelli di precipitazione attuale della sofferenza umana. Procedendo per queste fenditure, si viene immessi nel pieno della catastrofe che oggi contrassegna il rapporto tra poteri democratici e diritti inalienabili dei cittadini.

Il non-detto e il limite sono, dunque, tra le primarie categorie di ricognizione critica sulla politica e sulla democrazia nell'età contemporanea e, conseguentemente, sul ruolo che in essa le sinistre intendono giocare.

Innanzitutto, il limite del non-detto ci pone in contatto simpatetico e dolorante con ciò che è stato condannato al silenzio e all'invisibilità. Inoltre, l'indifferibile e inconcludibile dire intorno al non-detto non consente, in assoluto, che il discorso sulla politica, sulla democrazia, sui diritti e sulla libertà possa mai ultimativamente chiudersi. Il limite del non-detto emerge come categoria fondativa e ultimativa della genealogia politica e, forse, del pensare e del creare stessi.

Sul bilico di questi attraversamenti, il limite del non-detto diviene il varco attraverso cui prende inizio il cammino e la messa in moto del pensiero. Col che la categoria wittgensteiniana del non-dire e del tacere, proprio non scomparendo dall'orizzonte di ricerca, diventa esperienza sensibile. Qui, come vuole Wittgenstein, su ciò di cui non si può dire occorre continuare a tacere. Ma è proprio il tacere e il taciuto che parlano e ci parlano assordantemente.

Il silenzio dei vinti, degli emarginati e degli oppressi, dei senza parola, dei senza terra e senza casa, dei senza patria e senza diritti diviene qui la mossa che, con rumore, il discorso gioca già nel suo costituirsi. Questo modo di intendere lo statuto del pensare - e del pensare specificamente le politiche delle sinistre - consente di sondare le zone limite dell'umano, del sociale e del politico. A questo livello di profondità, in determinazione ulteriore, è possibile innervare i presupposti della critica tanto delle politiche del Welfare che delle strategie post-welfaristiche, intorno ai diritti e alle libertà sospese o non riconosciute.

Seguendo il cammino di queste mosse che, insieme, anticipano e sorreggono il discorso, siamo immediatamente messi nelle condizioni di individuare la struttura microinfinitesimale del virus che infetta le democrazie avanzate. È il bisogno di sicurezza che partorisce le strategie dell'insicurezza, dell'esclusione e della manipolazione escludente delle "tavole dei diritti". Queste due polarità sono geneticamente avvinte. In sovrappiù, dobbiamo cogliere con nettezza che i due poli non sono in rapporto di semplice reciprocità. Al contrario, bisogno di sicurezza e strategie dell'insicurezza hanno ambedue la caratteristica di essere determinazioni positive e negative. Più esplicitamente ancora: da ognuna di queste determinazioni consegue (a) un'azione positiva di architettura e costruzione sociale e (b) un'azione negativa di impedimento e costrizione sociale. Insomma: costruzione sociale come costrizione e costrizione come costruzione sociale. La "reciprocità" del legame si insedia a questo livello di complessità e "circolarità". Lo stesso architettare positivo è, nel contempo, un impedire e un costringere; allo stesso modo col quale il momento negativo della coercizione è, nel contempo, una modalità del costruire e del fare.

Ancora di più. La causa originaria che corrompe le democrazie avanzate sta esattamente nella rimozione da esse praticata del non-detto; nella insofferenza nei confronti del taciuto espressa dai cromosomi culturali dominanti; nella carica di isterismo collettivo con cui le politiche pubbliche, la discussione politica e la comunicazione sociale affrontano i territori e i temi del limite; nelle algide pulsioni di morte con cui i soggetti del potere e l'immaginario collettivo fronteggiano l'altero e il diverso. Non possiamo, infine, dimenticare che questo cupo contrassegno delle democrazie avanzate è anche il residuo rielaborato di quell'ossessione dell'ordine e di quella mania dell'esclusione che marchia ab origine la politica e la società moderne.

Da questa postazione, la critica delle democrazie avanzate si pone anche come superamento del 'politico' moderno. Siamo posti di fronte alla coabitazione critica delle dislocazioni temporali, da cui germina l'urgenza di uscire tanto dal passato quanto dal presente e dai futuri da loro messi in codice, in progetto e in azione.

Occorre connettere, ma non confondere, le dimensioni del "sincronico" con quelle del "diacronico", incuneando una "frattura epistemologica" nel cuore di tutti gli universi discorsivi dalle culture genealogiche che abbiamo fin qui ereditato (da Nietzsche a Foucault fino alle "ricerche delle donne sulle donne").

È necessario andare oltre la genealogia. Muovendo dal non-detto, dobbiamo approssimarci al non-ancora; dal non-c'è stato, dobbiamo muovere verso il non-c'è. E non tanto e non solo verso quel non-c'è ridotto al silenzio, quanto e soprattutto verso quel non-c'è che manca ancora e attende dei soggetti, degli osservatori e degli interpreti, per essere e trasformarsi. Dai limiti del detto occorre continuamente muoversi verso i limiti del non-detto.

Tutti i luoghi del limite e del non-detto sono possibili luoghi di nascita, oltre che territori dell'oppressione, della colonizzazione e della morte. Per questa ulteriorità di transito, però, non è sufficiente il "cuore freddo" della genealogia; occorre un pensiero ancora più caldo e pieno di colore di quello tramandatoci da Nietzsche e Foucault.

Il teatro della scena sociale e dei significati entro cui è necessario scrivere i nuovi discorsi della politica e delle sinistre procede per stazioni mobili che, diversamente dalla "via crucis", non sono un cammino lineare-progressivo. Ogni stazione intreccia e intercetta l'altra, soprattutto quando più tende a far sembrare che solo di sé stia parlando.

I discorsi che dobbiamo imparare a costruire, ricostruire e rielaborare debbono far vorticosamente mulinare innanzi ai nostri occhi scene cangianti che si compongono, scompongono e ricompongono. Lo schema epistemologico retrostante alla ricerca deve saper mettere in azione l'oggetto che si intende indagare in tutte le sue possibili composizioni, scomposizioni e movenze. È solo per l'impossibilità della scrittura di racchiudere in un segno unico il concerto polifonico dei fenomeni della vita sociale e umana che va stabilita una sequenza linguistica e discorsiva. Per questo, la scrittura deve farsi scrittura polifonica.

Ma la scrittura polifonica deve accompagnarsi con un metodo che faccia costantemente irrompere il referente testuale nel corpo del testo. Non tanto per fargli meglio testimoniare di , quanto per consentirgli di parlare dell'altro e all'altro in maniera più viva. Il testo deve essere vivo e rendere vivo e sempre nuovo il dialogo con il referente critico-testuale: entrarvi nelle viscere, per mostrarne il cuore nei suoi palpiti più profondi.

L'esigenza qui avvertita non è solo quella di cercare di cogliere il referente testuale nella sua libertà sorgiva, ma anche quella di "restituirlo" ai suoi atti liberatori, per non comprimerne il ciclo vitale. Da qui in avanti, accanto alla libertà dell'osservatore, viene anche rispettata la libertà dell'osservato: l'osservato va lasciato libero d'essere quello che è e vuole. Cioè: da questo punto in poi, lo si coglie nel suo processo di distanziamento e liberazione dall'osservatore.

Definire nuove metodologie di ricerca e approntare una nuova "scatola degli attrezzi" è una premessa ineludibile, per far ripartire una riflessione sulla politica e sulle sinistre, in grado di misurarsi con le problematiche complesse delle società contemporanee.

 

2) Gran parte della scena politica delle democrazie avanzate è oggi occupata dalla sfida tra nuovi soggetti e nuovi diritti (ad un polo) ed apparati statuali-burocratici (al polo opposto). La posta in gioco della sfida è il ridisegno dell'ordinamento statuale intorno alle tavole dei diritti fondamentali. Al riparo da occhi indiscreti, le regole della democrazia sono, ad un tempo, sospese, manipolate e agite ad personam, al di sotto di tutte le soglie minime del garantismo giuridico.

Non ingannino l'arbitrarietà e la discrezionalità estreme con cui operatori istituzionali e attori politici fanno qui scempio delle procedure democratiche. Si tratta di atti intenzionali che obbediscono ad una concezione autoritaria, se non dispotica, del rapporto tra Stato e cittadini, tra Stato e diversità etnico-culturale, tra Stato e minoranze interne ed esterne.

Gli atti arbitrari e discrezionali, diversificandosi tra di loro, costruiscono, mettono in scena e proteggono delle vere e proprie regolarità di comportamento bellicoso. Queste si introiettano negli strati profondi del tessuto politico-amministrativo e nel magma agitato della società civile, spacciandosi come "difesa naturale", assolutamente necessitata e irrinunciabile, da agenti patogeni interni ed esterni.

Qui quanto più fertile e fantasiosa è l'intenzionalità dell'arbitrio e della discrezionalità, tanto più si diffondono e innovano subculture di massa che comprimono spaventosamente il menù dei diritti. Da qui poi riparte, più serrato che mai, l'attacco alle procedure democratiche. L'offensiva riprende avvio con l'assemblaggio delle nuove regolarità del comportamento bellicoso che passano a proceduralizzarsi sul piano amministrativo. Successivamente, debordando dal piano amministrativo, si pongono come regole materiali non scritte.

Il più delle volte, esse rifuggono come "nemico" il piano della "scrittura formale". Ma ciò, come la critica più avvertita ha da tempo individuato, è segno e ragione del loro potere e non della loro vulnerabilità; della loro plurioffensività e non della loro inermità; della loro permanenza e non della loro caducità.

È attraverso questi complessi processi che si auto-generano e auto-organizzano le strategie della sicurezza, nel loro essere discorso occulto e farsi offensiva palese. Discorso e offensiva che costituiscono la messa in mora delle forme e delle procedure democratiche. L'occultamento dei luoghi di formazione e decisione delle strategie e delle pratiche della sicurezza è l'anti-discorsività per eccellenza. L'analisi critica ne deve smascherare, con effetto immediato, i loro complessi e reiterati tentativi di svincolamento dalle verifiche democratiche e la loro perenne via di fuga dal confronto e dal dialogo.

Le piste dell'investigazione ci fanno impattare, ancora, nella zona di confluenza tra "moderno" e "contemporaneo". Come è sin troppo agevole rilevare, oltre alla rielaborazione semantica delle ossessioni del Leviatano, siamo qui posti in faccia alla acre ridislocazione degli inputs e outputs degli arcana imperii.

Questa confluenza di "moderno" e "contemporaneo" fa particolarmente "rumore" nei passaggi in cui siamo "costretti" a demistificate le ambigue relazioni tra politica e guerra e tra pace e guerra. Ciò a partire da un'evidenza palmare: il rapporto politica/guerra è assai più complicato e fitto di interconnessioni di quanto la polemologia clausewitziana (e post-clausewitziana) e la storiografia agiografica e apologetica siano disposte ad ammettere. Non solo la guerra è politica (con altri mezzi); ma anche la politica è guerra (con altri mezzi) (1).

Le categorie della polemologia vengono qui scosse dall'investigazione critica. Con Foucault, sappiamo che la guerra ambisce a farsi "presupposto" del politico, secondo un esito divergente dalla traiettoria descritta da Clausewitz e dallo stesso Schmitt. La "guerra umanitaria" del 1999 contro la Serbia è l'ultimo evento belligerante, in ordine di tempo, che ci pone di fronte a questa dura e catastrofica evidenza.

Clausewitz, a dire il vero, ammette che la "tensione assoluta" riposa nella guerra; ma, poi, destituisce questa di ogni autonomia, abbassandola a "continuazione" della politica (con altri mezzi). In Schmitt, all'opposto, la "tensione all'estremo" si localizza sempre e solo nel 'politico'. Foucault scopre, invece, che il principio di ostilità riposa tanto nella guerra quanto nella politica. Dunque: in Foucault, politica e guerra si coappartengono, sì, ma non si sovrappongono mai. Tanto che il "principio di ostilità" della politica vale quale chiave di lettura della guerra; come, all'inverso, il "principio di ostilità" della guerra funge quale chiave di lettura della politica.

Allora, è necessario cercare anche nei codici e nelle strategie della pace il senso, i percorsi e i codici della guerra. Col che tutte le comode e pigre classificazioni politica = pace e crisi della politica = guerra vengono smontate e destituite di ogni fondamento. Solo partendo dall'acquisizione che la politica è anche guerra e che la guerra è anche politica, l'indagine può avere la speranza di penetrare e interrogare la dura corteccia della storia e, insieme, "chiederle il conto".

 

3) Sulla scorta di questi passaggi, siamo condotti in prossimità di un punto centrale: la critica della storia e della politica situata dalla parte dei dominati. Il discorso su pace e guerra, soprattutto a fronte dei conflitti armati locali che si vanno aprendo senza soluzioni di continuità nel nuovo "ordine internazionale", interagisce con quello sulle razze e sulle comunità etniche ed entrambi incrociano i discorsi del/sul potere. Non solo. In tale contesto, il discorso sulle razze si autoriflette: scopre le sottoarticolazioni della razza e delle comunità etniche e non si limita alla mera demarcazione della linea di inimicizia tra razze e comunità etniche diverse.

Le società globali e planetarie della contemporaneità sono la combinazione in continuo ridefinirsi di razze e comunità etniche differenti. La democrazia e i poteri delle società avanzate si rifiutano di dar corpo organico e ordinamentale a tale amalgama. Ecco perché sono costrette ad un tremendo passaggio: la creazione d'imperio, all'interno di ogni singola razza e ogni singola comunità etnica, di vere e proprie sottoclassi sociali su cui viene esercitata una signoria assoluta, in virtù del pregiudizio culturale-biologico che le ritiene specie sociali inferiori.

Nasce, a questo tornante storico, una nuova e inquietante forma di razzismo di Stato. Ora, per il razzismo di Stato, il concetto di diverso acquisisce uno statuto biologico. Conseguentemente, la nozione di pericolo arretra, dal campo dei significati sociali, alle sfere delle permanenze, emergenze ed escrescenze biologiche. Da qui l'assimilazione del diverso sociale e culturale all'altero biologico. Da qui la dilatazione estrema della nozione di pericolo e delle categorie della minaccia che occupano per intero, soffocandoli e accecandoli, i campi di tensione del 'politico', del culturale, del sociale, del simbolico e del biologico.

Nelle forme di governo delle società avanzate, come si vede, le nozioni e le prassi di "sicurezza" e "insicurezza" sono costitutivamente avvinte. Qui la sicurezza non è semplicemente designata come assenza di insicurezza; più corposamente, è eliminazione autoritativa e coattiva dell'insicurezza. Allo stesso modo, qui l'insicurezza non è il mero ricalco negativo della sicurezza; piuttosto, è pensata e patita come patogenesi aggressiva, minaccia della civiltà e del civile convivere: è tumore biologico da estirpare, non semplice pericolo sociale contro cui vigilare. Saltano, allora, i paradigmi del "sorvegliare e punire"; trionfano i paradigmi hobbesiani della sicurezza, riscritti saccheggiando codici e saperi biologici.

Nasce in questi interstizi tumefatti l'esigenza inappagabile dell'ampliamento progressivo dell'esclusione dall'agorà. La democrazia, da sfera della discussione pubblica intorno ai diritti, la giustizia e le libertà, diviene la sorgente della disseminazione di territori trincerati, in cui i sentimenti prevalenti e contrapposti sono l'odio e la paura. L'ossessione della sicurezza genera la democrazia dell'insicurezza bellicosa.

 

4) Che ne è, a questo punto, del Welfare State? Quale "sicurezza sociale" le politiche di welfare possono garantire nell'epoca dell'insicurezza bellicosa compiutamente dispiegata? Quale lotta all'insicurezza, a questo stadio, il Welfare può mai assicurare? E ancora: non stanno già scritte nel codice genetico del Welfare le premesse di quest'esito catastrofico?

Come ben sappiamo, la "lotta all'insicurezza" è, insieme, obbiettivo immediato e motivo teleologico dell'esserci e del fare del Welfare. Il "benessere" della società finisce col dipendere dalle spese per la sicurezza sociale. Lo "Stato sociale" è, dunque, l'incarnazione perfetta dello Stato della sicurezza sociale. Ciò che resta fuori dalle sue sfere e dalle sue orbite acquisisce immediatamente lo status giuridico-politico di insicuro.

Il rischio di insicurezza è, quindi, il rovescio catastrofico del Welfare State. L'anima stessa dello "Stato sociale" appare corrosa dalle patologie del rischio. Fino a che, nell'attualità, la "sicurezza sociale" si prolunga in sicurezza rispetto allo straniero, al deviante e a tutte le varie sottoclassi sociali a cui vanno negati perfino i più elementari diritti di democrazia.

Il processo dà la stura alla regolazione giuridico-normativa del sociale, con terribili conseguenze, la più inquietante delle quali è di tipo politico: l'effetto di sgravio dalla responsabilità dei soggetti del potere. A questo bivio, i titolari del potere divengono decisori irresponsabili: non sono tenuti e chiamati a rispondere delle sfere di ingiustizia che costituiscono la cornice delle loro opzioni/azioni.

Se nell'epoca pre-welfaristica assistevamo alla responsabilità senza colpa della sovranità, col Welfare e la sua crisi il processo si capovolge: dalla responsabilità senza colpa, transitiamo alla sovranità colpevole, ma senza responsabilità. La responsabilità dell'ingiustizia, cioè, tende a translitterarsi nell'apprestamento delle politiche della sicurezza e nella messa in piano della difesa attiva contro la minaccia. Difendersi attivamente dalla minaccia simbolica, sociale, politica, culturale e biologica di cui sono portatrici le varie sottoclassi (interne ed esterne), con tutta evidenza, risponde qui all'imperativo categorico della legalizzazione delle decisioni politiche illegittime. La legalizzazione dell'ordine politico risolve, così, per via autoritaria la crisi della legittimazione e della rappresentanza che da almeno un trentennio colpisce le democrazie avanzate.

Società e Stato si difendono dalla minaccia di insicurezza, attraverso l'aggressione e la dissoluzione del principio di responsabilità. O meglio: la difesa attiva della società fa convergere unicamente e interamente nella forma-Stato il principio di responsabilità. In questa prospettiva, una società sottratta completamente alle sfide lanciategli dall'ambiente e dai soggetti della diversità e della differenza è soltanto quella di cui può ultimativamente e integralmente rispondere lo Stato.

Ma una società di cui può interamente rispondere soltanto lo Stato è una società della massima deresponsabilizzazione. Lo Stato qui non soltanto si approprierebbe il monopolio della violenza legittima, ma si annetterebbe in linea esclusiva il principio di responsabilità. Non casualmente, le dittature in opera nel XX secolo hanno teso a coniugare il principio della loro massima responsabilità con la massima deresponsabilità della società e delle masse. Non casualmente, come indicatoci dalle più avvertite ricerche sul campo, i soggetti e le pratiche del "securitarismo metropolitano" tendono esplicitamente a delegare allo Stato il monopolio della responsabilità.

 

5) Una contraddizione catastrofica mina lo "Stato sociale", sin dal suo primo apparire. Se l'obiettivo teleologico delle strategie e delle pratiche di intervento statuale deve essere quello della sicurezza sociale; se la sicurezza sociale è conseguibile come rimozione autoritativa dei fattori del rischio, allora, Stato e società, per difendersi debbono necessariamente colpire i "soggetti pericolosi", in quanto incarnazione minacciosa del rischio. Gli stranieri, i detenuti, i "folli" e le donne sono in cima alla lista.

Vi sono sconfinamenti vicendevoli tra sicurezza e insicurezza. La, pur importante e innovatrice, dichiarazione di principio del Welfare intorno all'universalità dei diritti sociali reca in sé il "lato oscuro" dell'esclusione dalla cittadinanza di tutti gli strati e le fasce sociali non raggiunti dalle strategie della sicurezza.

Ancora: il tentativo di responsabilizzazione universalizzante operato dal Welfare State è fatalmente destinato a rovesciarsi in deresponsabilizzazione universalizzante dello Stato, a misura in cui l'area di vigenza delle politiche di protezione e sicurezza sociale si va progressivamente restringendo. Sulla media-lunga durata, proprio quello Stato che vuole esercitare il monopolio della responsabilità si trasforma nello Stato della deresponsabilità; proprio la democrazia della sicurezza si trasforma in democrazia dell'insicurezza; proprio la società dei diritti si trasforma nella società delle esclusioni.

Quanto più il processo di deresponsabilizzazione rispetto ai diritti invade le strutture del comando statuale, tanto più monta e cresce la richiesta di sicurezza sociale nei suoi confronti, da parte di una società in preda al panico. Il fatto è che tanto le politiche di deresponsabilizzazione passiva della società civile attivate dallo "Stato sociale", quanto le politiche di auto-responsabilizzazione sociale e securitaria incarnate nello Stato post-welfaristico convergono in un punto decisivo: la sottrazione dell'esercizio dei diritti ai legittimi titolari e ai potenziali destinatari. Il grado zero dei diritti degli immigrati e dei detenuti è contestuale alla situazione del meno diritti per tutti che marchia la vita sociale e politica delle democrazie avanzate. Quasi che si debba percorrere a ritroso il cammino che ha condotto da sudditi a cittadini.

In termini concettuali, possiamo definire le linee mobili di questo cammino a ritroso come restrizione del principio di universalità, affermato dalla rivoluzione francese. Se l'ideologia securitaria si costituisce ed opera come innalzamento e difesa di confini razziali, politici, sociali, giuridici e simbolici, diventa chiaro che i meccanismi di inclusione/esclusione non sono dati una volta per tutte. Ciò in una duplice direzionalità: come non sappiamo in via definitiva chi sono gli esclusi, così non possiamo mai sapere in via definitiva chi sono gli inclusi. Le dinamiche di inclusione/esclusione sono arbitrarie e mutevoli sul piano politico e storico-sociale; mobili, sul terreno spazio-temporale. Ogni soggetto, strato, figura etc. dell'inclusione può divenire soggetto, strato, figura etc. dell'esclusione. Restrizione del principio di universalità significa qui che niente è garantito a nessuno e tutti sono esposti al rischio. Stato e democrazia dell'insicurezza, del resto, non possono che avere le caratteristiche somatiche della precarietà, dell'incertezza, dell'instabilità. Proprio a quest'altezza storica, un esito catastrofico si converte in un "nuovo inizio" devastante: le categorie e le prassi di governo dell'inclusione sono esattamente quelle che implementano su scala allargata l'esclusione e le sue figure multiformi.

Un ripensamento della politica e delle sinistre deve necessariamente prendere cominciamento da qui.

(marzo 2000)